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La battaglia per il controllo delle miniere: Superlega Vs UEFA

I protagonisti di questa storia non si dividono in buoni e cattivi, non stiamo parlando di una lotta del bene contro il male e soprattutto non ci sono né santi né eroi, da qualunque lato si approcci la questione. Le vicende che abbiamo commentato ininterrottamente per 48 ore riguardano esclusivamente la lotta tra due organizzazioni – la UEFA e il gruppo delle 12 squadre che ha tentato di lanciare la Superlega – che hanno cercato di sottrarsi reciprocamente una spropositata quantità di denaro. In questo discorso il calcio è stato sempre totalmente marginale, mentre i valori dello sport e della competizione ne sono completamente esclusi. Neppure la tanto sbandierata meritocrazia è stata un fattore per davvero; non lo sarebbe stata in una lega a inviti come non lo è nelle competizioni UEFA, che distribuisce i proventi in modo del tutto ineguale. Chiunque metta in mezzo queste questioni lo ha fatto per fini puramente strumentali al proprio tornaconto. Agnelli (o Florentino Perez, come preferite) e Ceferin sono le due facce della stessa medaglia, se siete in cerca dei salvatori dei ricordi della vostra infanzia siete nel posto sbagliato, cercateli altrove.
 
Nello specifico, le ragioni che hanno animato i 12 club a fondare la Superlega sono molto semplici: trarre un profitto maggiore dalle partite che giocano tra loro e registrare un flusso di ricavi prevedibile negli anni. Per ottenere il primo bisognava eliminare la UEFA: in primis perché è un intermediario e in secundis perché i club ritengono di essere in grado di gestire gli aspetti commerciali che li riguardano meglio di quanto abbia fatto la UEFA. Invece, per raggiungere il secondo degli obiettivi, ovvero rendere il flusso dei ricavi prevedibile, bisogna azzerare l’impatto dell’imprevisto sportivo e dunque creare una competizione dalla quale sia impossibile essere esclusi. Sul fronte opposto della barricata, la UEFA combatteva per mantenere lo status quo, continuando a fare quello che fa e ricevere la stessa quantità di quattrini.
 
La battaglia tra queste due organizzazioni va avanti da molto tempo: quella che abbiamo osservato in questi giorni è stata soltanto l’ultima, visibile, punta dell’iceberg. La riforma della Champions League – più squadre, più partite e soprattutto più partite tra squadre con un bacino di utenza maggiore – va in questo senso: si cercava di placare il sacro ardore imprenditoriale di queste squadre incredibilmente post-moderne nella loro interpretazione del ruolo di signori del vapore. Per un attimo si è pensato che questa riforma potesse placare gli animi, non è stato così. I top club hanno deciso di mostrare i muscoli e scattare in avanti, minacciando tutta la baracca di portarsi via il pallone. Abbiamo visto le reazioni a questo strappo accadere sotto i nostri occhi e sono state isteriche: i tifosi si sono strappate le vesti, arrivando a rimpiangere qualcosa che non è mai esistito, i media generalisti hanno continuato a difendere gli interessi di quelli a cui li difendevano già da prima, mentre le istituzioni hanno fatto il possibile per chiamare il bluff delle 12 squadre nel tempo minore possibile.
 
La UEFA ha comprensibilmente alzato il ponte levatoio e preparato l’olio bollente annunciando rappresaglie su vari campi: il range variava dall’immediata esclusione delle 3 squadre di superliga qualificate per le semifinali dell’attuale Champions arrivando all’esclusione dei calciatori tesserati delle infamous 12 agli Europei prossimi venturi. Seppur calcolando con somma attenzione l’effetto di pesi e contrappesi e cercando di captare ogni minima sfumatura nelle varie conferenze stampa e comunicati firmati dai protagonisti della vicenda, era impossibile prevedere con precisione in che misura queste minacce sarebbero state attuate. Le stessa mano che nelle prime fasi è stata ferro, è successivamente diventata piuma e quando Ceferin ha alzato il budget per le competizioni UEFA, le squadre transfughe – soprattutto quelle inglesi – hanno cominciato a sfilarsi, di fatto arrestando il progetto Superlega.
 
Poi ci sono le leghe nazionali. A vario livello di intensità, la Serie A, La Liga spagnola e la Premier League inglese hanno manifestato tutte grande sdegno nei confronti del progetto elitario. E come dare loro torto? Il loro prodotto avrebbe perso valore sia che le 12 avessero deciso di giocare la Superlega in aggiunta al campionato domestico sia che avessero deciso di non farlo. Nel primo caso avremmo avuto un campionato giocato dalle controfigure dei tesserati delle superbig, nel secondo addirittura uno senza di esse. A prescindere dallo scenario di approdo, le piattaforme televisive avrebbero preteso una ridiscussione al ribasso dei termini contrattuali stabiliti.
 
