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Minuto Settantotto

gente che si commuove con il diario di Bobby Sands e il gol di Sparwasser

Pensavo fosse politicamente scorretto… invece era di destra

Il 2021 è l’anno di Contrasti. Lo dicono loro e non abbiamo motivo per non crederci. D’altronde, la rivista di Sport e Cultura (come da sottotitolo su Facebook) fondata il 10 novembre 2016 ha finora raggiunto un pubblico molto ampio sui social: circa 19.000 follower su Fb, quasi 3.800 su Instagram, poco meno di 2.500 su Twitter, senza contare le visualizzazioni del sito che – immaginiamo – saranno sicuramente parecchie. Numeri di tutto rispetto che certificano l’importanza crescente del magazine online nel panorama della narrazione sportiva italiana, confermata peraltro dalla collaborazione con Sport Mediaset e dai personaggi di livello che a vario titolo vi sono apparsi.

Il successo di Contrasti è indubbiamente dovuto alla qualità degli articoli e alle capacità della redazione, tali da garantire una pubblicazione costante di contenuti originali, ma a giocare il ruolo principale è a nostro avviso un altro elemento: la costruzione perfettamente riuscita di un’immagine da bastian contrari, da calciofili “scorretti” – o forse sarebbe meglio dire “non conformi”. Un’immagine strutturata intorno a una visione del pallone semplice e ben definita, perfino banale seppur innegabilmente efficace: rifiuto del calcio moderno, nessuna indulgenza verso gli alfieri dell’antirazzismo e dell’antisessismo (ritenute sempre posizioni di comodo), polemiche continue contro il presunto regime del politicamente corretto, condanna senza appello del multiculturalismo e della multietnicità (ma ehi, solo perché a noi piacciono le nazionali riconoscibili degli anni ’90 e le squadre inglesi di una volta), ammiccamenti al mondo del tifo organizzato per accattivarsene le simpatie, e così via. Temi condivisibili da molti, anche a sinistra, se declinati con intelligenza e senza scadere nel becero. Il problema è che, dietro questa facciata tutto sommato innocuamente ribellista, si cela la volontà di veicolare messaggi irricevibili fatti passare sottotraccia.

E così, in nome di battaglie di retroguardia e sorpassate da tempo dal senso comune, vengono lanciati macigni che passano in cavalleria, perché “loro” sono scomodi e dicono le cose come stanno. Qualche esempio? Riferimenti neanche troppo velati ai cantori del fascismo; articoli imbarazzanti contro il calcio femminile (un consiglio ai maschi alfa che si sentono disturbati da donne che vogliono giocare a pallone: non guardatele, non è difficile); invettive contro Balotelli perché il razzismo è una cosa seria (se lo dicono loro); un pezzo contro la Superlega europea che diventa un inno al nazionalismo (imperdibile questo passaggio: «Le differenze ci fanno amare il mondo, i viaggi, il calcio: oggi i giocatori sono tutti uguali, proprio come le grandi città europee. Londra, Berlino, Amsterdam. Sterling, Sané, Depay». Indovinate il colore della pelle dei tre calciatori citati); e finanche un articolo su Gilberto Cavallini, fondatore dei Boys SAN dell’Inter e in seguito membro dei NAR fascisti di Fioravanti e Mambro, nel quale si piazza come copertina l’immagine di Memeo dei Proletari Armati per il Comunismo (il messaggio neanche troppo nascosto è che lotta armata e terrorismo nero sono la stessa cosa) e si riesce a citare la strage di Bologna senza dare direttamente la responsabilità ai succitati NAR («Nonostante le numerose difficoltà, il processo attestò la partecipazione dei Nuclei Armati Rivoluzionari all’esecuzione del piano», ah ecco, parteciparono all’esecuzione del piano, ok).

A ben guardare, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Esperimenti simili vengono tentati da tempo immemore per far passare concetti di destra facendo finta di essere equidistanti, quasi disinteressati alla politica. Il fatto è che Rivista Contrasti è riuscita a incantare tanta gente, ottenendo un successo spesso sconosciuto quando ci si lancia in operazioni del genere. Ci è capitato più volte di discutere con compagni di indubitabile coerenza riguardo ai pezzi più problematici del magazine, trovandoci nella fastidiosa situazione di essere velatamente etichettati come moralisti e “arcobaleno”. E questo rappresenta un duplice problema: da una parte, l’insofferenza verso determinati argomenti causata anche a sinistra dall’ipocrisia delle istituzioni che vogliono imporli dall’alto; dall’altra, le divisioni tra simili causate da una narrazione tossica, facilitata dall’argomento sportivo (che permette di alzare un fumo ancor più denso rispetto a tematiche sociopolitiche generali) e sviluppata con indubbia maestria, frutto senza dubbio dell’esperienza accumulata altrove.

