La versione di Raffaeli.

Chiunque leggendo Calci e sputi e colpi di testa, dove Paolo Sollier parla dei suoi colleghi come arroccati a difesa dei loro interessi e menefreghisti per il resto, definendoli «sbandati socialmente e politicamente», rimane colpito dalle parole utilizzate per descrivere un suo compagno di squadra: «comunista, ma del Pci». Parliamo di Giancarlo Raffaeli, terzino umbro con il quale Sollier ha condiviso, oltre alle stagioni al Perugia e al Rimini, anche l’interesse per la politica.
I più curiosi avranno cercato informazioni sul suo conto, con la speranza di imbattersi nel classico calciatore di sinistra. Purtroppo, la curiosità rimane tale. Nessun libro, nessun articolo, nessun riferimento. Dunque, quando le fonti secondarie sono assenti si procede indagando su quelle primarie.

Giancarlo Raffaeli

Partiamo dall’inizio. Come è stato giocare per la squadra della sua città (Foligno n.d.r.)?
È stato un po’ giocoforza, sono cresciuto calcisticamente nei vicoli di Foligno, poiché non c’erano strutture adeguate. C’erano solo il campo sportivo, qualche squadretta di quartiere e poi i vicoli; per questo ho cominciato nel settore giovanile del Foligno e poi, piano piano, sono entrato in prima squadra, iniziando la mia carriera da calciatore professionista. Facevamo la Serie D, che all’epoca era più competitiva di oggi perché in quel periodo c’erano solo la Serie A, B e C. Un campionato dove giocavano squadre storiche che ora sono nelle maggiori serie.

Durante questi anni il calcio era la sua unica occupazione o doveva lavorare per mantenersi?
In questi anni studiavo. Sono entrato in prima squadra quando avevo diciotto anni, dopo il diploma ho proseguito gli studi frequentando l’Isef. La mia carriera si è affermata a livello professionistico quando sono arrivato al Perugia.

La politica era presente nella sua vita prima che diventasse un calciatore professionista o è arrivata successivamente?
Non ho partecipato all’attività politica vera e propria, tuttavia ho partecipato a manifestazioni studentesche e scioperi vari. Partecipazione che rientrava nel mio essere di sinistra e comunista. Un po’ gli studi e un po’ il calcio hanno limitato la mia partecipazione alla vita politica del Paese.

Però rispetto alla media dei calciatori dell’epoca, ma anche di oggi, il fatto di partecipare a manifestazioni rappresentava una novità.
In linea generale sì, non ho mai incontrato tra i miei colleghi persone che si interessassero alla politica, era un po’ marginale, non era tra i pensieri primari dei calciatori. Non se ne parlava nemmeno, tranne in rare occasioni. Anche negli anni Settanta, dove ci sono stati dei forti sconvolgimenti sia interni che esterni, non si parlava di politica se non come fatto di cronaca. Ugualmente, negli anni a seguire, non ho riscontrato particolare interesse per la politica.

Come mai?
Non lo so, forse perché il calcio era un settore particolare oppure perché qualcuno aveva sì le sue idee, ma non erano prioritarie nell’attività che faceva. Magari restavano nella loro testa. Poche occasioni per poterne parlare o per poterle privilegiare, quindi non c’era questa abitudine di aprirsi politicamente.

La sua appartenenza politica le ha causato problemi a livello professionale?
Sì, ho avuto dei problemi nel periodo in cui militavo nel Perugia. Non dico dopo che ho conosciuto Sollier, come collega e come amico, però la mia appartenenza politica in quella direzione, come ho saputo a distanza di tempo, mi ha causato l’allontanamento al Rimini. La mia posizione politica non era vista ben volentieri. Parliamo sempre degli anni ’75-‘76 dove ancora c’era una certa antipatia per il comunista ed il partito comunista veniva visto come un nemico. C’erano delle perplessità, anche se a Perugia non ho mai fatto attività apertamente politica. Tuttavia, non avevo mai negato le mie origini.

I calciatori ai suoi tempi non avevano voce in capitolo nei trasferimenti.
Utilizzo un’espressione un po’ antipatica, i giocatori appartenevano alla società. Non era come oggi. Ora il calciatore è un libero professionista che apre e chiude contratti con varie società e una volta terminati rimane padrone di sé stesso.

