Antifascisti in rossonero: la Lucchese del 1936/37.

Quando Ernő Erbstein arriva a Lucca, nel 1933, è un 35enne magiaro con un passato di basso profilo come giocatore e una carriera da allenatore iniziata solo da qualche anno (la prima esperienza in panchina, alla Fidelis Andria, è del 1927) ma già estremamente promettente, grazie alla vittoria con il Cagliari del campionato di Prima Divisione, l’odierna Lega Pro, del 1930/31 e all’esperienza in serie A con il Bari. Il presidente Della Santina, un ricco costruttore, vuole tornare in B, assaggiata fugacemente tre stagioni prima e subito perduta; per farlo decide di puntare tutto su Erbstein, considerato dagli addetti ai lavori uno dei tecnici più preparati di tutto il panorama italiano. Inizia in questo momento una storia incredibile, non tanto per i risultati sportivi (comunque eccellenti e mai più ripetuti dalla Lucchese) quanto per la straordinaria serie di circostanze che porterà in rossonero nel giro di tre anni una nutrita pattuglia di antifascisti più o meno dichiarati. Che nel 1936/37 saranno cinque più l’allenatore: un numero enorme per quei tempi, che indubbiamente costituiscono l’epoca d’oro del regime mussoliniano.

Lucchese 1933/34
La Lucchese del 1933/34: Erbstein è il primo a sinistra.

Il primo componente di quel gruppo di ribelli e oppositori viene acquistato subito, nel 1933. Erbstein ha una squadra buona, ma gli serve qualcuno in grado di dare ordine a centrocampo e di dirigere il gioco; e l’uomo che trova è un vero e proprio outsider. Si chiama Bruno Scher. Erbstein lo ha allenato a Bari in serie A l’anno prima e ne ha apprezzato le grandi doti fisiche e tecniche, che però non sono bastate a consacrarlo: la società infatti ha deciso di metterlo fuori rosa e l’allenatore magiaro ne ha dovuto fare a meno dopo solo nove partite. Il motivo è duplice: Scher è comunista dichiarato e, come se non bastasse, si è pure rifiutato di italianizzare il proprio cognome in “Scheri”. A fine stagione ha lasciato Bari, ma Erbstein non l’ha dimenticato. Lo chiama a Lucca e il centromediano istriano accetta di buon grado quell’occasione, diventando il perno della squadra rossonera che viene promossa in B dopo aver dominato sia il girone F che il girone finale C (cinque vittorie e un pari su sei partite) della Prima Divisione 1933/34.

Bruno Scher
Bruno Scher in rossonero.

La promozione al primo colpo non accontenta Erbstein, che vuole rinforzare la squadra per permetterle di ben figurare anche in cadetteria. Ed è così che, per caso o per destino, anche il secondo tassello va al proprio posto. Aldo Olivieri fino all’anno prima era considerato uno dei migliori portieri italiani; arrivato in massima serie al Padova dopo tre grandi stagioni in B al Verona, la fortuna gli ha però voltato le spalle: prima si è fatto male a una spalla dopo otto partite, quindi è rientrato per un’amichevole contro la Fiumana e, in uno scontro di gioco con il centravanti Gregar, si è fratturato il cranio. Olivieri è un miracolato: i dottori hanno usato trapano, bulloni e una lastra di ferro per rimettergli a posto la testa. Chiaramente gli hanno anche suggerito di lasciare il calcio a meno di non voler rimetterci la pelle, ma Aldo non è dello stesso parere e decide di rientrare. Erbstein gli dà fiducia e lui lo ripaga con quattro stagioni clamorose, che gli varranno la maglia da titolare ai Mondiali del 1938 poi vinti dall’Italia. Aldo Olivieri, il “gatto magico”, la pensava così sul fascismo: “Quando giocavo, fui punito in un solo caso. Erano gli anni fascisti, io entrai in campo senza fare il saluto romano, strinsi la mano al capitano avversario e l’arbitro me la fece pagare. Io non sono mai stato fascista. Anche in Nazionale: mi adeguavo, ma non approvavo. Dei giocatori, soltanto Monzeglio era un fanatico in camicia nera. Anche Pozzo non confondeva la politica col calcio, e difatti faceva in modo che del Duce non si parlasse mai. Sì, eravamo obbligati a fare il saluto, a recitare, e io recitavo. Ma mai ho preso la tessera: se si ama la libertà, non si può essere fascisti”.

