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Minuto Settantotto

gente che si commuove con il diario di Bobby Sands e il gol di Sparwasser

A United Front. Appunti sparsi sul movimento ultras nordamericano e le sue battaglie/3.

Il nuovo protagonismo del movimento ultras nordamericano va di pari passo con la riorganizzazione che dall’inizio degli anni dieci la MSL impone a tutto il movimento. La definizione della piramide del sistema calcio, con la strutturazione in tre livelli di professionismo, l’allargamento della base e un progressivo incremento numerico di squadre partecipanti alla Major League, è anche il tentativo di imporre una stretta regolamentazione del fenomeno del soccer. Questo impone tra le altre cose una campagna di repressione nei confronti delle organizzazioni dei tifosi; comincia un lungo braccio di ferro legato anche alle dinamiche sociali e politiche che si evolvono nel paese.
Il primo evidente conflitto si ha nel campionato del 2016. Negli anni precedenti erano stati numerosi gli episodi – in ambito locale e nelle leghe minori – di interdizione e divieto di accesso a singoli membri di gruppi ultras o alla loro totalità per comportamenti definiti “inopportuni”. Ora la repressione della lega si focalizza sulla pratica del “No pyro, No party”; scatta il divieto assoluto all’utilizzo di fumogeni e torce negli impianti, con conseguenti misure repressive di  interi gruppi, sia nelle leghe minori che nella MSL.
Sono proprio gli ultras dei Chicago Fire e dei DC United, squadre storiche della MLS, i primi ad essere allontanati dagli stadi all’inizio del campionato; si apre un lungo e duro confronto con la Lega fatto di scioperi e contestazioni a tutti i livelli e in tutti gli stadi. Fondamentale nella conduzione della battaglia dei tifosi è l’attivismo social, con l’hashtag #UnitedvsOne, e il protagonismo dell’Independent Support Council, coordinamento di oltre 90 gruppi delle varie leghe e strumento di coesione e rappresentanza del movimento.

Sono queste prime battaglie a plasmare nella coscienza del mondo ultras la consapevolezza di esser un soggetto attivo e non eludibile non solo nel sistema calcio nordamericano, ma anche nelle e delle dinamiche sociali e territoriali in cui squadre e supporter si innestano.
La revoca dei provvedimenti e la scelta di molte società di costruire spazi appositi per gli spettacoli pirotecnici sono conquiste non scontate; d’ora in poi ogni nuova iniziativa della lega dovrà tenere conto di chi vive gli stadi, mentre fuori, nel paese, Trump conquista la presidenza.
La MLS non demorde: il progetto di allargamento passa per la riorganizzazione delle società anche attraverso la pratica tutta americana di migrazione di squadre e titoli sportivi in altre città o territori economicamente più favorevoli.
All’inizio del campionato del 2017 i proprietari del Columbus Crew, compagine dello stato dell’Ohio militante nella MLS, annunciano lo spostamento della proprietà e del titolo sportivo in Texas. Sono gli ultras ad organizzare da subito una mobilitazione tenace per salvare la loro squadra: uno sforzo combattuto con gli stendardi sugli spalti, gli hashtag sui social, le proteste pubbliche a Columbus e il sostegno della comunità, dei giocatori e dell’opinione pubblica locale e nazionale.
La mobilitazione promossa dai tifosi si impegna in modo intelligente a dialogare con i politici della città e dello stato e con i componenti dell’imprenditoria locale per trovare una soluzione; tutti gli altri gruppi si mobilitano negli stadi a favore della permanenza della squadra nel territorio dove è nata ed a fianco della base ultras di Columbus. A fine campionato arriva un accordo che salva la squadra, impedisce la mossa minacciata dello spostamento del club ad Austin e pone fine a una intensa lotta che ha creato una frattura tra i tifosi della squadra e il territorio da una parte, il club e la MLS dall’altra. Nel paese, intanto, lo scontro sociale tra destra suprematista e comunità altre si acuisce.

