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Minuto Settantotto

gente che si commuove con il diario di Bobby Sands e il gol di Sparwasser

NY Cosmos, il rimosso di Commisso

La storia dei New York Cosmos e quella del calcio negli Stati Uniti sono indissolubilmente legate; capire come hanno interagito nel corso dei decenni è fondamentale per comprendere la situazione attuale e rendersi conto di quanto il soccer newyorkese sia parte importante nel tessuto cittadino e della centralità che ha nelle comunità che formano la metropoli.

Dalla nostra prospettiva europea e italiana, può risultare ostico comprendere che discutere di calcio statunitense vuol dire parlare contemporaneamente di capitalismo e della sua antitesi. In origine infatti, il calcio era praticato da comunità, nate e formate in modo assolutamente spontaneo e orizzontale, in segmenti della società molto marginalizzati. 

Il soccer, infatti, veniva giocato dalle comunità latine e dagli immigrati italiani ed era contrastato dal segmento conservatore della società, che lo considerava una forma di decadimento morale, un imbarbarimento portato dalle comunità migranti che avrebbe intaccato la purezza identitaria statunitense, di cui il baseball era l’emanazione sportiva per eccellenza. Inoltre c’era un problema ontologico: culturalmente per gli sportivi americani era molto difficile mantenere la concentrazione per 90 minuti filati, data la tendenza a focalizzarsi per pochi e isolati momenti all’interno di una competizione sportiva, e accettare il concetto di pareggio. Queste righe, lette nel 2020, possono sembrare ridicole ma nel 1970 lo erano molto meno, dato che i problemi affrontati dai pionieri del soccer erano esattamente questi.

Fu necessaria una vera e propria operazione di marketing su larga scala per aggirare questi ostacoli e costruire una narrativa e una cultura diversa intorno al mondo del calcio. I New York Cosmos avevano tutto quello che serviva per metterla in piedi: esisteva un bacino di utenza potenzialmente infinito di appassionati e una rete di squadre, tornei amatoriali e campetti improvvisati che costituiva il germe da coltivare per far sbocciare la passione in tutto il paese al di là dell’oceano Atlantico.

A mettere in piedi questa operazione commerciale ad ampio raggio fu Steve Ross, incarnazione del sogno capitalista americano, supportato dai capitali e dal potere politico che da essi ne deriva della WarnerMedia, autentico gigante della comunicazione con disponibilità economica approssimabile all’infinito.

In pochi anni, i Cosmos comprarono una serie di superstar affermate, tra cui Pelé e Carlos Alberto – ossatura di un Brasile ricordato come una delle migliori squadre nazionali di tutti i tempi e campione del mondo a Messico ‘70 -, Giorgio Chinaglia – campione d’Italia con la Lazio nel 1974 – e Franz Beckenbauer – kaiser del Bayern Monaco -. Con questo potenziale ci misero pochissimo tempo ad affermarsi come la superpotenza del soccer statunitense, vincendo 5 delle 17 edizioni totali della NASL – la North American Soccer League -, riuscendo anche a far diventare il calcio uno sport popolare a livello nazionale. Questi risultati, tuttavia, furono ottenuti a discapito della sostenibilità del giocattolo. La popolarità del soccer, infatti, non era dovuta al germe dello sport che, instillato nella collettività artificiosamente, era sbocciato improvvisamente ma a un insieme di investimenti che avevano catalizzato l’interesse del grande pubblico. Esaurita la propulsione di quegli investimenti, le problematiche ed i limiti economici di quel sistema vennero a galla e la NASL fu costretta a chiudere baracca e burattini dopo, appunto, 17 stagioni. Ai Cosmos spettò la stessa sorte della Federazione in cui giocavano e la stagione del 1984 fu l’ultima anche per loro. 

