I 4 ace di Zaytsev e il cazzo che ci avete rotto.

Archiviate le Olimpiadi, ricomincia il campionato di Serie A. “Era l’ora!”, diranno molti più o meno in astinenza dai propri colori sociali, per quanto l’estate sportiva sia stata particolarmente carica di eventi tra Europei, Copa America Centenario e Olimpiadi. Eventi che – senza entrare nel merito – hanno avuto comunque il pregio di oscurare almeno in parte le bordate giornalistiche tipiche del periodo estivo: “scoop” da calciomercato (a Milano aspettano ancora Pjaca) e vaneggiamenti economico-finanziari su transazioni di giocatori e passaggi di società (si è perso il conto di quante aziende cinesi siano state individuate come acquirente del Milan. Nel dubbio Galliani ha chiuso per José Sosa, che gli ultimi colpi è bene spararli finchè si è in tempo), insomma tutto il classico materiale buono come riempitivo finché il pallone nazionale è fermo.

Uno sport che invece non si è mai fermato è quello del disprezzo anticalcistico, rilanciato alla grande da Francesco Altomare (chiiii? Twitstar al servizio di Mediaset come digital strategist, boh)

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Tralasciando “dettagli” quali che chi lo paga è lo stesso che paga ancora direttamente vari giocatori e che paga direttamente e non varie società calcistiche tramite l’acquisto dei diritti TV delle partite (ma d’altronde pecunia non olet), o che i giocatori della Serie A1 di volley stanno su cifre che mediamente si aggirano sui 250mila euro annui, dieci e più volte inferiori a quelli dei top della Serie A calcistica ma non esattamente bruscolini in valore assoluto; tralasciando questo dicevo è difficile non notare una certa dose di hipsterismo – o, se preferite, qualunquismo – nel metter a confronto sia la caratura e passione sportiva degli atleti di due sport diversi sulla base dei loro stipendi, sia, in seconda battuta, nel metter a confronto (con ovvia nota dispregiativa) la passione e l’affetto dei tifosi verso i propri beniamini a seconda di che sport seguono (e aggiungo: sarei curioso di sapere se Francesco Altomare è un abituale aficionados della serie A1 di volley). Comunque, questo tweet da 1200 e passa interazione tra “mi piace” e “retweet” in fondo ben riassume un certo pensiero comune sul pallone: chi lo segue è un coglione, chi lo pratica ad alti livelli un ladro, chi lo pratica a bassi un illuso, o un fomentato.

Retorica da quattro soldi in buona sostanza, necessaria per certe persone che così possono dirsi fra di loro quanto sono fighi a non seguire il calcio (di cui magari seguirebbero il torneo olimpico nel caso non fosse uno sport ad altissima esposizione mediatica e ci fosse una nostra nazionale olimpica di livello). Probabilmente è più apprezzabile chi dice che ad esempio il calcio gli fa schifo e preferisce seguire il basket, quindi si guarda la NBA. Almeno uno che guarda l’NBA certamente non motiverà con “eh ma i guadagni dei kalciatori!!1!1!!” per ovvie ragioni.

Tuttavia, nella schiera dei nemici del pallone c’è una frazione che può toccare direttamente anche molta gente come noi, ovvero coloro, con un bagaglio più o meno grande di militanza, ma comunque immersi nel mondo della sinistra: i compagni anticalcio. No, non dico dell’amico scarso che chiamate a calcetto per trovare il quinto che vi manca (che poi sarei io); parlo di quelle persone, politicamente più o meno impegnate a sinistra, che detestano il calcio. Attenzione: il problema non è detestare il calcio, il problema è che molti di costoro procedono all’identificazione del calcio come “oppio dei popoli”, come “circenses” da dare al proletariato, come strumento della reazione, come ostacolo alla rivoluzione o come impedimento alla militanza politica. Storia vecchia in realtà, ma che mi è capitato più volte di constatare di persona. Da qui, la tendenza talvolta di denigrare ancor prima che il calcio “causa dei mali del mondo”, anche chi lo segue, che nel migliore dei casi è un “compagno che sbaglia”, nel peggiore un drogato imbecille che prende la morfina calciofila direttamente dalle mani della borghesia capitalista, paragonabile a un praticante religioso integralista che ascolta acritico il sermone del prete o la kuthba dell’imam.