Facciamo un passo indietro, come è stato il suo ritorno in Umbria al Perugia?
È stato bello, perché prima di tutto sono tornato vicino casa, anche se ad Imperia è stato il migliore anno a livello professionale e personale tra quelli che ho giocato, però rientrare nella mia regione in Serie B è stato un traguardo inaspettato. Un giocatore della quarta serie vedeva la cadetteria come un miraggio. Arrivare a Perugia fu una bella soddisfazione.

Che aria si respirava a Perugia in quel periodo?
A livello calcistico il Perugia vivacchiava in una posizione medio bassa, aveva dei problemi per fare il salto che abbiamo fatto due anni dopo. Una società che non riusciva ad emergere. Il primo anno abbiamo lottato fino all’ultima giornata per non retrocedere. Il secondo anno invece, inaspettatamente, c’è stato il salto di qualità: è stata rivoluzionata tutta la squadra, dell’anno prima rimanemmo in tre quattro giocatori, e arrivò il nuovo allenatore, Ilario Castagner. Cambiò la politica e l’assetto societario. La promozione è stata casuale a livello d’intendimenti, ma non a livello tecnico perché abbiamo dimostrato sul campo di meritare la vittoria del campionato.

Come è stato il rapporto con Sollier arrivato proprio quell’anno a Perugia?
Il rapporto con Sollier è stato ottimo, come lo è stato con tutti gli altri, poiché la vittoria di quel campionato è stata una vittoria del gruppo. C’era un grande affiatamento tra tutti i giocatori, con Sollier in particolar modo. Oltre al profilo professionale, c’era anche un sintonia politica, anche se lui era più impegnato politicamente di me, ma era presente questo ulteriore punto di contatto. C’erano però via via delle discussioni, ma anche punti di divergenza: lui era più estremista di me. Inoltre, mi tacciava di essere conformista.

Infatti, nel libro Calci e sputi e colpi di testa, Sollier la definisce come un “comunista da delega, delle cose che cambiano ma non troppo, della tradizione a tutti i costi”.
Ero un po’ più appiattito perché pensavo alle cose della vita normale: la fidanzata, il matrimonio, senza allargarmi un po’ a quelle che erano le problematiche del periodo. Ero un po’ più borghese secondo il suo punto di vista.

Guardando a ritroso, c’è del vero oppure è la classica dialettica tra militanti del Pci e quelli della sinistra extraparlamentare?
A livello di pensiero c’era una diversità, ma in questa diversità c’era una libertà di pensiero che veniva accettata da entrambe le parti. Io non potevo essere come lui, avevo una tradizione diversa: mio padre era operaio mio nonno pure, inoltre ero vissuto in una città di provincia, quasi un paesotto. Al contrario, Sollier era vissuto in un ambiente più grande come Torino, si era inserito in un meccanismo di lotta operaia e di problematiche sociali molto più profonde ed importanti delle mie, maturando una certa cultura politica, più profonda ed impegnativa rispetto alla mia. Questa diversità, malgrado fossimo entrambi di sinistra, fu dovuta anche alla questione di trovarsi in contesti diversi. La sua era una sinistra diversa, aveva un approccio più problematico.

La sua adesione al Pci si risolveva esclusivamente nel voto oppure aveva anche la tessera e partecipava attivamente alla vita del partito?
La tessera non l’ho mai avuta, neanche dopo che ho lasciato il calcio. Non partecipavo molto, anche perché lo studio e il calcio limitavano il tempo da dedicare alla politica, anche se questo non mi ha impedito di partecipare a manifestazioni, serrate a scuola e scioperi in ditte locali per la conquista di diritti, che all’epoca erano minori rispetto ad oggi. La mia partecipazione all’autunno caldo del ‘69 fu una partecipazione spontanea, poiché non ho mai seguito delle direttive di partito. Non ero strutturato e il mio impegno era limitato a livello informativo.

La nota foto con Sollier nella quale leggevate il Quotidiano dei lavoratori rappresenta una semplice istantanea oppure un esempio della vostra militanza politica?
Ho presente questa foto, ma non mi ricordo in che occasione venne scattata. Anche perché con Sollier finiti gli allenamenti o nei momenti di pausa stavamo spesso insieme in varie situazioni. Potrebbe anche essere casuale. Ma comunque riprende come vivevamo la quotidianità, leggendo pure un giornale insieme.

