Una partita, una testimonianza.

Corre l’anno 1986. Il 5 agosto i Bhoys invadono la capitale britannica per assistere – in 10.000 circa – al Testimonial Game di David O’Leary, fenomenale difensore centrale dell’Arsenal e della Nazionale della Repubblica d’Irlanda. Le migliaia di tifosi del Celtic Football Club hanno il piacere (?) di scendere a Londra perché nelle fila dei biancoverdi di Glasgow milita Pierce O’Leary, fratello di David. Il Celtic vince 2-0 con reti di Mo Johnston al minuto 80 ed Alan McInally al minuto 85. In più, quella stessa sera il Bayern München sconfigge i Rangers per 2-0 ad Ibrox.

Credo di essere una persona fortunata. Sono un aspirante adolescente nei primi anni 80 e l’atmosfera vissuta allora ha condizionato positivamente la mia vita. Mio fratello, abbondantemente più grande di me, parte alla volta della Scozia nell’estate del 1984 alla ricerca della realizzazione dei suoi sogni. Edinburgo, la cultura britannica e la musica new wave che, proprio come un’onda formidabile, sta spazzando via l’ortodossia dei Grandi degli anni 60 e 70. Rientra in Italia decisamente euforico, pieno di nuovi album da farmi sentire e di esperienze da raccontare su music club, locali, parchi e pioggia, tanta pioggia.

Porta con sé anche due oggetti, destinati a cambiare il nostro immaginario e la nostra vita, in qualche modo. Un kilt da indossare nelle uscite serali per sconvolgere – allora era proprio vero – i frequentatori dei club musicali della zona. Per me, un gagliardetto del Celtic Football Club. Il kilt diviene un suo marchio di fabbrica: dopo 30 anni ci sono persone che ancora lo ricordano come “quello del kilt”. Il gagliardetto… beh, il gagliardetto…

Combatto da sempre chi si esprime in modo meno che entusiastico riferendosi ai “Magnifici Anni 80”. Nonostante tutto. In piena Guerra Fredda, i giovani adolescenti sono spaesati, alla ricerca di punti di riferimento, modelli culturali da abbracciare, sogni da coltivare, futuro da immaginare. Le due super-potenze si lanciano occhiate inquietanti, l’onda lunga della stagione del terrore si propaga ovunque, sono poche le certezze. E poi ancora: i Troubles irlandesi, la lotta contro gli sporchi regimi dittatoriali sudamericani, il tentativo di affermazione di milioni di cittadini del mondo per i loro diritti, la droga. Eh sì, la droga. L’eroina o le prime pasticche sono un micidiale strumento di fuga, non considerando il drammatico ed inevitabile ritorno sulla Terra ad effetto sfumato. Essa non riguarda fortunatamente i miei familiari o i miei amici ma vivo in una città di porto ed il problema è chiaro a tutti.

La mia musica preferita era (o meglio, è ancora) la New Wave, Gran Bretagna e dintorni. Il messaggio è: noi siamo contro. Siamo contro la Legge che considera Artista solo chi è in possesso di una tecnica vocale o strumentale prodigiosa o fuori dal comune. Molti ragazzi vogliono affermare che chiunque può suonare, l’importante è portare idee e sentimento. Sentivo lamentare i “vecchi” al proposito: per loro era inconcepibile. Se ai vecchi non piace, siamo sulla strada giusta, penso io.

Maturo in quegli anni un’irresistibile attrazione per l’Area Dispari, per i Contrari, per i Deboli, gli Sfortunati, i Perseguitati perché no. Comincio ad assaporare il gusto di “stare dall’altra parte” come irrinunciabile elemento di identità personale. Ricordate il gagliardetto?

“…un club la cui vera raison d’etre era fare carità”.

Narra la leggenda che in un mondo perfetto il Celtic Football Club non sarebbe stato fondato perché in un mondo perfetto non sarebbe esistita la povertà. In un mondo perfetto le persone avrebbero aiutato quelle in difficoltà senza ricompensa alcuna. Glasgow, negli anni 80 dell’Ottocento, è molto lontana dall’essere un luogo perfetto.