Perché Contrasti non è un’operazione nata dal nulla. Fa parte di una galassia ben precisa (che definiremmo “caputiana” per la presenza costante di Sebastiano Caputo, fondatore di tutte le realtà che la compongono) i cui elementi sono molteplici e parecchio differenziati: il magazine online L’Intellettuale Dissidente (da qui in avanti ID), la rivista cartacea Il Bestiario degli Italiani (con la I rigorosamente maiuscola), le case editrici Circolo Proudhon (ora non più attiva) e GOG, il festival letterario Libropolis, la scuola di formazione in giornalismo GEM. I collegamenti di Contrasti con gli altri attori sono palesi: il nome del direttore Andrea Antonioli spunta fuori in diversi eventi e conferenze dell’ID e di Libropolis (per esempio qui, qui e qui); la creazione stessa della rivista viene segnalata più volte come progetto sportivo dell’ID (un paio di esempi qui e qui); uno degli autori di punta, Gianluca Palamidessi, era redattore dell’ID, anche se non risulta più tra i collaboratori del sito (nelle immagini qui sotto, tuttavia, potete vedere come il suo nome spunti fuori in un archivio sul sito, anche se poi all’interno del pezzo c’è un generico “La redazione”).

Come detto, la figura di raccordo è Sebastiano Caputo, un ventinovenne dal curriculum assai denso. Nella sua biografia sul sito dell’ID si legge che «ha collaborato con diverse testate italiane», tra cui figurano il Giornale, la Voce del Ribelle di Massimo Fini (che ha peraltro disconosciuto gli editoriali firmati per la testata, e sì che negli ultimi anni di schifezze ne ha scritte) e Rinascita. Un quotidiano, quest’ultimo, particolarmente aberrante, che si definisce di “sinistra nazionale” ed è diretto da Ugo Gaudenzi, già fondatore di Lotta di Popolo e definito nazimaoista; questa perla del giornalismo nostrano nel 2012 ha pubblicato alcuni articoli del negazionista dell’Olocausto Robert Faurisson ed è stata colpita nel 2013 da uno scandalo relativo alle vendite gonfiate per incassare indebitamente i contributi statali per l’editoria (link). Caputo è inoltre presidente di SOS Cristiani d’Oriente, branca italiana di una ONG fondata da fascisti francesi (qui un’approfondita inchiesta dell’Espresso in merito); nel 2013 un suo omonimo, nato come lui il 22 febbraio del 1992, figurava tra i candidati al Municipio II per il Popolo della libertà – Berlusconi per Alemanno, ma conoscendo la sua ferma opposizione al sistema dei partiti di certo non era lui.

Il fondatore e i suoi sodali vanno avanti da anni a definirsi né di destra né di sinistra (e già sapete dove si va a parare in questi casi) e ad auto-assegnarsi la patente di politicamente scorretti, prendendosi elogi smaccati, guarda caso, da destra ma riscuotendo simpatie anche nell’area della compagneria. Sono sempre attenti ad apparire equidistanti e a citare Gramsci e Marx, creando in tal modo cortine fumogene sotto le quali portano avanti una bieca propaganda rossobruna e perciò fascista, tanto più efficace quanto più proclama di essere sopra le parti. Il loro pantheon di riferimento è il solito, devastante mix che i conoscitori della cultura destrorsa hanno ben presente, un’accozzaglia perfettamente rappresentata dalle figure protagoniste del saggio La Storia non dorme mai, prima pubblicazione del Circolo Proudhon: Mishima, De La Rochejaquelein, Lumumba, Gentile, Gramsci, Rousseau, Thoreau, Pisacane, Majakovskij, D’Annunzio, Pound, Pasolini e probabilmente anche Kermit la rana, Thorin Scudodiquercia e Tonio Cartonio.
E gli obiettivi? A questo proposito ci sembrano assolutamente emblematiche le parole con cui Caputo ha definito i bersagli di un’altra sua creatura, Il Bestiario degli Italiani: «Contro finti intellettuali, startuppari, esterofili, benpensanti, civilizzati, democratici, perbenisti, chierici, moralisti, moderati, cosmopoliti, tutti sradicati e accampati nel mondo globalizzato». Con un “turbocapitalismo” in più potrebbe benissimo passare per un’invettiva di Fusaro.

