Storia di tre rifiuti.

Dire no alla nazionale è da qualche anno una specie di moda. C’è chi lo fa per prolungare la propria carriera nei club, chi aspetta una chiamata più importante, chi non va d’accordo col commissario tecnico e preferisce starsene a casa. Qualche tempo fa le cose non stavano esattamente così. Rinunciare alla nazionale era una scelta difficile, ricca di conseguenze extrasportive, e i giocatori autori del “gran rifiuto” si contavano sulle dita di una mano. Specialmente in Spagna.
Nel paese iberico, si sa, esistono da sempre notevoli problemi di unità nazionale. La dittatura tenne unite con la forza comunità che insieme non volevano stare, ma dopo la morte di Franco la situazione cambiò; nel giro di tre anni le sempre maggiori spinte autonomiste portarono alla costituzione delle Comunidad autónomas. Anche nel calcio si registrò un netto cambio di rotta. Prima del 1975 rifiutare la convocazione in nazionale era semplicemente impossibile, cosa che spiega le presenze anche di noti indipendentisti (uno per tutti, il portiere dell’Athletic José Ángel Iribar, che fu anche membro di Herri Batasuna); dopo quella data le maglie si allargarono, anche se la Ley del Deporte introdotta nel 1990 stabilì che non presentarsi in nazionale dopo una convocazione avrebbe comportato una squalifica di almeno un anno. Un deterrente nient’affatto trascurabile, ma che da solo non basta a spiegare il numero irrisorio di convocazioni rifiutate negli ultimi 25 anni.
Bisogna considerare come molti atleti, anche chiaramente indipendentisti, abbiano sfruttato la nazionale per ottenere visibilità e cercare di vincere trofei: atteggiamento umanamente comprensibile ma molto criticato, specie da coloro che detestano le autonomie regionali. Nonostante tutto, dal 1975 a oggi ci sono stati tre casi di calciatori “spagnoli” che hanno deciso di non indossare la maglia della Roja. Uno per ognuno degli stati non riconosciuti che lottano maggiormente per la propria indipendenza: Catalunya, Euskadi e Galicia.


Inaxio Kortabarria – Euskadi
Kortabarria
Il capitano della miglior Real Sociedad di sempre, che vinse due campionati consecutivi (1980/81 e 1981/82) e arrivò alle semifinali della Coppa dei Campioni del 1982/83, fin da giovanissimo fu un convinto sostenitore della sinistra indipendentista basca. A quei tempi non era raro che i giocatori di Euskadi manifestassero una propria coscienza politica, specie in relazione al tema dell’indipendenza, e Kortabarria era uno dei più impegnati; come racconta il suo ex compagno Joxean De la Hoz Uranga detto Trockij (il giocatore più politicizzato di quella Real Sociedad) nel libro Calciatori di sinistra, non era raro trovarlo alle manifestazioni politiche che si svolgevano numerose a Donostia. Venne convocato per la prima volta dalla Spagna nel 1976, in piena Transizione (il processo di passaggio dalla dittatura alla democrazia, comunque gestito dagli uomini del regime), e indossò la maglia della Roja per quattro volte. Dal 1977, però, non fu più chiamato. Dopo che il paese acquisì stabilmente un governo di tipo democratico, Kortabarria disse chiaro e tondo al c.t. Kubala di non voler più difendere i colori della Spagna: lui era per l’indipendenza di Euskal Herria e non gli interessava giocare con la nazionale spagnola. Ora era libero di scegliere, e aveva deciso di restare fedele ai propri ideali. Kubala dovette così rinunciare al difensore più forte di quella generazione, che senza dubbio avrebbe potuto partecipare da protagonista a numerosi tornei internazionali. Fu il primo giocatore della storia a lasciare la Roja per motivi politici. In compenso, indossò in due occasioni la camiseta verde dell’Euskal Selekzioa.
Non poteva andare diversamente per l’uomo che il 5 dicembre del 1976, insieme al Txopo Iribar, scrisse una pagina fondamentale della storia dei Paesi Baschi. Quel giorno ad Atotxa, lo stadio dell’Erreala, si giocava il derby con l’Athletic Club; i due capitani, Kortabarria e Iribar appunto, portarono in campo l’ikurrina, la bandiera basca, che ancora era ritenuta illegale. Poco più di un mese dopo, il 19 gennaio 1977, il suo uso fu nuovamente autorizzato. La foto di Kortabarria e Iribar che entrano con l’ikurrina sul prato di Atotxa è una delle icone più celebri dell’indipendentismo basco.

