Minuto Settantotto

gente che si commuove con il diario di Bobby Sands e il gol di Sparwasser

QATAR 2022: IMBARAZZO, IPOCRISIA, INFANTINO. UNA GUIDA INUTILE

Per buone riflessioni, servono domande chiare

Tipo: il calcio che segui abitualmente è tanto più pulito di questi Mondiali di calcio in Qatar?
Oppure: ami il calcio ma riesci tranquillamente ad ignorare del tutto la Coppa del Mondo?
Ultima: credi al boicottaggio passivo? (Dal divano, insomma, non saprei dirlo altrimenti).

Se la risposta almeno ad una di queste domande è “”, puoi anche interrompere qui la lettura, perché le righe a seguire non contribuiranno ad arricchire la tua percezione degli eventi, ossia: probabilmente non vedrai il Mondiale e, cosa ancor più da sottolineare, fondamentalmente non ti importa granché. Molto meglio così.
C’è chi, invece, queste risposte non le ha perché non si è mai preoccupato o preoccupata di averle, ma ce ne sbattiamo perché è ovvio non abbia mai avuto a che fare con Minuto Settantotto.
Esiste, infine, un ammasso nutrito di calciofili impegnati o socialmente critici la cui reazione a tali domande produce un’esplosione in ulteriori sottogruppi degni della migliore frammentazione politica a sinistra:

  • chi risponde con un onesto e faticoso “no”;
  • chi ammette di non saper rispondere;
  • chi decide di ribattere con altre, e più complicate, domande.

Un dilemma Mondiale

Perché il calcio, ce lo siam detti fino allo sfinimento, è la più importante delle cose meno importanti, e a certe latitudini è da un pezzo che non genera più gioie ed emozioni collettive, ma solo dilemmi. Belli grossi. Sicuramente più di questo piccolo e potente emirato, il cui lugubre luccichio negli ultimi anni ha catturato progressivamente le nostre attenzioni in questo pellegrinaggio senza meta che è ormai la convivenza con il pallone.
Passo dopo passo, la sagoma misteriosa di questo mini-impero si faceva sempre più visibile sul cammino, disegnata da parole e immagini tanto esplicite quanto appunto indefinite:

2022 – Qatar – Mondiali – Inverno – Soldi – Corruzione – Diritti umani – Operai – Migranti – Omofobia – Libertà d’espressione

Non sapevamo nulla, o non volevamo vedere. Poi sapevamo tutto, ma era troppo tardi.

Ma cosa sapevamo, cosa sappiamo su Qatar 2022? Praticamente tutto

Potremmo rimandare ai post pubblicati in tema sulla nostra pagina Facebook (anche se rischiate di trovarci le ragnatele), ma non avendo alcuna pretesa di passare da collettivo d’inchiesta diremo solo che online e su carta c’è l’imbarazzo della scelta per leggere quanto successo dal dicembre 2010 (e soprattutto prima dell’assegnazione ufficiale del Mondiale) fino ad oggi. Dalle docuserie alle indagini giornalistiche, dai podcast ai libri, dai thread social ai servizi tv: ovunque troverete ricostruito quasi per intero questo esperimento di egemonia capitalistica ai massimi livelli che è il Mondiale 2022: soft power, sportswashing, tangenti, minacce, bugie, giochi di potere, oscure trame diplomatiche.
A qualche ora dall’inizio ufficiale della competizione, non resta allora che fissare dei punti fermi – anche sparsi – per dirci chiaramente le cose come stanno.

Qatar 2022. Una guida inutile

Un campo da gioco

Il Qatar

ha comprato la Coppa del Mondo. Alle “regole” della FIFA, e non avrebbe potuto fare altrimenti.

Il Guardian

qualche giorno fa, ha scritto che l’emirato ha già perso la battaglia a livello geopolitico. «È un’ironia che questi sostenitori del dialogo e del venirsi incontro (riferimento all’attività diplomatica dell’emirato, che con disinvoltura ospita una base americana e offre un consolato ai talebani, proponendosi di risolvere pacificamente i conflitti internazionali) non abbiano potuto evitare che il torneo diventasse un evento tanto divisivo».

