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Minuto Settantotto

gente che si commuove con il diario di Bobby Sands e il gol di Sparwasser

Petar Borota, la leggenda del portiere volante.

A Marija.

Questa è una storia che finisce a Genova. Con il vento che soffia forte come sa soffiare a febbraio il vento, a Genova. Freddo e tagliente.

C’è una stanza silenziosa e modesta, ci sono molti fiori e ci sono dei quadri. Tele ovunque. Se ci fosse qualcuno che capisce di pittura direbbe che sono quadri astratti. Ci sono due persone famose. Una è Sinisa Mihajlovic. E’ l’allenatore del Catania, ma appena ha saputo quello che è successo ha preso il primo aereo ed è volato a Genova. La sua Genova.

L’altra è Vujadin Boskov. E non ha bisogno di nessuna presentazione. Soprattutto a Genova. I due si incontrano per le scale, il giovane è arrivato trafelato, con quella sua solita faccia scocciata, il vecchio sta salendo lentamente. Non c’è l’ascensore. Si guardano e prima di entrare in casa si abbracciano. Scuotono la testa. Vuja aggiunge: “Povero Petar”.

borota1Parlano italiano, perché, per quanto siano nati tutti e tre, compreso Petar, in Jugoslavia, ormai l’italiano è anche la loro lingua.

Ma chi è il Petar di cui stanno parlando? Al centro della stanza, con le mani congiunte sul petto, riposa, per sempre, un uomo di 57 anni. Ha una faccia stanca, come se la malattia l’avesse provato anche da morto. I suoi riccioli scuri non ci sono più da un po’ di tempo, caduti durante le cure, ma il ghigno sembra essere ancora quello dei tempi d’oro: quelli del portiere volante, quelli di Petar Borota.

Oltre a Genova ci sono altre due città che raccontano la storia del portiere jugoslavo. La prima è ovviamente Belgrado, la seconda è Londra. Ma andiamo con ordine.

Borota nasce nel 1953 nella capitale degli slavi del sud e solo 16 anni dopo esordisce nell’OFK Belgrado. La squadra è una grande decaduta del calcio serbo: ha infatti in bacheca 5 titoli, vinti tutti prima della Seconda Guerra Mondiale. Ha vissuto un grande periodo nei Cinquanta, ma poi di lei non si è più sentito parlare. È la più antica squadra della Capitale e ha un soprannome di quelli indimenticabili: i “Romantici”. Il giovanissimo Petar si fa notare ed entra nelle mire dei top club del Paese.

Top club in Jugoslavia si traduce con Partizan e Stella Rossa. E l’estremo difensore finisce a difendere i pali dei primi. E’ geniale. E’ spericolato. E’ completamente folle. Esce palla al piede dalla sua area e imposta il gioco per primo. Ma a volte gli va male, come a Dresda, quando a causa di un suo errore la squadra perde la gara e viene buttata fuori dalla Coppa dei Campioni. Nel team dell’esercito non hanno grande senso dell’umorismo e lo mandano via. E dove va?

A Londra. Sponda Chelsea.

Stop

Ragazzi che avete meno dii trent’anni non immaginatevi una squadra vincente e glamour come quella di oggi. Neanche lontanamente. E’ 1979 e i blues lottano per non retrocedere e rimpiazzare un11212459_10206859804436685_1464149796_n certo Peter Bonetti in porta non è la cosa più semplice del mondo. L’allenatore è la leggenda nordirlandese Danny Blanchflower, che lo prende subito sotto la sua ala. Il primo anno è un disastro per la formazione di Londra ovest, che retrocede mestamente. Ma per Petar il discorso è diverso. Il suo stile deciso ed eccentrico fa innamorare i tifosi. Le sue uscite sui piedi degli attaccanti dimostrano l’attaccamento alla maglia. È quello di cui Stamford Bridge ha bisogno per fidarsi di lui. Diventa un idolo. Il pubblico canta per lui.

A settembre durante il primo anno di Second Division arriva Geoff Hurst sulla panchina del Chelsea. La stagione si concluderà con una promozione persa per differenza reti. L’anno successivo Petar diventa capitano. Quando Hurst glielo propone, non ci vuole credere

E’ un protagonista. Tuffi, uscite con i piedi e grandi interventi, che gli frutteranno a fine stagione il titolo di Player of the Year (16 cleansheet in totale).

Petar BorotaIl rapporto con il manager successivo però non è idilliaco e Petar lascia Stamford Bridge e va prima a Brentford e poi in Portogallo, al Boavista e al Porto.

Quando appende i guanti al chiodo, prova con la carriera da allenatore, ma non fa per lui. Nei primi Novanta torna a Belgrado, dove continua a dipingere, dopo che ha scoperto questa sua passione a Londra, mentre ancora giocava.

Ma la fortuna gli gira le spalle e viene implicato in un furto di opere di Papa Jovanovic, il più grande pittore accademico jugoslavo del Ventesimo secolo. Finisce addirittura in galera, per sei mesi. Quando esce è un uomo distrutto. Lo salva il calcio, come spesso accade. Gli amici Boskov e Mihajlovic gli parlano di Genova e lo convincono a trasferirsi in Liguria, dove sarebbe potuto vivere con il frutto del suo lavoro da pittore.

La storia in realtà non finisce a Genova, ma di nuovo a Belgrado, al Nuovo Cimitero, dove il 25 febbraio viene tumulata la salma del grande portiere Petar Borota. Ci sono gli amici di un tempo, che non trattengono le lacrime. Un po’ ridono e un po’ piangono. Ci sono tutti: quelli dell’OFK e quelli del Partizan e anche quelli della Stella Rossa. Con un aereo sono arrivati anche gli amici inglesi, che non hanno scordato Petar. Chiudono gli occhi e ripensano a quella volta che contro il West Ham, annoiato si sedette per terra e cominciò a sfogliare il match program, e come allora sentono lo Stamford Bridge cantare. Cantare per Petar Borota, il portiere volante.

Articolo a cura di Gianni Galleri.

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