La vicenda del Columbus Crew rappresenta un evento clamoroso per il sistema sportivo americano, un’anomalia che ha evidenziato ancora una volta il potere dell’attivismo dei tifosi nell’influenzare la direzione di una squadra sportiva professionista e della Lega. Un esempio che non rimane inascoltato e che costringe a mutare i piani della MLS nella individuazione delle piazze dove attivare nuove compagini.
È il caso di Detroit, città che possiede una squadra semiprofessionista nata nelle periferie della metropoli ai tempi del collasso dell’industria dell’automobile e della bancarotta dell’amministrazione comunale; un’esperienza sportiva e sociale che ha fatto della sua tifoseria, tra le più conosciute e rispettate del paese, un iconico emblema e il paradigma del gruppo ultras alternativo e antisistema.
Attivisti politici, antifascisti e antisessisti schierati per i diritti delle minoranze e l’accoglienza ai rifugiati formano infatti la Northern Guard, che alla notizia della possibile creazione di una squadra professionistica in città si oppone con tutto il peso di una storia fatta di calcio popolare, solidarietà e inclusione, nonché di una pratica attiva di lotta quotidiana per la rinascita di una metropoli da troppo tempo abbandonata a sé stessa. In breve si attiva una mobilitazione internazionale che pone al centro della discussione il rapporto tra calcio e società. La questione è la necessità di rompere le trame della MLS e riporre al centro la tematica del calcio come strumento sociale dello sviluppo dell’autonomia e dell’integrazione di una comunità.
La Lega archivia il progetto mentre i muri della città sono ricoperti dalla scritta FUCK MLS, o meglio accetta che nei tempi di crescita dovuti sia la società esistente, il Detroit FC, a portare la società al campionato professionistico , condividendo ogni passaggio necessario con la propria tifoseria (che peraltro ha ricostruito per intero lo stadio).

Il movimento ultras americano si dimostra strutturato e pronto ad affrontare quello che sarà il più grosso attacco alla sua autonomia e indipendenza. È il tempo dell’America di Trump e i valori che le curve esprimono (partecipazione inclusione sociale, autonomia e indipendenza) sono antitetici al dettame dell’America First: lo scontro sarà duro, dentro e fuori agli stadi, inevitabile e dagli esiti tutt’altro che scontati.
La sintesi e il senso dello scontro tra le curve nord americane e la MLS, il Presidente Trump e la destra suprematista che ha animato l’ultimo campionato lo ha dato Kareem Abdul Jabbar, grandissimo campione di basket, attivista e militante della sinistra e dei diritti civili: “I fan negli stadi hanno difeso il diritto di libertà, di parola, la possibilità di espressione di una posizione, la forma più alta di democrazia; hanno difeso quell’idea di democrazia, integrazione e possibilità che in questo paese lo sport rappresenta e non lo hanno fatto in quanto atleti, con gesti personali e silenziosi, ma come parte attiva di un tessuto sociale che si rappresenta, che prende parte e dà voce, com’è nella natura di quello che sono: supporter”.

L’inimicizia tra amministrazione Trump e mondo del calcio comincia nel giorno della sua elezione; molti dei manifestanti che scendono in piazza nelle città con una squadra professionistica portano una sciarpa con i colori della club a travisare il volto.
Quel giorno si gioca anche USA vs Messico, partita valida per le qualificazioni ai mondiali; i padroni di casa perdono e sono fuori dalla fase finale della competizione, ma tifosi e giocatori ascoltano abbracciati i rispettivi inni lanciando messaggi di fratellanza e comunanza contro la politica del muro e del respingimento dei migranti. Nel calcio femminile non va meglio per la nuova amministrazione: molte giocatrici della nazionale (tra cui la capitana e migliore giocatrice dell’ultimo mondiale, Megan Rapinoe) sono infatti apertamente contro Trump. 

Nel frattempo il campionato 2019/20 comincia con una disposizione della MLS che vieta genericamente l’esposizione di simboli che inneggino alla violenza politica e a tutte le espressioni di contestazione, dentro e fuori il campo, dell’amministrazione e dei simboli americani; la paura è di trovarsi a gestire nuovi casi simili a quelli visti nella NBA e nella NFL.
Le tensioni sociali che attraversano il paese della presidenza Trump, dall’attacco ai rifugiati alla violenza della destra suprematista, dalle minacce ai diritti civili e delle minoranze ai frequenti episodi terrorismo domestico, che mietono decine di vittime e sono legati anche alla politica sul libero uso delle armi, nelle curve degli stadi sono un megafono di contestazione che trova nei gruppi ultras voci convinte e partecipi.
La storia antifascista e antisessista e le pratiche di integrazione delle curve si manifestano in striscioni, cori, pezze e simboli di vario genere, in particolare uno che è sempre presente negli stadi: le Tre Frecce dell’Eiserne Front (il Fronte di Ferro), formazione antinazista legata al partito socialdemocratico tedesco degli anni ‘30.
L’Iron Front Flag, già presente nel simbolo del RASH e confluita nel primo gruppo ultras a NY, era tornata in auge anche grazie al disco del 2009 intitolato proprio Iron Front della band HC Strike Anywhere, che lo aveva scelto come logo del gruppo e frontespizio dell’album. Le scene musicali Punk, HC e Antifa pervadono molte curve e il logo dell’Iron Front accomuna non solo i differenti gruppi di una stessa curva, ma anche gruppi di diverse squadre che si riconoscono nel motto “A United Front”.