Aldo Olivieri vs Francia
Aldo Olivieri contro la Francia ai Mondiali del 1938.

Il primo anno con Olivieri in porta la Lucchese ottiene una comoda salvezza, il successivo (stagione 1935/36) invece arriva il trionfo e la promozione. Tra i grandi protagonisti della cavalcata verso la serie A c’è il terzo ribelle, forse il più anticonformista di tutti: Libero Marchini. Come il padre, anch’egli è un anarchico convinto e la sue posizioni antifasciste sono note. A Lucca trova la sua dimensione ideale: interno infaticabile e con buona predisposizione al gol, spicca per carattere e qualità in mezzo ai compagni e a fine campionato si guadagna la convocazione in nazionale per le Olimpiadi del 1936. A Berlino gioca tutte le partite e contribuisce alla vittoria italiana, un successo che per il ct Pozzo avrà sempre un significato speciale in quanto ottenuto con calciatori senza alcuna esperienza internazionale (ai Giochi, allora, potevano andare solo i dilettanti e il selezionatore aveva chiamato giocatori-studenti). Marchini si distingue anche per un gesto immortalato da una celebre foto: al termine della vittoriosa finale con l’Austria, invece di fare il saluto fascista finge un prurito alla coscia sinistra e si abbassa. “Sono Libero di nome e di fatto”, la frase che lo consegna alla storia.

Libero Marchini Olimpiadi 1936
Libero Marchini, terzo da sinistra, non fa il saluto romano.

Erbstein ha portato la squadra dove voleva, in serie A. Ora però gli servono dei rinforzi per affrontare al meglio la nuova categoria, e due di questi sono il quarto e il quinto pezzo, gli ultimi, del mosaico antifascista che si è composto all’ombra della Torre delle Ore. Gino Callegari, 25enne padovano, arriva in prestito dalla Sampierdarenese; è un mediano fisico ma in possesso di ottime doti tattiche, e al suo attivo ha anche una stagione giocata con la maglia della Roma. Proprio durante l’esperienza in giallorosso si è verificato un episodio che spiega meglio di tanti discorsi il personaggio: alla prima giornata del campionato 1933/34 Mussolini è sceso in campo per salutare i giocatori della Roma, introdotti dal capitano Bernardini, e quando gli è stato presentato Gino lo ha guardato, ha detto “Ah, l’anarchico” ed è passato oltre senza salutarlo. Perché Callegari anarchico lo è davvero, e non lo nasconde.

Gino Callegari
Gino Callegari fra Biavati e Puricelli (Bologna-Liguria del 1941).

Anche l’altro uomo è stato protagonista di un mancato saluto, questo però ancor più celebre. Il 10 settembre del 1931, in occasione dell’inaugurazione non ufficiale dello stadio della Fiorentina, quando i viola si sono schierati a centrocampo per il saluto romano uno di loro ha tenuto il braccio abbassato. Si chiama Bruno Neri e il suo nome diverrà sinonimo stesso dell’antifascismo nel calcio italiano. Erbstein vuole qualcuno in grado di guidare la squadra in campo e nello spogliatoio, e il calciatore che diverrà partigiano fa al caso suo. Con Neri in campo la formazione è perfetta, come dimostra il settimo posto finale, miglior piazzamento di sempre dei rossoneri nel campionato di A.