Giancarlo Raffaeli Paolo Sollier

Calcio e politica. Qual è stato il loro rapporto nel corso degli anni Settanta? Qual è invece il rapporto che doveva avere a suo avviso?
Vivevo la politica come fosse stata una cosa normale, come espressione libera di certe ideologie, senza sospettare di essere visto in maniera negativa da parte del mio ambiente. Il calcio nell’ambito politico era fuori, era molto seguito in tutta Italia a livello di partecipazione – non essendoci tutti i media di oggi né tutti gli approfondimenti – quindi per vivere il calcio il cittadino andava allo stadio. Allo stadio erano presenti tutte le concezioni politiche. Il calcio non era visto come una cosa politicizzata, era visto come uno sport. È stato lasciato fuori dalla politica stretta tranne che da alcuni personaggi, tra i primi furono Sollier e Socrates che però vivevano in ambienti più pesanti e difficili.

Il calcio non era politicizzato. Questo secondo lei è stato un bene o un male? Il calcio per le sue dimensioni di sport che racchiudeva molta partecipazione popolare poteva essere uno strumento per veicolare messaggi?
Il calcio era solo fine a sé stesso. Sollier non usava il calcio per trasmettere certe sue posizioni politiche, esternava le sue idee perché nessuno gli diceva di non farlo, ma non utilizzava il calcio. Non credo che abbia usato il calcio per finalizzarlo alla politica.

Il calcio nella sua accezione politica può trasmettere valori importanti, anche perché il calcio spesso riflette le problematiche sociali e culturali di una società.
I calciatori oggi sono un po’ più impegnati ed hanno una maggiore notorietà, cercano di aprirsi a determinate problematiche, ma anche adesso non vedo politica nel senso stretto della parola. Vedo una partecipazione a problematiche mondiali e un impegno sociale maggiore rispetto a quello che poteva essere prima. Anche perché oggi i calciatori hanno vetrina migliore, attraverso le televisioni, le radio, i social network.

Cosa pensa del calcio moderno?
Troppo commerciale, in generale è un mezzo per gli sponsor e per le tivù. A livello tecnico è migliorato molto. Forse è molto più costoso di quello che poteva essere una volta, però il livello tecnico ed atletico è aumentato perché è diventato uno spettacolo che deve dare spettacolo. Anche se le partite sono un po’ più noiose di una volta, ma più spettacolari. Perché questo è ciò che richiede il pubblico e i media.

Come vede questa spettacolarizzazione del calcio?
Se positiva o negativa questo non lo so, però è in linea con i tempi. Le partite di una volta non sarebbero interessanti, era un gioco più lento, più ragionato. Anche gli stessi fuoriclasse di una volta oggi farebbero fatica perché il calcio è cambiato.

Questa spettacolarizzazione incide nel renderlo uno sport adatto ad affrontare determinate problematiche?
La valutazione dipende da cosa si vuole trasmettere. Se i valori sono buoni allora sarà positiva, al contrario sarà negativa. Si amplia la platea a cui questi messaggi e valori vengono recapitati.

Prima di alleggerire, quali sono i problemi del calcio italiano?
Secondo me la troppa presenza di stranieri o la troppa ricerca di comprare il giocatore già fatto da campionati esteri. Prima c’erano molti più vivai e possibilità per i giocatori italiani, ma non per una forma di nazionalismo. Questo aumenta sempre di più i costi per le società, poiché il valore di questi calciatori è alto, molto più alto di far crescere e maturare i giocatori del proprio vivaio. Le società preferiscono comprare all’estero il giocatore già fatto e pronto. In generale, i costi del calcio sono troppo disallineati con quelle che sono le problematiche sociali di oggi. Non si concepiscono certi ingaggi o certi costi con la situazione generale critica dei giorni nostri

Questo però è il frutto della spettacolarizzazione del calcio? Si aumenta quindi la distanza tra sport e persone?
Potrebbe essere anche questo. Prima c’era più vicinanza tra lo sportivo e il calciatore, adesso c’è molto più distacco. Una separazione netta.

Negli ultimi anni si è visto un aumento dei fallimenti delle società nelle serie minori, in particolare in Lega Pro, ma anche in serie B.
La tendenza di questo periodo è quella di una competizione al rialzo, non c’è la volontà di calmierare i costi, ma anzi di aumentarli e questo genera una spirale che porta a queste situazioni. A scalare questo trend a rialzo colpisce anche alla società minori, entità economiche diverse ma comunque costi di gestione che nel lungo periodo portano al fallimento oppure a condizioni insostenibili.

