La risata di Manuel Fernández Fernández, detto Pahiño.

Poco fuori dal centro di Vigo c’è il quartiere di Navia, una delle zone più in crescita della città. Negli ultimi anni il progetto urbanistico ha portato a ripopolare l’area, divenuta residenziale e commerciale grazie anche alla presenza di una delle arterie principali della città galiziana. Pochi anni fa è stato inaugurato anche un nuovo centro sportivo a Navia, alla presenza di alcuni giocatori famosi di Celta Vigo e Deportivo La Coruña, le due squadre della Galizia più conosciute. Era il giugno del 2010, un pomeriggio soleggiato come tanti.

L’importanza dell’apertura di quel campo però non è solamente urbanistica, per capire perché quel piccolo stadio sia davvero un simbolo per il quartiere di Navia – e se si vuole anche per il calcio spagnolo – bisogna aspettare le formalità di rito. I saluti delle istituzioni, le parole di circostanza dei calciatori e poi il ricordo. Il ricordo di uno degli attaccanti più prolifici della penisola iberica, vissuto in un’epoca in cui le sue idee sinistrorse gli permisero sì di giocare nel Real Madrid ma di essere ostracizzato dalla nazionale. Un giocatore il cui nome fa venire i lucciconi agli occhi quando viene svelata la targa con l’intestazione. Manuel Fernández Fernández, per tutti Pahiño.

Come molti giocatori di un tempo, però, Pahiño ha lasciato dietro di sé una scia dei suoi successi che va man mano affievolendosi. Le epoche passano e il suo nome si fa più lontano e indecifrabile, ingiustamente. Manuel Fernández Fernández però non si merita l’oblio, soprattutto perché lo ha già vissuto quando ancora giocava a pallone. Sono gli anni Quaranta e questo Pahiño, nato e cresciuto a Vigo, segna caterve di gol con la maglia del Celta. È una punta diversa dal solito, riesce a anticipare il pensiero degli avversari per andare a rete. Non è furbo, è solamente differente. C’è chi dice che ha un’elasticità mentale atipica per quei tempi, e proprio la sua apertura a un nuovo modo di intendere il ruolo di calciatore gli procurerà non pochi guai.

Dopo essere cresciuto nel Navia, squadra del suo quartiere, Pahiño segna gol su gol con i Celestes. Il Real Madrid si rende conto che un attaccante del genere non può non giocare nei blancos e lo prende, ma poco prima accade un fatto che condiziona la sua carriera. Girano già molte voci su Manuel, sembra che non vada troppo d’accordo con il Caudillo e il regime, ma nessuno ha mai avuto riscontri sulle sue idee politiche. Succede che la nazionale spagnola lo convoca per un’amichevole di prestigio a Zurigo nel giugno del 1948, nell’estate del passaggio al Madrid. Si gioca all’Hardturm contro la Svizzera, il pre-partita è uno di quei racconti ammantanti di leggenda che la storia ci restituisce come verità, a detta anche dello stesso Pahiño.

Nello spogliatoio, qualche istante prima del fischio di gara, i giocatori ascoltano le indicazioni dell’allenatore quando entra un militare franchista. Fiero e rigonfio di patriottismo, questi sprona i giocatori con le solite frasi piene di retorica e tipiche del regime. Non è sbagliato supporre che il militare chieda di tirar fuori i coglioni o di far prevalere la superiorità spagnola sugli svizzeri. Fatto sta che Pahiño ascolta con disinteresse e alla fine del monologo si fa una bella risata. Non è sbagliato neppure immaginare la faccia del militare di fronte a quello sghignazzo bambinesco, argentino. Pahiño scrolla la testa, entra in campo e segna due gol nel tre a tre finale. In tribuna si parla solo di lui, ma non della prestazione. Non è andato giù quel riso beffardo.

La sua presa di posizione politica non gli vieta di diventare uno dei centravanti più prolifici del Real, il tredicesimo nella classifica di tutti i tempi, il secondo dietro a Cristiano Ronaldo per media gol. La Spagna però non lo chiama più, è inviso al Franchismo e non gli perdonano quella reazione a Zurigo. Sono gli anni di Telmo Zarra, Pahiño vince la classifica dei capocannonieri due volte ma è il basco il titolare con le Furie Rosse. Rosso è anche lui, perché inizia a circolare il soprannome di “futbolista rojo“. Abbastanza calzante, a dire il vero.

Pahiño è un calciatore di sinistra nell’epoca e nel luogo in cui essere di sinistra e giocare a calcio è una delle combinazioni più difficili da mettere a punto. Legge gli autori russi e c’è chi non sopporta di vederlo con Tolstoj o Dostoevskij in mano, perché la Russia significa solo comunismo. Manuel Fernández Fernández risponde con la solita risata, perché per lui è naturale segnare in area di rigore così come perdersi in Memorie del sottosuolo. Si definisce di sinistra e non ha paura di ammetterlo neppure in tarda età, poco prima di morire: forse qualche rimpianto c’è, ma tutto sommato i rimorsi sono quasi zero.

Le sue idee probabilmente gli hanno impedito di diventare ancor di più un mito per il calcio spagnolo e di avere più gloria di quanta non ne abbia avuta in vita e durante la sua carriera. È stato convocato per la Spagna solo altre due volte: un 2-2 a Dublino con l’Irlanda e una sconfitta per 4-1 a Wembley. In Inghilterra è rimasto in panchina, in Eire ha giocato segnando due volte.

È morto nel 2012 dopo aver segnato una generazione, soprattutto nella sua Galizia, dove ha chiuso con la maglia del Depor. Ha ricevuto meno di quanto ha dato, ma forse con il passare del tempo c’è chi si ricorderà di quella sua risata a Zurigo. Uno sberleffo in faccia ai franchisti che vale più di mille partite in nazionale.

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