Derby Ikurrina


Nacho – Galicia
NachoJosé Ignacio Fernández, detto Nacho, fu uno dei grandi protagonisti del miracolo della SD Compostela. Il club di Santiago aveva passato praticamente tutta la propria esistenza tra Tercera e Segunda B, ma all’inizio degli anni ’90 fu promosso prima in Segunda e quindi in Primera, dove approdò nel 1995. Per quattro anni la piccola squadra galiziana mantenne la categoria, per poi retrocedere nel 1998 e finire inghiottita dai debiti nel 2004 (ora milita in Segunda B). Nacho, terzino sinistro, si trasferì dal Celta nel 1992 e partecipò in prima persona alla gran cavalcata del Compos nella Liga. La stagione 1995/96 fu senza dubbio la migliore della storia del club: alla fine del girone di andata la SD Compostela era seconda dietro all’Atletico Madrid, quindi perse un po’ di smalto nel ritorno ma concluse comunque con un ottimo decimo posto. Solido in difesa e dotato di gran proiezione offensiva, Nacho giocò splendidamente e il suo nome finì sulla bocca di tutti, perfino su quella del c.t. Javier Clemente. Nel novembre del 1995 il selezionatore dichiarò che il terzino gli piaceva molto e che lo avrebbe sicuramente chiamato nelle partite successive, con l’obiettivo di portarlo al campionato europeo che si sarebbe giocato in Inghilterra a fine stagione. I media galiziani ben conoscevano il sentimento nazionalista di Nacho e non persero l’occasione; la TV Galega lo intervistò in merito a una sua possibile convocazione, la prima in assoluto per un giocatore del Compos, e la sua risposta fu chiara: “Non me interesa xogar con Espanha“. Nacho aggiunse che in Spagna c’erano molte persone che si identificavano con la nazionale e che potevano rappresentarla, cosa che gli pareva bellissima, ma che la sua ambizione non era quella. Apriti cielo. Il giocatore gallego fu messo nel mirino e per alcuni mesi non si parlò che dei suoi sentimenti anti-spagnoli. La storia finì quando Clemente, peraltro nazionalista basco, telefonò a Nacho prima dell’amichevole di aprile tra Spagna e Norvegia; i due si chiarirono e il c.t. non inserì il nome del giocatore nella lista dei convocati, evitandogli la squalifica prevista in caso di rifiuto. Il caso si sgonfiò e Nacho finalmente fu lasciato in pace. Quel ragazzo umile, che utilizzava abitualmente il galiziano per esprimersi e frequentava manifestazioni e movimenti sindacali, aveva un sogno: giocare con la rappresentativa della Galicia, il suo Paese, dove aveva passato tutta la propria carriera rinunciando anche a offerte importanti. Non ci riuscì, ma nel 2005 sedette accanto a Fernando Vázquez nella vittoria della rinata selezione gallega contro l’Uruguay.
Este país (la Spagna, ndr) es muy dado a hablar de democracia, y cuando alguien manifiesta una opción personal totalmente pacífica, como hice yo, es atacado con el arma que se emplea ahora: los medios de comunicación”.


Oleguer Presas – Catalunya

OleguerSe negli ultimi anni c’è stato un giocatore lontano da tutti gli stereotipi tipici del calciatore, questi è Oleguer Presas. Un ragazzo che nel 2006, quando giocava titolare in uno dei migliori club del mondo, il Futbol Club Barcelona, scrisse un libro, Camí d’Ítaca, insieme all’amico poeta Roc Casagran. Un libro profondo, nel quale alternava il racconto delle 24 ore successive alla vittoria della Liga 2004/05 a riflessioni personali sulla società, sulla politica, sul catalanismo, sull’immigrazione, sul neoliberismo. Un’opera lontana anni luce dalle barzellette di Totti o dalle mille autobiografie degli idoli del momento. Oleguer, laureato in Economia alla Universitat Autònoma de Barcelona, è sempre stato un uomo di sinistra (è noto il suo appoggio alla CUP), fortemente compromesso con la causa dell’indipendenza della Catalunya. Una testa pensante, capace di partecipare a un saggio sul “no” alla costituzione europea e di scrivere nel febbraio del 2007 un articolo sullo sciopero della fame del membro di ETA Iñaki de Juana Chaos, nel quale condannò l’ipocrisia dei governi di ogni colore, il trattamento di favore riservato ai terroristi di destra e i problemi della giustizia spagnola; dopo la pubblicazione del pezzo la marca Kelme ruppe il contratto di sponsorizzazione con lui, dichiarando di voler equipaggiare sportivi e non politici. Oleguer fu duramente attaccato da Salva Ballesta, che dichiarò di rispettare di più una merda di cane, e da allora venne regolarmente fischiato negli stadi più nazionalisti di Spagna. Non si lamentò mai di questi trattamenti, consapevole di poter rappresentare un megafono importante, con la sua popolarità, per le cause in cui credeva; disse soltanto di essere triste perché la maggioranza delle persone che lo criticavano non aveva neppure letto il suo articolo, negandogli in tal modo la possibilità di confrontarsi in modo costruttivo.
La carriera di Oleguer, centrale fisico e dai piedi abbastanza ruvidi, riflette in modo preciso le sue convinzioni. Fino a 24 anni militò nel calcio di secondo piano, tra Gramenet e Barcelona B, e fu solo nel 2004 che arrivò in prima divisione con la maglia blaugrana. La sua parabola con il Barça fu breve ma ricca di successi: in quattro stagioni vinse due campionati, una supercoppa e soprattutto la Champion’s League 2005/06, disputando da titolare la finale con l’Arsenal. Fu allora che Luis Aragonés, selezionatore della Spagna, lo chiamò per una stage di preparazione in vista del Mondiale 2006. Oleguer si presentò per non incorrere in una squalifica, ma tornò quasi subito a casa. Aveva parlato con il c.t. e gli aveva spiegato di non essere abbastanza motivato per rappresentare la Roja, verso la quale non sentiva il necessario senso di appartenenza. Non fu più chiamato. Con la sua vera nazionale, la Catalunya, giocò un totale di 6 partite .
Nel 2008 si trasferì in Olanda, all’Ajax, e nel 2011 si ritirò dal calcio giocato a 31 anni appena compiuti. Non si divertiva più, e comunque aveva sempre avuto altre inquitudes, come le definì lui stesso. Un degno finale per chi era stato tutto fuorché un semplice giocatore di calcio.

Oleguer Catalunya

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