A campionato iniziato la MLS decide di comunicare un elenco di vessilli e simboli da bandire dagli stadi per non fomentare la violenza politica. Vengono messi sullo stesso piano il simbolo dell’Iron Front e quelli dei Proud Boys, formazione di estrema destra di stampo neofascista, etichettata dalla FBI come organizzazione terroristica perché negli ultimi anni si è resa responsabile di assalti, aggressioni e omicidi ai danni di attivisti e formazioni della sinistra USA. I Boys hanno tra le altre cose un loro gruppo ultras riconosciuto, caso unico, nella curva dei NY City, il Batallion 49, cosa che negli anni ha creato non pochi problemi di ordine pubblico: spesso supportati in trasferta da “fratelli camerati”, si sono infatti resi protagonisti di incidenti e di vere proprie aggressioni programmate alle curve legate alle battaglie per i diritti civili o apertamente antifa.
È la goccia che fa traboccare il vaso: le curve rispondono compatte sostituendo il logo delle tre frecce con i simboli delle squadre o altri appartenenti alla cultura e controcultura americana e ultras. Subito è chiaro per il movimento che la battaglia vera è sulla libertà di espressione e sul riconoscimento dell’antifascismo come uno dei valori alla base di quella libertà e democrazia per le quali, dalla seconda guerra mondiale, migliaia di ragazzi hanno combattuto, anche in guerre sbagliate, e sono morti. Antifascismo è democrazia e libertà.

Il nemico è il fascismo delle formazioni suprematiste e dei Proud Boys, che sostengono, nei fatti tollerate, l’amministrazione Trump e che fomentano quel “terrorismo domestico” che nell’ultimo decennio miete vittime maggiori della stessa guerra al terrorismo; la questione è difendere le libertà e i diritti fondamentali in una battaglia che è l’esito di uno scontro sociale in atto nel paese e che ora si palesa, come spesso succede, nelle dinamiche interne ed esterne al gioco del calcio.
“A United Front” diventa una resistenza quotidiana per migliaia di americani. Centinaia gli episodi fatti di azioni, striscioni, murales per le strade e le città e fuori dagli stadi tra una partita e l’altra; e poi il match day: curve intere che espongo coreografie e bandiere antifa, coinvolgendo con canti e cori anche i settori fuori dal tifo organizzato.
La lega non cede, l’amministrazione Trump fa pressione sulle proprietà; se erano poco tollerabili le proteste degli atleti della NBA e della NFL, ora c’è preoccupazione per la cassa di risonanza mediatica che rappresenta il calcio. La linea è la tolleranza zero.

In estate, quella che pare una contestazione limitata alle dinamiche del mondo del calcio conquista l’attenzione dell’opinione pubblica, anche perché avviene in un periodo in cui il calcio è seguitissimo e gli stadi sempre pieni. Nel frattempo le ragazze della squadra USA vincono il mondiale in aperta contestazione con il presidente Trump, ampiamente supportate e sostenute in tutti gli stadi della Lega. La situazione è sempre più tesa.
Arriva agosto ed i gruppi ultras passano all’attacco, come sempre su pressioni di eventi che a prima vista sembrano essere esterni al mondo del calcio. Tutto accade nei primi giorni del mese: l’attaccante Alejandro Bedoya del Philadelphia Union dopo un gol esulta chiedendo, tramite i microfoni a bordo campo, l’approvazione di nuove e più severe leggi sulle armi. Al momento del suo gol erano passate solo poche ore dalle due stragi di El Paso e Dayton, costate 29 morti e decine di feriti. I calciatori, già in parte solidali con gli ultras per la questione del simbolo dell’Iron Front, si schierano ora pubblicamente contro l’amministrazione, mentre nel paese e negli stadi si parla sempre più apertamente di un problema di “domestic terrorism”. Nei fatti si salda un legame tra chi è in campo e chi è su gli spalti.

