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Minuto Settantotto

gente che si commuove con il diario di Bobby Sands e il gol di Sparwasser

Prokopenko, il calciatore sincero che portò Minsk sul tetto dell’Urss.

Morire come in uno dei più bei romanzi di Chuck Palahniuk. A tavola, in un ristorante, mentre tutti ti guardano e non sanno che fare. E tu non respiri. Stai soffocando, ma nessuno riesce ad aiutarti. Perdi le forze, alzi le mani, te le porti alla gola ma non serve a niente. Sbarri gli occhi e te ne vai. Hai 35 anni. E ti chiami Aleksandr Timofeyevich Prokopenko.

Chi sei? In Italia nessuno ti conosce. In Inghilterra? Neanche. In Russia? Qualcuno si ricorda di te. A Minsk? Dov’è Minsk? In Bielorussia. Ah giusto. Chiedi se ti conoscono a Minsk. Chiedilo a quell’uomo col colbacco e i baffoni, uguale ad altri mille, che sta bevendo al bancone di un bar. “Tovarish, chi era Aleksandr Prokopenko?” Lui si illumina. Si ricorda. Alza il bicchiere e brinda alla tua memoria. Minsk non ti ha dimenticato.

Del resto come avrebbe potuto? Qui il calcio è vita. E ti ricordi quanto lo era negli anni Ottanta, durante l’epoca Sovietica. Tempi duri, tempi di guerra fredda, di sacrifici. Tempi in cui il calcio aveva due soli padroni: Mosca e Kiev.

Ma nel 1982 successe qualcosa di inatteso. Una bielorussa, la tua Dinamo Minsk, salì sul tetto dell’Unione Sovietica. E quando era già successo? Mai. E quando sarebbe accaduto di nuovo? Mai.

Aleksadr recita con me: Vergeenko, Yanushevski, Truhan, Zygmantovich, Kumenin, Gotsmanov, Prokopenko, Pudyshev, Vasilevski, Gurinovich e Kondratev. Allenatore? Ėduard Vasil’evič Malofeev.

A voi non dice niente? Peccato, perché è una delle storie più belle del calcio sovietico. Come spesso accade è una gara a due.

Da una parte c’è il Colonnello Lobanovskyi, con il suo calcio razionale, l’applicazione tecnica e scientifica ai dettami del football e tutte le sue vittorie. Diciamoci la verità, Aleksadr: lui non ti avrebbe mai fatto giocare. Mai.

Dall’altra parte, la tua, ci sono l’estroso Malofeev e il suo “calcio sincero”. Di vittorie ce ne sono molte meno da questo lato della barricata. O meglio ce n’è una sola, ma che vittoria.

1982. Il campionato ve lo giocate all’ultima giornata voi della Dinamo Minsk e la Dinamo Kiev. Lo Spartak Mosca è l’arbitro della contesa. Sì, ci sarebbe anche l’Ararat Yerevan, ma chi ci crede che fermeranno la Dinamo Kiev?

Aleksandr ProkopenkoLo Spartak vi affronta in casa e già si sentono strane voci. Probabilmente a Mosca preferirebbero una vostra vittoria, ma in federazione strizzano l’occhio a Kiev. E gli arbitri sono più sensibili alle indicazioni dall’alto che dal basso.

Ma raccontaci del calcio sincero. Cos’era? “Non si causavano infortuni, non c’erano scontri. Non c’erano pagamenti agli arbitri. Era un calcio puro, d’attacco. Il calcio di cuore. E non della testa”. Quello della testa andava più di moda nell’Ucraina del Colonnello.

E chi era il miglior interprete del “calcio sincero”? Esatto, tu: Aleksandr Prokopenko.

Ora per inquadrarti, a beneficio dei nostri lettori, bisogna rammentare due particolari caratteristiche.

Caratteristica numero 1: bevevi. Troppo. E proprio questo vizio ti porterà ad una conclusione precoce della tua carriera (non venirci a dire che è continuata a Baku, eri già abbondantemente fuori dai giochi) e a entrare e uscire fino al giorno della tua fine dalle cliniche statali per il recupero degli alcolizzati. Non proprio i posti più accoglienti della grande unione dei soviet socialisti.

Caratteristica numero 2: balbettavi. Tantissimo. E ti vergognavi mortalmente di questo, tanto da non concedere mai ai media del tempo la benché minima intervista.

Ci sarebbe anche una terza caratteristica, ma questa è facilmente intuibile, parlando di un personaggio del genere. Nonostante non finissi mai sui giornali, nonostante non andassi né in tv, né sulle radio, eri amato alla follia dai tuoi tifosi. In primis, e qui torna la caratteristica numero 1, bevevi con loro, in secundis, in campo eri uno spettacolo. Completamente istintivo, combinavi una classe e una visione di gioco incredibili con una capacità di corsa che sfiorava i novanta minuti effettivi.

E Minsk impazziva per te.

Malofeev, il tuo allenatore, era un grandissimo psicologo e cercava sempre di tirare fuori il meglio da voi giocatori, anche grazie a discorsi epici prima delle gare. Negli spogliatoi, quando la vostra Dinamo Minsk stava per affrontare lo Spartak a Mosca, raccontò una storia molto particolare. “C’è un gruppo di scimmie che sta attraversando la strada. E c’è anche un gruppo di leoni. Probabilmente i leoni faranno a pezzi le scimmie. Ma forse una di queste scimmie uscirà dal gruppo sacrificandosi, distraendo i leoni e permettendo alle altre di passare indenni. Oggi noi, come quella scimmia, dobbiamo tutti sacrificarci per gli altri e per la vittoria”.

Il sacrificio fu grande e nel miglior stile del “calcio sincero” la partita terminò con un roboante 4-3 per voi.

La Dinamo Minsk era campione dell’Unione Sovietica per la prima e ultima volta nella sua storia.

E tu, Aleksandr Prokopenko, eri stato l’anima, la bandiera e il simbolo della squadra.

Saresti morto di lì a sette anni, dimenticato, con un pezzo di cibo nella gola, in silenzio, come sempre.

 

Articolo a cura di Gianni Galleri.

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