Fonte: http://soccerfootballwhatever.blogspot.com/2017/06/ny-cosmos.html

Senza un campionato da giocare, l’identità dei NY Cosmos si è tramandata negli anni attraverso il calcio giovanile, praticato dalle squadre dell’Academy che hanno continuato a utilizzare lo stemma dei Cosmos, in quegli anni detenuto dall’ex direttore tecnico Peppe Pinton. Questo stallo durò fino al 2009, anno in cui il diritto a utilizzare il nome e il simbolo dei Cosmos fu venduto a Paul Kemsley – imprenditore con un passato a Londra da vice presidente del Tottenham – con l’idea che il club sarebbe stato presto iscritto alla MLS. Dopo alcuni anni di flirt, però, non se ne fece niente e nel 2012 i Cosmos si iscrissero nella nuova NASL, anch’essa rilanciata dopo i decenni di inattività. Le 5 stagioni che seguirono furono caratterizzate da una nuova ondata di successi, dove i nostri hanno vinto la NASL per ben 3 volte. 

Il 2017 fu l’anno in cui l’arrivo di Rocco Commisso, con la sua dote di investimenti, diede nuova linfa ai Cosmos sull’orlo di una ennesima crisi finanziaria. Oltre alla crisi dello storico club newyorkese, però, era anche la sopravvivenza della NASL a essere appesa a un filo, schiacciata dai soliti problemi finanziari. Al termine della stagione 2017 la lega fu costretta ancora una volta a chiudere i battenti. Questa volta, però, non furono gli investimenti eccessivi ad inchiodare la lega al suo destino, ma la rivalità con la MLS. Apparentemente, infatti, due leghe di alto livello non erano sostenibili per il bacino di utenza che il calcio professionistico negli Stati Uniti: una era di troppo, e a saltare fu proprio la NASL.

Per la seconda volta nella loro storia, i Cosmos si ritrovano in possesso di un glorioso passato ma di un futuro decisamente precario, appesi alle disponibilità economiche di un magnate impegnato nel mondo dei media. Rocco, come lo chiamano a New York, è il fondatore di Mediacom, gigante delle telecomunicazioni statunitense che nel 2019 ha fatturato oltre 2 mila milioni di dollari. Si è trovato nel mezzo della faida tra NASL e MLS, combattuta a suon di provvedimenti in carta bollata e il coinvolgimento dell’autorità per la concorrenza americana. Oggetto della contesa è un’intricata questione giuridica su quante e quali organizzazioni possano gestire le competizioni calcistiche professionistiche negli Stati Uniti e ricavarne gli incassi. Un tema filosoficamente complesso, che affonda le sue radici nel sistema a franchigie su cui si basa lo sport negli Stati Uniti e implica risvolti molto poco teoretici per quanto riguarda la ripartizione dei profitti e la gestione del diritto di immagine di squadre e atleti. L’impressione è che per sbrogliare la matassa saranno necessari tempi molto lunghi in cui sentenze e ricorsi si susseguiranno.

Commisso aveva, probabilmente, puntato molte delle sue fiches sulla possibilità che i Cosmos avrebbero potuto effettivamente prendere parte alla MLS; questa affiliazione, infatti, avrebbe garantito una grossa fetta di introiti derivanti dalla remunerazione dei diritti, negoziati collettivamente – su modello NBA – da una posizione contrattuale fortissima derivante dall’appeal di cui gode l’MLS agli occhi degli investitori. La realtà, invece, ha presentato un conto più pesante: oltre a rinunciare agli introiti potenziali della nuova lega, Commisso ha visto sparire anche quelli derivanti dalla vecchia federazione, che nel frattempo era collassata. L’imprenditore italo-americano ha reagito come si farebbe davanti all’attacco di un orso bruno, ovvero restando immobile; che nel mondo calcistico significa congelare gli investimenti e l’impegno nel club. I problemi qui sono due: il primo è che nel calcio, oltre a dover salvaguardare gli investimenti (o la vita, se sei davvero davanti ad un orso bruno), ci sono anche altre persone alle quali devi rendere conto, il secondo è che Commisso sapeva bene quale erano le regole del gioco quando aveva comprato il club, semplicemente ad un certo punto aveva perso la voglia di rispettarle.

La squadra dei New York Cosmos di fatto è sparita nel nulla, inghiottita dal collasso della lega. A Commisso non viene in mente niente di più creativo che dirottare i calciatori dei Cosmos nella squadra delle riserve, la B, che già prendeva parte al campionato NPSL – una sorta di campionato primavera o riserve della NASL – nel 2018 e nel 2019.  Sullo sfondo di questa vicenda, si staglia anche la diatriba, tutta cittadina, con i New York Red Bulls, squadra di proprietà della nota casa di produzione di bevande energetiche, fresca di invito nella MLS e pronta ad accaparrarsi l’intero bacino di utenza calcistico.