Ipocrisia

grande comune denominatore della propaganda anti-Qatar 2022. Come quella rinfacciata dal mondo arabo all’Occidente per le accuse sul maltrattamento dei lavoratori immigrati, dato il comportamento in materia dell’Europa – si legge ancora nel già citato articolo del Guardian -. Al Jazeera Arabic, in parte proprietà del governo qatariota, ha pure prodotto un documentario sul trattamento dei migranti arabi e africani al confine tra Grecia e Turchia.
C’è poi l’ipocrisia mediatica, che testate come The New Arab individuano principalmente nel giornalismo britannico accusato di presunta superiorità verso «paesi più piccoli, meno visibili e generalmente meno potenti. La copertura di mega eventi sportivi nei paesi del Sud del mondo tende ad essere negativa e spesso orientalista». In questo caso il Qatar verrebbe narrato «come una caricatura, un luogo privo di sfumature in cui alcune caratteristiche sono esagerate per creare un effetto comico o grottesco».
Inoltre, nell’articolo citato si ricorda che, sul possibile boicottaggio a Russia 2018, il giornalista inglese Barney Ronay scrisse: «Nessuna nazione ha il monopolio sulla brutalità».

Inattaccabile

così è, alla fine, l’ipocrisia incarnata da quegli attori del mondo del calcio che non possono mostrarsi insensibili alle efferatezze organizzative della competizione, ma senza mettere a rischio la partecipazione al torneo o comunque uscendone con la coscienza pulita – almeno questa è l’impressione: i nazionali australiani fanno un video a favore dei diritti umani, i danesi indossano divise senza il logo dello sponsor tecnico in segno di protesta, gli Usa si divertono in allenamento con una squadra di lavoratori migranti, Klopp difende gli addetti ai lavori perché «la decisione è stata presa da altre persone e se vuoi criticare qualcuno, allora critica le persone che hanno preso la decisione, non lo sport, non la competizione e sicuramente non i giocatori. Quindi è ingiusto aspettarsi che vadano lì a fare grandi dichiarazioni politiche».
Tutto condivisibile, proprio noi l’anno scorso scrivemmo:

«Aspettarsi la rivoluzione da professionisti multi-milionari è una pretesa che persino noi, utopisti per attitudine, dovremmo mettere da parte, onde evitare di andare incontro a brutte figure».

L’articolo si intitolava “L’ipocrisia utile”, ma sempre ipocrisia è.

Impunità

come quella di Gianni Infantino. Il capo della FIFA ne ha dette e fatte veramente di ogni. Ricordato che non era alla guida dell’organizzazione quando sono stati assegnati i Mondiali al Qatar (a proposito, ottima questa ricostruzione di Sportellate), potremmo dire che negli anni ha recuperato il terreno e si è appaiato alla miseria umana dei predecessori.
Prima ha spiegato che ai vertici del calcio cercano «di rispettare tutte le opinioni e le convinzioni, senza distribuire lezioni morali al resto del mondo», e quindi «lasciamo che il calcio sia al centro dell’attenzione»; ha anche aggiunto che sono tutti benvenuti in Qatar «indipendentemente da origine, background, religione, sesso, orientamento sessuale o nazionalità» (peccato per lui che in quelle ore uno degli ambassador dell’evento, Khalid Salman, abbia definito l’omosessualità un “danno psichico”).
Non contento si è spinto a chiedere sull’Ucraina «un cessate il fuoco temporaneo di un mese, per la durata della Coppa del Mondo».
Infine, ieri ha svuotato i serbatoi della retorica con un discorso a metà tra Wanna Marchi e Silvio Berlusconi, senza però il tangibile carisma dei due:

«Mi sento del Qatar, mi sento arabo, africano, gay, lavoratore immigrato, migrante, disabile. [..] Certo, non lo sono, ma so cosa vuol dire essere vittima di bullismo per essere stato diverso a scuola, per aver avuto i capelli rossi. [..] C'è un doppio standard. Sono europeo. Chi aiuta i lavoratori migranti? Lo fa la Coppa del Mondo, lo fa la FIFA. Il Qatar offre possibilità a centinaia di migliaia di immigrati e lo fa in maniera legale. Noi in Europa chiudiamo le frontiere, creiamo stranieri illegali: quante persone muoiono cercando di entrare in Europa».

La cosa più triste? Il fatto che la parte conclusiva del discorso sia dannatamente vera.

Italia

assente. Al di là delle valutazioni tecniche, di cui non ci importa un cazzo, qui il dibattito su una minima questione morale legata ai Mondiali non c’è praticamente mai stato, tranne che in pochi e ridotti ambienti. Tra questi, citiamo alcune curve (come Cosenza e Pisa) che hanno voluto portare avanti anche qui una contestazione pubblica a Qatar 2022 (minima, rispetto ad esempio a quanto visto negli stadi in Germania), ovviamente ostacolate (vedi Brescia) dal solerte operato repressivo della nostra polizia, l’unica sempre attiva nel boicottaggio della libertà d’espressione.

I tifosi fake

questa storia (qui il caso Inghilterra, ma se fate un giro all’hashtag #fakefans trovate molto altro), per quanto sorprenda poco, è di una tristezza inenarrabile.

Iran

qui da circa un mese si manifesta (e si muore) per abbattere un regime e cambiare le cose, in una lotta fortemente guidata dalle energie femminili dello stato islamico. Molti sportivi in queste settimane hanno espresso solidarietà con le proteste, ma «il capitano Alireza Jahanbakhsh ha esortato la sua squadra a concentrarsi sul calcio piuttosto che sulla rivolta antigovernativa che sta scuotendo il paese»; ed anche il ct Carlos Queiroz si è rifiutato di rispondere a una domanda sulla condizione delle donne, ricacciandola al mittente con un «pensi al trattamento degli immigrati in UK». La gara a chi ce l’ha più brutto. Ieri qualcosa si è mosso con altri due nazionali, Mehdi Taremi e Hossein Hosseini, che hanno espresso solidarietà a tutti gli iraniani, in particolar modo alle vittime di queste giornate.

Inaugurazione è sovversione

già, perché le star Dua Lipa, Rod Stewart e Shakira hanno confermato di non voler partecipare alla cerimonia di apertura della competizione. Ci sarà invece Robbie Williams, il quale ha spiegato che, se dovesse evitare tutti i posti in cui si violano i diritti umani, “non sarei nemmeno in grado di esibirmi nella mia cucina”. Mah.
Dichiarazione che ricorda un po’ il recente caso BrewDog: il birrificio scozzese si è dichiarato anti-sponsor della Coppa, poi qualcuno ha fatto notare che i pub BrewDog trasmetteranno comunque le partite e che le BrewDog saranno commercializzate in Qatar tramite un accordo parziale col governo qatariota, il brand non potuto negare e ha spiegato: «Apple vende gli iPhone in Qatar, questo non vuol dire che supporta le violazioni dei diritti umani».
Per fortuna non ci ha tradito il boicottaggio del Codacons.

Le riflessioni sono davvero finite

I Mondiali in Qatar sono arrivati e appaiono proprio come ce li aspettavamo: strani, tristi e indesiderati (l’assenza dell’Italia sposta poco, incide più la presenza della Bobo Tv sulla Rai). Spietatamente scontati.
L’ennesimo evento sportivo propagandistico nell’era della comunicazione di massa (più o meno digitale) davanti al quale, senza un’opposizione di movimento, resta solo la scelta individuale di seguire o meno.
Sapendo che l’imbarazzo, al pari dell’indignazione, non è un sentimento politico.

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