Nelle stesse ore un centinaio di Proud Boys tentano di entrare nella marcia con la quale i tifosi dei Seattle Sounders attraversano le vie della città prima degli incontri casalinghi; come sempre gli ultras sono in migliaia dietro enormi striscioni, suonano tamburi e cantano.
I tifosi dei Sounders sono diversi da quelli delle altre squadre della MLS: sono proprietari di parte della società, hanno diritto di voto ogni quattro anni per l’elezione del General Manager e durante l’anno fanno assemblee pubbliche con la dirigenza. Sono organizzati, sono strutturati, sono inclusivi, antifascisti, antiomofobi e antirazzisti. Lo rivendicano scrivendolo e cantandolo nella loro marcia attraverso la città: We are antifa supporters.
Il gruppo più grande sono gli Emerald City Supporters, ma ci sono anche i Gorilla FC e La Barra Furza Verde, il gruppo ispanico: il loro capo-curva è una donna. Una donna ispanica. L’esperienza del tifo a Seattle è collettiva, trasversale e taglia la città dall’alto al basso, dai quartieri ispanici a quelli filippini, dai bianchi agli afro-americani. E tutti quanti cantano e ballano e, a un certo punto, perfino pogano. L’unica altra squadra nella MLS che può contare su un tifo paragonabile sono i Portland Timbers. Ma non è un caso: i Timbers sono i rivali dei Sounders nel Cascadia Clash, il derby del nordovest.
È una vera e propria aggressione “politica” alla tifoseria che conduce su posizioni radicali il confronto con lega e proprietari sui divieti e le limitazioni di accesso agli stadi, una delle maggiori anime dello United Front; un’aggressione pianificata che viene respinta con decisione ma che vede la polizia difendere gli aggressori e fermare gli aggrediti.

L’eco di questi avvenimenti è ampia: i quotidiani nazionali e i media cominciano a parlare della “rivolta antifascista” delle curve, soprattutto nel nord e nordovest del paese, e i gruppi ultras rompono gli indugi. La settimana successiva si gioca Atlanta United vs NY City; Atlanta è campione in carica e la sua dirigenza (vicina a Trump e alle istanze della lega) ha tentato in tutti modi di dividere il fronte dei tifosi, cercando di isolare i gruppi che aderiscono all’ISC. La risposta della curva è clamorosa: gli ultras del Batallion 49, i Proud Boys del NY City, sono intercettati e allontanati nelle vicinanze dello stadio, e vengono sottratte loro sciarpe e striscioni.
Le immagini che riportano i social vedono centinaia di supporter dello United saltare cantando “If you’re a Nazi, get up and fucking go!” mentre le sciarpe e il resto bruciano. La polizia nel frattempo sequestra tutto il materiale con riferimenti antifa a chi entra allo stadio, ma la curva non demorde; al momento dell’ingresso in campo delle squadre dai settori organizzati si innalza il coro di “Bella Ciao” (la versione americana era stata incisa nel 2018 da Tom Waits e Marc Ribot nel disco, molto popolare, Songs of Resistance 1948/2018), poi è tutto lo stadio a cantarla, per tutta la partita.

Scene simili si verificano negli altri stadi di tutte le leghe; i divieti vengono ignorati e la Iron Front Flag torna a sventolare in ogni settore, che sia quello degli ospiti o quello dei tifosi di casa. La lega prova a reagire imponendo sanzioni e divieti e facendo pressioni sulle società, ma sembra tutto inutile: lo scontro è frontale.
Il 23 agosto si gioca il Cascadia Clash in casa di Portland; gli occhi dell’opinione pubblica e della lega sono puntati sulle rispettive tifoserie, anima indiscussa della protesta. Le dirette televisive cominciano ore prima, ma alla fine la sorpresa non viene dagli spalti: nel classico preview dagli spogliatoi, infatti, l’inquadratura indugia davanti ai gagliardetti ufficiali delle società, su cui campeggiano le scritte Anti-Fascist e Anti-Racist.

Lo scambio a centro campo tra i capitani e i gagliardetti lasciati in bella vista a bordo campo, mentre sugli spalti le tifoserie intonano Bella Ciao e fanno festa, sono il segnale della sconfitta della MLS; un mese dopo un comunicato ufficiale della lega e dei gruppi Ultras di Seattle e Portland, con l’avallo della ISC, riconosce come valore fondante per il sistema calcio americano l’impegno dei gruppi ultras nell’opporsi al fascismo, al razzismo e alle idee suprematiste bianche, auspicando una collaborazione per debellarli definitivamente dagli stadi.

L’Iron Front Flag torna a sventolare nelle curve e fa bella mostra di sé anche la notte in cui il capitano dei Seattle Sounders alza la coppa del titolo di campione della MSL, mentre gli Emerald City Supporters cantano a squarciagola: We are the champions, we are the Antifa supporters!

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