In questi anni turbolenti ha luogo la parabola discendente di Rocco Commisso, passato in poco tempo da salvatore della patria ad imprenditore annoiato, padrone di una squadra che è diventata un peso improduttivo da gestire tanto quanto poco appetibile per eventuali compratori. Il patatrac della lega ha avuto l’effetto di un “ritorno al via” del monopoli, un passaggio a vuoto per Commisso, che da buon capitalista di ventura vecchio stampo non ama alcun rallentamento nell’accumulazione di capitali. Il suo interesse per la squadra crolla a picco e con esso il suo passato e soprattutto la comunità di riferimento. Dal collasso della NASL si procede, infatti, a tentoni. Diventa evidente che Rocco non ha nessuna progettualità a lungo termine per la squadra. Dal 2017 si cambiano svariati stadi come impianto di casa. Si parte con il complesso dell’MCU, a Brooklyn. Lo stadio non è enorme, sono soltanto 7 mila posti, ma la location è perfetta per mantenere il collegamento con la città di New York e la sua comunità. La squadra arriva alle semifinali playoff, non è l’anelato ritorno agli antichi fasti, ma sembra di essere sulla buona strada. 

Fonte: https://twitter.com/5_points_nyc

La stagione del 2018 è itinerante, la squadra gioca in 3 stadi diversi le partite in casa; l’anno dopo il ridimensionamento è ancora più evidente: si trasloca a Long Island, nel complesso Mitchel Athletic, raggiungibile da New York con un tragitto lungo non meno di due ore su vari mezzi pubblici. È praticamente un suicidio, la media spettatori crolla dai 4000 di inizio stagione ai 500 della fine. La presenza del pubblico, tra l’altro, viene spesso inflazionata da una pioggia di biglietti omaggio.

Sembra passato un secolo, invece soltanto 5 stagioni prima i New York Cosmos erano una realtà piuttosto sana: avevano un buon seguito di tifosi, con diversi gruppi organizzati e coordinati sugli spalti. Il tifo era ispirato al modello latino-americano: i gruppi erano coordinati sotto un unico striscione – 5 points – che comprendeva elementi provenienti dalla comunità europea e da quella latino-americana, creando un’esperienza autenticamente cosmopolita unica nel panorama calcistico statunitense. In sostanza era un capitale sociale piuttosto ricco, che è stato lasciato morire più che attivamente distrutto, nel breve arco temporale di un paio in stagioni. 

Fonte: https://twitter.com/5_points_nyc

L’agonia apatica dei Cosmos è coincisa con il crescente interesse di Commisso per la Fiorentina, che compra nel giugno 2019. Esempio lampante di questo totale disinteresse è il destino spettato al manager della squadra Erik Stover, trovatosi a gestire le sorti dei Cosmos pur avendo in piedi un contratto con Match IQ, società di consulenza strategica impiegata nel mondo del calcio. Nei fatti, Stover si trova spesso in Germania, dove la sua compagnia lavora – principalmente con lo Schalke 04 – da dove coordina la gestione della squadra newyorkese. 

Nel 2020, a New York come in tutto il resto del mondo, si naviga a vista. “Cosa devo fare?” è una domanda legittima e tutto sommato banale, legata alla sopravvivenza del singolo. Questo interrogativo viene ben presto sostituito da “e poi cosa succede?“, una domanda collettiva e assordante che il XXI secolo aveva ormai sradicato. A marzo la classe politica dirigenziale statunitense si è dimostrata una delle più inette, inadatte e incapaci del mondo. In breve tempo il dibattito sulle misure di confinamento dovute alla pandemia si è trasformato in un braccio di ferro tra potere centrale repubblicano ed i poteri statali in mano democratica. Il conflitto tra il primo (contrario alla chiusura e fondamentalmente negazionista del virus) e i secondi (tendenzialmente a favore delle chiusure) ha portato a un colpevole ritardo nell’adozione delle misure di contenimento della pandemia, acuendone gli effetti. 