D’altronde la chiusura del rubinetto dei ricavi TV non può che turbare i sonni dei presidenti delle squadre del campionato italiano nel suo complesso, tanto che sia dovuto ai risvolti della crisi pandemica quanto che dipenda dall’aver subito scelte imprenditoriali altrui. Salvo rare eccezioni, infatti, nel corso degli ultimi 3 decenni nessuno presidente di Serie A ha avuto problemi a gettarsi anima e corpo nelle braccia delle pay-TV con il risultato di avere modelli di business ben sotto la soglia di sostenibilità. Tradotto in parole povere, se Sky, DAZN e compagnia avessero deciso legittimamente di stringere la cinghia, molte squadre – a qualsiasi livello – avrebbero potuto scomparire in tempi molto brevi. È il libero mercato baby, e se punti tutte le tue fiches sul cavallo sbagliato vai fuori. Con buona pace dei tifosi e della loro eterna fede verso la maglia, troppo spesso utilizzata dai dirigenti per invocare un qualche tipo di paracadute per le loro scelte imprenditoriali scellerate (abbiamo visto moltissime conferenze stampa a tema nelle ultime 48 ore) per poi essere calpestata ogni qualvolta esiste una strada più remunerativa da imboccare.
 
I tifosi se non altro ci hanno messo poco a far sentire la loro voce. Quelli inglesi con manifestazioni più o meno coordinate all’esterno degli impianti di gioco, o con decisioni collettive (la Kop del Liverpool ha deciso di ritirare tutte le bandiere da Anfield mentre quelli del Chelsea hanno protestato in massa fuori da Stamford Bridge ); quelli tedeschi, invece, lo hanno fatto attraverso le associazioni – tra tutte FSE (Football Supporters Europe, sede ad Amburgo) ha forse rilasciato forse il comunicato più duro di questi giorni. I tifosi italiani, invece, si sono a malapena fatti notare e non è una novità in questi casi: troppo impegnati a guardare al proprio orticello (“tanto continuerò a seguire la mia squadra come ho sempre fatto”) o a specchiarsi nel purismo massimalista oppure semplicemente vittime della propria indolenza.
 
Chi invece non ha scuse per essere stato spettatore inerme di questa tentata rivoluzione è il blocco dei calciatori – soprattutto italiani. Eppure sarebbero stati proprio loro a essere toccati in prima persona: costretti all’esclusione dalle proprie nazionali e a giocare un numero infinito di partite. La loro remissività agli eventi è stata francamente imbarazzante, inspiegabile se si considera cosa c’era in ballo. Persino Ceferin ha intuito la gravità della questione, bollando con un “troveremo una soluzione legale” che non poteva risolvere assolutamente niente e che nemmeno c’entrava il punto della questione. Soltanto i calciatori del Liverpool hanno avuto il coraggio di esporsi collettivamente, condividendo sui loro profili social un testo che manifestava contrarietà al progetto. Lo hanno fatto quando i giochi erano già fatti, è vero, ma non possiamo sapere che non lo avrebbero fatto nel caso in cui la Superlega fosse andata avanti.
 
Arrivati a questo punto, lo avrete capito, lo scenario non sembra confortante da nessun punto di vista lo si guardi, e il rapido collasso della Superlega non sposta niente. Il calcio era terreno di scontro dell’ipercapitalismo prima, durante e dopo la breve epopea della Superlega, non dobbiamo dimenticarlo. Non abbiamo ricette magiche da mettere in pratica per portare cambiamenti radicali allo stato delle cose, salvo incoraggiare chiunque abbia a cuore il pallone a organizzarsi per cambiare la sua traiettoria evolutiva: sia attraverso il sostegno alla squadra popolare e/o di quartiere di riferimento, sia attraverso la pressione alla dirigenza della propria squadra (la riformata Champions League sarà simile alla Superlega) ma qualcosa va fatto. Da tutta questa caciara, ci auguriamo che i tifosi abbiano imparato una piccola lezione: l’auto-organizzazione è possibile. Lavorando dal punto di vista politico è possibile creare un’azione che abbia un impatto sulle decisioni prese ai vertici del sistema. La deriva turbocapitalista del calcio non è certamente cominciata nella notte di domenica – anzi è probabilmente congenita al pallone – e di certo non è terminata ieri sera, ma sicuramente può essere arginata, limitata o orientata verso un altro obiettivo. Sta a noialtri stabilire quale sia e lavorare a un modo per raggiungerlo.
 

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