L’ID è senza dubbio la punta di diamante del gruppo. Fondato nel 2011 da Caputo e Lorenzo Vitelli (che si definivano anarco-conservatori in un’intervista al Giornale dal titolo che parla da solo: Giovani, bravi e arrabbiati. Ecco gli intellettuali “scorretti”, aridaje), è una testata giornalistica registrata al Tribunale di Roma e, come scritto sul sito, «un progetto dell’Associazione di Promozione Sociale MAGOG con sede legale e operativa a Roma». Associazione della quale non abbiamo trovato traccia alcuna sul web, al di là di una delibera dell’ordine dei giornalisti che nel 2019 le ha revocato la concessione del patrocinio non oneroso. In realtà alla base della rivista inizialmente c’era un’altra associazione, ControCultura (che risulta tuttora collegata a Gog edizioni e a Libropolis), la cui pagina Facebook, non aggiornata dal novembre 2015, riporta una sorta di manifesto di intenti: «ControCultura è un’associazione che ha come scopo quello di rifondare la cultura in questo contesto di mancanza di punti di riferimento. È un’idea nata nel 2012 da alcuni universitari che lottano contro la vita spassionata, la noia, l’annichilimento, il materialismo, il vandalismo e il menefreghismo. […] Noi vogliamo rifondare la cultura giovanile, e non solo, sul senso dell’appartenenza, della comunità, della solidarietà e della volontà e possibilità di cambiamento. […] Ci articoliamo su diverse missioni per perseguire i nostri fini. Missione 1: L’Intellettuale Dissidente, un quotidiano online che si propone di fare informazione e auto-formazione attraverso l’organizzazione di attività culturali». Il solito mappazzone indigesto di frasi che non vogliono dire un cazzo.

Nel corso degli anni l’ID si è segnalato per un indefesso lavoro di sdoganamento dell’ideologia di destra, operato furbescamente attraverso un’opera di dissimulazione tanto disonesta quanto efficace. Esemplificativo del modus operandi della rivista è, a nostro avviso, questo pezzo del dicembre scorso sul fascismo degli antifascisti. Si tratta di un discorso dello scrittore Giuseppe Berto pronunciato durante il “Primo congresso internazionale per la difesa della cultura”, tenutosi a Torino nel 1973; nell’articolo autore e contesto vengono presentati in modo neutro, ma di neutro non c’è nulla: Berto, membro della Milizia mussoliniana, nel dopoguerra si era definito afascista (né fascista né antifascista) e veniva così descritto da Corrado Piancastelli: «A destra lo ritengono di sinistra, i comunisti pensano che sia fascista, e i fascisti lo giudicano un traditore. Egli, per conto suo, è convinto d’essere pressappoco un anarchico». Praticamente il direttore ideale dell’ID. E il convegno in cui aveva parlato? Era stato organizzato dal Cidas, Centro italiano documentazione azione studi, un accrocco così definito sul sito Portale delle libertà: «Fondato nel 1970 quando il Partito comunista “forniva passaporti di libera circolazione nel mondo culturale” a intellettuali, artisti e giornalisti di provata fede marxista. Coraggiosamente il Centro, che annovera fra i suoi “buoni maestri” Sergio Ricossa e Enrico di Robilant, sfidò l’ostracismo intellettuale, continuando, nonostante tutto, a promuovere la cultura liberale». Insomma, basta scavare un poco per ritrovare i soliti riferimenti.