Brother Walfrid fonda il club biancoverde il 6 novembre 1887 per raccogliere fondi ed aiutare gli immigrati irlandesi in Scozia, emarginati per via della loro provenienza e della loro fede. Il Fondatore non vuole aiutarli solo in termini materiali ma anche ad affermare la propria Dignità. Tutto ciò non è Revisionismo romantico, è l’Identità del club. La gente d’Irlanda attraversa l’Irish Sea in proporzioni bibliche per sfuggire alla Grande Carestia, per cercare un lavoro e per costruirsi una vita. L’esodo porta migliaia di celts verso le città della Rivoluzione Industriale – Glasgow, Liverpool, Manchester, Londra, Edinburgo e Dundee. I folks vanno incontro ad un lavoro, sotto pagato magari, ma sempre di lavoro si tratta. Eppure le cronache ci parlano di manodopera non qualificata, condizioni di vita ai limiti della decenza, malattie, stenti. Le classi dominanti non muovono un dito (ma va?) per evitare l’alienazione agli immigrati, trattati poco più che come animali.

Non potevo non amare un Club nato per rappresentare la parte dispari della società.

Verso la fine della Terza Media vado in gita in Toscana (Pisa, Lucca e Torre del Lago). Ricordo ancora la data: 5 maggio 1986. Salgo sul pullman con il Corriere dello Sport sotto il braccio. Imboccata l’autostrada, la lettura della pagina sul calcio estero mi fa emettere un improvviso urlo di gioia in faccia agli stupiti compagni di classe, per non dire degli insegnanti. Leggo che il Celtic ha vinto il titolo superando gli Heart of Midlothian proprio sul filo di lana.

Alla vigilia dell’ultima giornata, i maroons hanno bisogno di un punticino contro il Dundee mentre i Bhoys devono vincere sul campo del St. Mirren con almeno tre reti di scarto. Ebbene, i granata perdono (0-2) grazie ad una doppietta di Albert Kidd, tifoso del Celtic e giocatore del Dundee mentre i Nostri travolgono il St. Mirren per 5-0. Fa sorridere, oggi: allora non era così semplice sapere i risultati dei campionati esteri, figuriamoci quello scozzese. Si comprava il Guerin Sportivo il martedì mattina ma non sempre si avevano i soldi necessari.

Come premio per la promozione, i miei genitori mi regalano una vacanza studio a St. Leonards on Sea, sud dell’Inghilterra, proprio in faccia alla Manica. Dal 27 luglio al 10 agosto. La scuola decide di portarci a vedere Londra in data 5 agosto. La data dovrebbe dirvi qualcosa.

Entrato con i miei amichetti a Trafalgar Square vedo un’impressionante marea verde: migliaia e migliaia di tifosi del Celtic in pellegrinaggio proprio per il Testimonial Game di David O’Leary. Ai limiti della commozione ne avvicino a decine, urlando con il mio inglese primitivo: “Hey, sono dei vostri, sono del Celtic anch’io! Anch’io sto dalla parte giusta, quella degli ospiti indesiderati, degli antagonisti!!!!” [Vabbè, probabilmente non usai proprio quelle parole ma il senso è chiaro, no?]
Cosa ci fanno qui? Dove diavolo stanno andando? Un ragazzo mi spiega e mi regala una sciarpa del Celtic, abbracciandomi come se fossi suo fratello.

Il Times riporta il giorno dopo che il livello di decibel della Clock End dov’erano assiepati i ragazzi biancoverdi è stato incomparabilmente più alto di quello dei tifosi dell’Arsenal e ciò ben prima dei due goal. Gli Hoops dileggiano gli inglesi urlando a squarciagola “There’s only one Maradona” ricordando la fresca Mano de Dios e sfottono la loro ex stella Charlie Nicholas, passato tre stagioni prima dal Celtic all’Arsenal, con il classico “Charlie, Charlie what’s the score?”.

Testimonial Game è la partita che si organizza per omaggiare un Grande che chiude la carriera. Il Testimonial è una sorta di dono offerto in segno di gratitudine e stima. A me piace pensare più al significato della parola nella nostra lingua: dimostrare concretamente le proprie idee, nei pensieri e nei comportamenti. E la mia idea è stare dalla parte che rema contro la corrente, dalla parte del Popolo Dispari. C’mon you Bhoys in green.

[Colonna sonora: U2 “An cat dubh/Into the heart” – Boy, 1980]

Articolo realizzato da Dario Gigante.

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