Dubito sia utile far un’arringa difensiva del calcio, specie qui. Chi legge questo articolo probabilmente non ne ha bisogno, chi lo troverà per caso la intenderebbe come una difesa del “sistema calcio” , questo nonostante la sfera di cuoio sia un vasto universo che comprende plurime e complesse realtà, come quelle del calcio femminile e dilettantistico, o quelle del calcio popolare, o le questioni inerenti alle sottoculture ultras (o quel che ne rimane) come ci ha raccontato tempo addietro Valerio Marchi, o ancora esempi di resistenza e militanza da dentro il calcio e di resistenza CON il calcio. Sarebbe quasi banale mostrare ai compagni, dotati o forse no di spocchia intellettualistica , ma certamente poco propensi ad una lettura globale della questione e al non voler “vivere la contraddizione”, mostrare, dicevo, che stanno cadendo nel banale errore di confondere la natura del mezzo per poi andare a scambiarlo con il fine, non diversamente da chi confonde ossessivamente la moneta Euro con il fulcro della politica neoliberista finendo per bersi la “sovranità monetaria” come mezzo di liberazione del proletariato (come se la moneta sovrana non fosse stampata da governi capitalisti).

Il problema è che pure una volta mostrato questo, l’antipatia anticalcistica tenderebbe a rimanere troppo a lungo confusa con l’odio verso il sistema. Quindi compagni, come è ormai acclaratamente una barzelletta ad uso denigratorio la storia dei comunisti con le Nike o dei migranti poveri con lo smartphone, basta anche con questa storia che chi guarda il calcio è necessariamente un assuefatto dal sistema. Il calcio, che pur nell’aspetto del tifo ha connotazioni fideistiche (ma io kamikaze romanisti in nome di Totti ancora non ne ho visti, pur potenzialmente potendo esistere), non è “mezzo lobotomizzatore” come si vuol far credere. Soprattutto non lo è per chi lo segue e continua ad aver ben chiare in sé le critiche su un dato modello di gestione del calcio, sia dal punto di vista economico (comprese le deformazioni del calcioscommesse) che da quello “securitativo” (presente la strage di Hillsborough? Ecco) che sostanzialmente non è inerente al suo esser evento sportivo che appassiona.

Noi abbiamo fede nella maglia, perché dovremmo vergognarcene? Voi piuttosto vi dovreste vergognare a bollare come “servo del sistema” un operaio che si lamenta del suo abbonamento allo stadio aumentato fin troppo. O uno studente che si vede vietato l’accesso agli eventi sportivi perché è stato colpito da DASPO dopo una manifestazione. O un qualsiasi incensurato che si ritrova costretto a subire la scansione dei dati biometrici per andare a vedere la partita. O una donna calciatrice che per questa sua passione è bollata spregiativamente come lesbica.

Insomma compagni, noi nonostante l’effetto oppiaceo della fede calcistica ancora lo riconosciamo un proletario. Voi no, state un po’ messi come Francesco Altomare.

 

Articolo a cura di Federico Castiglioni.

2 thoughts on “I 4 ace di Zaytsev e il cazzo che ci avete rotto.

  1. Sai però qual è il problema? Che io “Modena volley regna” sui muri di edifici storici e sulle fontane di molte città europee non l’ho mai visto scritto. Ma dove mi giro, trovo “Roma merda” e “Lazio merda”. Amare il calcio non vuol dire negare che sia rifugio di persone a dir poco problematiche e spesso ammanicate con settori moooolto oscuri, compreso quello della piccola criminalità. Che poi si ritenga violazione dei diritti umani un istituto come il DASPO che è realtà in qualsiasi altra parte del mondo mi suggerisce che la parola compagni sia in bocca a bamboccetti che più borghesi di così si muore a cui hanno tolto di mano il giocattolo dopo averlo rotto. Uno che spacca una vetrina non è un compagno e me ne sbatto se per via del DASPO non può andare allo stadio. Che l’intervista a quelli che manifestano spaccando vetrine le abbiamo viste tutti e sappiamo cosa sono. Ragazzetti annoiati, altro che compagno.

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