Per quanto riguarda il NY Cosmos e la sua comunità, una prima preoccupante risposta alla fatidica domanda arriva il 26 marzo, quando a New York si era in lockdown già da 4 giorni ma la situazione era terrificante da tempo. La svolta prende forma attraverso le parole di Kenneth Farrell, Presidente del consiglio d’amministrazione della National Premier Soccer League (NPSL), seguito qualche settimana più tardi dal suo omologo della U.S. Soccer Development Academy (USDA), la Federazione dove militavano le formazioni under 14 e under 15 dei Cosmos che decide che nessuno  dei due campionati riprenderà. La causa sono le difficoltà organizzative ma soprattutto economiche dovute alla pandemia. Se l’incertezza sul futuro della squadra era evidente fin da fine ottobre 2019, queste due notizie per il sistema calcio americano sembrano davvero l’inizio della fine.

Il 2020 dei Cosmos riparte dalla NISA (National Independent Soccer Association), terzo gradino della piramide calcistica statunitense, caratterizzato dal ritorno alla denominazione originaria: New York Cosmos, non la squadra B. Il ritorno al nome originario e la garanzia di un nuovo anno calcistico sono aspetti sicuramente positivi, anche se non bastano da soli a mettere in piedi un progetto sostenibile, armonioso e responsabile che guida un club. Completamente negativa, invece, è la politica seguita per l’Academy, il settore giovanile dei newyorkesi. Al collasso della Federazione giovanile, i Cosmos non solo hanno lasciato morire senza cercare soluzioni alternative le formazioni under 14 e under 15, ma hanno anche deciso di non proseguire il percorso con quella under 16, che non partecipava all’USDA e che muore per una decisione arbitraria della dirigenza, non per impedimenti esterni. 

In seguito al collasso della NISA, sono state diverse le squadre che hanno deciso di fermarsi per un anno: i Minneapolis City SC, i Dakota Fusion e i Milwaukee Torrent tra i tanti. D’altro canto, per nessuna di queste il fallimento della Federazione ha implicato la polverizzazione del settore giovanile, particella fondamentale di ogni progetto calcistico. Non è stata la normalità quindi, tante squadre sono riuscite a tenere in piedi una struttura quantomeno sufficiente ad avere una scuola calcio, soprattutto considerando che sono squadre largamente lontane dalla disponibilità finanziaria di Rocco Commisso, che in un’intervista con Sports Byline USA Radio era il primo a dire che il fallimento della NISA avrebbe significato poco per i Cosmos, considerata la solidità economica di Mediacom. Questo modus operandi purtroppo lo abbiamo visto spesso nel mondo del calcio; sfruttare un evento incidentale per dismettere un ramo d’azienda ritenuto poco produttivo del business si chiama “shedding the package” e difficilmente questo giochino finisce felicemente, in barba alle implicazioni sociali che ha la dismissione delle strutture sportive giovanili.

Parallelamente alla distruzione dell’Academy, e al conseguente indebolimento della community intorno ai Cosmos, di cui giovani calciatori e le famiglie formavano una parte fondamentale, si è sgretolata anche la prima squadra. Dopo la fine del campionato 2019/20 infatti al 26 maggio 2020 troviamo una rosa ridotta a soli 6 elementi (i difensori Emanuele Sembroni e Matt Lewis, i centrocampisti Danny Szetela, Salvatore Barone e Darwin Espinal e l’attaccante Isaac Acuña) dato l’allontanamento in massa e senza troppe cerimonia di tutti gli altri tesserati. 

Fonte: https://twitter.com/5_points_nyc

Come memorandum, vale la pena ricordare che i diritti dei lavoratori non sono inversamente proporzionali al loro salario. Questa osservazione, oltre essere banale, risulta anche superflua in questo caso, dato che i calciatori di terza categoria statunitense hanno uno status piuttosto lontano da quello a cui fa riferimento l’immaginario collettivo delle superstar di Serie A. Sebbene siano professionisti, percepiscono uno stipendio minimo, con un contratto molto vicino a quelli “a prestazione” e soprattutto che non offre alcuna assicurazione sanitaria nei periodi di inattività. Durante i periodi non coperti dal contratto, quindi, i calciatori rimangono in balia del micidiale sistema sanitario americano, che di fatto scarica tutto il rischio sull’individuo e le proprie finanza. Se l’assenza di una copertura medica pubblica universale rappresenterebbe un problema di per sè anche in tempi normali, in presenza di una pandemia di questa portata non avere assistenza è praticamente una tragedia sociale.