In questa lotta delle società al rialzo che possono portare, come abbiamo detto, al fallimento i tifosi, soprattutto nelle realtà più piccole e quindi più vicine al territorio, sono quelli che ne risentono maggiormente?
Certamente. Il tifoso è quel soggetto su cui ricade tutto. Tuttavia, il tifoso non è mai corresponsabile o complice. Il tifoso vorrebbe sempre di più senza però ragionare sulla sostenibilità delle sue richieste. Poi si trova in una situazione di sorpresa e disillusione, poiché non sta dietro ai bilanci o alle situazioni economiche, se ne accorge quando la società fa il botto, in situazioni in cui non si può tornare indietro.

Ritorniamo al discorso dei vivai: il fatto di comprare giocatori fatti o addirittura giovanissimi all’estero – ampliando il bacino dove pescare talenti – rompe il legame tra squadra e territorio?
Viene meno il rapporto affettivo, adesso il rapporto è sulla base dei risultati. Io sono attaccato alla società, a certi colori, solo se ho un ritorno a livello di risultati. Però in diversa maniera con il giocatore della città stessa o della regione si crea un feeling migliore e più duraturo. C’è maggiore affettività nei suoi confronti, ed è più solida. Effettivamente, oggi, manca questa affettività.

Quali sono i suoi calciatori preferiti?
Giocatori di classe che mi piace vederli a prescindere dal risultato e dalla squadra ce ne sono tanti. Sono un tifoso juventino dai tempi di Sivori, Charles, Martiradonna, Anzolin, per quel poco che faceva vedere la televisione pubblica. C’è qualche giocatore che preferisco vedere giocare, penso a Pogba, Higuain, Dybala, ma anche Nainggolan della Roma. Inoltre, sono affezionato sportivamente ai fuoriclasse del passato, Cabrini, Causio, Rivera, Riva, giocatori che ho avuto la fortuna di affrontare.

Cosa fa oggi?
Adesso sono in pensione. Dopo il calcio a livello professionistico ho giocato anche nei dilettanti stando qui in zona, perché il calcio a prescindere dalla categorie mi è sempre piaciuto, l’importante è che avessi un pallone ed un campo da calcio. Ho allenato in prima categoria. Poi sono entrato in una azienda di Foligno dove ho lavorato fino a novembre scorso. Non faccio il pensionato a tempo pieno, cerco di tenermi impegnato ed in forma.

Cosa ne pensa della politica italiana?
La politica oggi la seguo molto, è l’unica cosa che guardo in televisione anche perché ti offre talmente poco a livello di intrattenimento e di passatempo. Faccio fatica però a comprendere determinate dinamiche, poiché la politica è diventata una cosa molto complessa per come la hanno trasformata i politici di oggi. Certe cose le seguo, le vedo, però faccio fatica a capirle.

Il suo impegno politico prosegue anche oggi?
Sempre marginalmente e privatamente.

Che problemi vede, a parte la complessità, nella politica di oggi?
La struttura politica dei politici di oggi. Una volta c’era una scuola di formazione che dava sostanza e dopo anni di gavetta si diveniva politici. Adesso vengono fuori da un giorno all’altro, improvvisando. Ci sono rinnovamenti, ringiovanimenti, rottamazioni, però uno si trova a contatto con delle persone che non hanno le capacità per fare politica, perché, checché se ne dica, la politica deve vedere delle capacità indipendentemente dalla visione politica, destra, sinistra o centro. L’avversaria di una volta (la Democrazia cristiana n.d.r.) aveva delle persone che politicamente erano preparate, c’è una differenza di cultura politica. Oggi sono degli incapaci: si vede da come parlano, da come si esprimono e ogni volta si preparano ciò che devono dire, come una macchinetta. Non c’è elaborazione ed elasticità nel discorso, non sono spontanei ma programmati ed i risultati si vedono. Sono ormai trent’anni che si sono accavallate varie formazioni, ma siamo andati sempre su una china discendente.

È rimasto fedele alle sue visioni?
Sì, anche se adesso il contesto è cambiato, però nei principi e nei valori e nell’ideologia, che è diversa da quella ci poteva essere trent’anni fa, sono rimasto coerente, anche perché non ho avuto motivi per poterla cambiare; certamente l’ho un po’ limata ed adattata.

 

Intervista realizzata da Yuri Capoccia.

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