Bruno Neri
Il celebre saluto rifiutato di Bruno Neri, ai tempi alla Fiorentina.

La stagione successiva la magia si interrompe. La squadra perde moltissimi giocatori, tra i quali Neri e Marchini (passati rispettivamente al Torino e alla Lazio), e ad aprile deve fare a meno anche di Erbstein, costretto a fare le valigie a causa delle leggi razziali che gli impediscono, in quanto ungherese di origine ebrea, di continuare a mandare le figlie a scuola. Ferruccio Novo, presidente del Torino, gli propone di trasferirsi ai granata ed Erbstein accetta, portando con sé per la stagione 1938/39 il neo-campione del mondo Olivieri. La squadra (dove gioca ancora Bruno Neri) arriva seconda alle spalle del Bologna, ma ancora una volta Erbstein deve lasciare a metà: l’inasprimento del clima antiebraico lo porta a trasferirsi a Budapest, dove verrà catturato dai nazisti nel 1944; grazie a una fuga e alla protezione nel consolato svedese di Raoul Wallenberg riuscirà a salvare se stesso e la famiglia. Novo lo richiamerà a guerra finita ed Erbstein, stavolta in veste di direttore tecnico, costruirà un’altra formazione fantastica, destinata stavolta a durare e a dar vita a una leggenda sportiva con pochi eguali: il Grande Torino. Morirà anche lui nel tragico incidente di Superga.
Bruno Scher saluta per sempre la serie A al termine del campionato 1937/38. Un gerarca di Lucca gli suggerisce ancora di italianizzare il cognome, ma per questo comunista istriano dal carattere di ferro la dignità vale più della massima serie. Scenderà in C e chiuderà la carriera nella sua terra.
Aldo Olivieri, il campione del mondo con una placca di ferro nella testa, lascerà il Toro l’anno prima dell’arrivo di Mazzola e Loik. Allenerà fino a 60 anni e morirà a 90, smentendo così le previsioni dei medici.
Libero Marchini alla Lazio non avrà troppa fortuna: dopo un inizio positivo verrà messo fuori rosa per un’intera stagione, ufficialmente per aver cercato di firmare un contratto con il Torino (secondo lui, invece, per essersi rifiutato di scendere in campo a Palermo). Nel 1939 approderà in granata, ma non riuscirà più a tornare ai livelli di Lucca. L’ultima maglia indossata sarà quella della Carrarese, la destinazione ideale per un anarchico come lui.
Gino Callegari tornerà alla Sampierdarenese (chiamata Liguria), dove giocherà fino al 1943. Durante la guerra passerà al Genoa, con il quale vincerà la Coppa Città di Genova organizzata nel 1945 per supplire all’assenza dei campionati, quindi si trasferirà all’Entella di Chiavari, dove si ritirerà. Morirà di leucemia il 14 aprile del 1954, giorno del suo 43° compleanno.
Bruno Neri cadrà in combattimento vicino all’eremo di Gamogna, sull’Appennino tosco-emiliano, falciato dai colpi di mitragliatrice dei tedeschi. Simbolo della Resistenza degli sportivi italiani, la sua unica stagione in rossonero sembra tutto tranne che una casualità.
Scher, Olivieri, Marchini, Callegari, Neri, Erbstein. Sei nomi. Sei uomini. I sei ribelli della Lucchese del 1936/37, la squadra più antifascista della storia del calcio italiano.

Erbstein Lucchese

Fonti:
Pallone e moschetto (Radio Cora)
Lucchese anni Trenta, di Luciano Luciani

5 thoughts on “Antifascisti in rossonero: la Lucchese del 1936/37.

  1. Leggo solo oggi, 22 luglio 2017; am(av)o il calcio, quello di cui si parla nel bellissimo articolo (scritto in perfetto italiano) che narra le storie di Uomini veri, indomiti pur di fronte all’orrore nazi/fascista. Grazie e complimenti.
    Franco, aquilano classe “50”.

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