Riteniamo che l’analisi migliore dell’ID l’abbia fatta nel suo blog Matteo Castello (noi l’abbiamo trovata su Facebook nella pagina I Maestri del Socialismo), che scrive: «Ora, una delle prime cose che salta all’occhio a proposito dell’Intellettuale Dissidente e delle sue ramificazioni, è il suo “surfare” tra riferimenti culturali plurimi, quando non opposti: si parla spesso di Antonio Gramsci, passando per entusiaste disamine delle bonifiche fasciste, le solite critiche all’economicismo di Marx, e le non troppo timide aperture alla “sovranista” Le Pen, finendo con l’attaccare il 25 Aprile mettendo sullo stesso piano nazisti e partigiani. […] Il sospetto che, dietro questo insieme di propositi astratti, si celi in realtà una chiara posizione ideologica, e che questa sia, non a caso, proprio una di quelle ideologie che si vogliono tacere perché “disfunzionali” al recepimento del messaggio (il quale, appunto, va depoliticizzato, o meglio “mimetizzato”), è forte. La strategia è quella di far indossare abiti nuovi a un’idea vecchia per mezzo di un mimetismo che la renda irriconoscibile, digeribile, permettendo il recupero di un’attrattiva persa.  Signore e signori, su il sipario: siamo di fronte al solito tentativo di propaganda che qualcuno chiamerebbe “rossobruna” che, partendo dalle presunte “radici sociali” del fascismo originario, cerca di riassumere ogni esperienza e ogni pensiero “critico” sotto un ombrello di riferimenti culturali tutt’altro che ibridi e neutrali. Tra gli eroi del Circolo, dunque, il Bombacci (il “comunista in camicia nera” fedelissimo a Mussolini), l’immancabile Ezra Pound, il mistico fascista Julius Evola, fino ad arrivare al fondatore della Nouvelle Droite De Benoist e al neo-hegeliano Fusaro. In mezzo, però, per confondere le acque e mostrarsi aperti e non ideologici, De André, Bob Dylan, Patti Smith […] e ovviamente Gramsci (ricodificato come pensatore “nazionale e non unicamente comunista”, e – ovviamente – “ucciso post-mortem” dai compagni, non dal regime fascista)».

Troviamo interessante spendere due parole anche su Libropolis, un festival letterario che si tiene dal 2017 a Pietrasanta, in Toscana. Tra gli organizzatori (come si può facilmente controllare sul sito ufficiale) figurano il solito duo Caputo&Vitelli e Alessandro Mosti, che tanto per chiarire subito le cose piazza nella propria nota biografica una citazione di Alain De Benoist e dichiara di voler lanciare la sfida alla cultura dominante (che palle). Sul festival hanno scritto un ottimo articolo i compagni del sito Il Tafferuglio, sottolineando come nell’elenco dei partecipanti all’edizione 2019 figurassero case editrici di estrema destra (Bietti, Eclettica e Passaggio al Bosco) insieme ad altre, meno smaccate, che propongono il solito mix di libri fascistissimi insieme a visioni da destra di autori marxisti. Non possiamo che concordare con le conclusioni del pezzo: «Ce n’è abbastanza insomma per denunciare senza pregiudizi la vera natura di questo festival: un evento che serve a sdoganare e a rendere accettabile la cultura dell’estrema destra». La stessa operazione che fanno tutte le realtà del gruppo dell’ID a partire da Contrasti, che applica al mondo dello sport (e del calcio in particolare) lo stesso schema utilizzato con profitto in altri ambiti.

In conclusione, abbiamo qualche domanda da porre a chi continua a sostenere Contrasti. Per quale motivo dobbiamo prendere sul serio una rivista diretta da uno che ha scritto un libro con Fusaro? Perché plaudiamo se compagne e compagni impediscono di distribuire l’Intellettuale Dissidente alla Sapienza, ci incazziamo se Vitelli trova spazio sul manifesto, ma non possiamo mettere in discussione le stesse persone che si trovano a scrivere di calcio? Perché denunciamo Zazzaroni e Mentana quando partecipano a eventi di CasaPound ma tolleriamo che lo faccia Caputo (qui e qui; interpellato al riguardo, ha dichiarato di non porsi «il problema di condividere o meno le idee di chi mi ha invitato, e tantomeno di condividere le idee delle personalità che ho ospitato ai miei eventi»)?
Non lasciamo che la battaglia sacrosanta contro il calcio moderno ci annebbi fino a non saper più riconoscere i nemici: perché di questo si tratta quando parliamo di gente del genere.

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2 Comments

  1. GRAZIANO Febbraio 3, 2021

    Ottimo, defollow immediato su twitter di questa gentaglia, e grazie del “servizio pubblico”.

  2. Fabrizio Maggio 16, 2021

    Mamma mia, meno male che ho trovato questa recensione dettagliata. Grazie.

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