Se queste sono le dinamiche con le quali si è conclusa la stagione 2019/20, non certo migliori sono le premesse con la quale è iniziata la successiva. Se infatti la NPSL era organizzativamente uno scherzo, la NISA è sembrata fin dall’inizio essere finalmente la soluzione ai problemi di instabilità perenne della piramide calcistica statunitense. A Rocco Commisso e compagnia ciò non è bastato per riportare entusiasmo nei loro impegni lontani da Firenze: la volontà di continuare a mandare avanti la baracca con il minimo sforzo è stata chiaro fin dal giorno zero, così come evidente è diventata la crisi di prospettive appetibili per il club. L’esodo forzato dei calciatori è stato sanato con nuovi arrivi sotto le aspettative (legate al potenziale economico di Commisso) integrati da una mossa fortemente discutibile per quanto riguarda l’etica lavorativa di un contratto, ovvero quella di richiamare alla base tanti dei giocatori lasciati andare ad inizio pandemia, con il risultato di un pessimo avvio di campionato, mentre la praticamente totalità dei contratti – sia tra i giocatori che tra lo staff – è part-time. Probabilmente queste cose Commisso le ha ignorate non per malafede ma perché semplicemente non le conosce, dato che da quelle parti non si è ancora visto da quando è ripartito il campionato. A Firenze, invece, è ospite fisso nel suo posto riservato in tribuna.

Da segnalare anche la totale scomparsa del Front Office, l’ufficio predisposto al curare i rapporti tra la squadra e la società; una perdita inaccettabile per qualsiasi comunità che vive intorno ad una squadra. La gravità di questo smantellamento è paragonabile solo alla decisione di disintegrare il settore giovanile, se non fosse che in realtà per tutto il 2019 su 8 eventi (mostre fotografiche, feste, incontri e proiezioni di partite principalmente) riguardanti i Cosmos tutti e 8 sono stati organizzati dalla tifoseria, e in soli 2 di questi (l’8 marzo all’Astoria Tavern e il 14 aprile al Prost Grill & Garten) hanno presenziato Joe Barone e qualche calciatore. Insomma, da inattivi a inesistenti. O dalla padella alla brace. 

Che la gestione del club non fosse più una priorità da tempo si vedeva inoltre in maniera molto chiara dalle porte girevoli installate tra Mediacom e i Cosmos. Come detto, lo staff che gestiva il club era stato ridotto all’osso per essere sostituito da impiegati della nave ammiraglia dell’impero di Commisso arrivando al paradosso che gente che fino a quel momento si era occupata soltanto del mondo dei media si occupasse dell’intera comunicazione di una squadra di calcio, nonostante la propria – legittima – ignoranza e lontananza dal mondo dello sport.

La situazione dei New York Cosmos possiamo analizzarla, a questo punto, da due punti di vista: uno imprenditoriale-calcistico e uno relativo alla figura pubblica di Commisso. Il primo, quello imprenditoriale, si basa su di uno sguardo complessivo ai precedenti (nel periodo pre-Fiorentina) di Rocco Commisso e al suo modus operandi nel business del calcio, e ci restituisce dei risultati altalenanti se non preoccupanti, influenzati da umoralità ed eventuali altre opportunità di business. Tuttavia Rocco Commisso abbiamo imparato a conoscerlo nel suo primo anno a Firenze ed è stata chiara fin da subito la sua attitudine da one man show: il prodotto che vende non è Mediacom, i New York Cosmos o la Fiorentina, è sé stesso. Ed è proprio sulla sua figura, su cosa ci dice di sé e su come si presenta che vogliamo lanciare un ultimo sguardo.

Premettiamo subito che quello sul quale andremo a camminare è un terreno scivoloso, molto scivoloso. Tutto ruota attorno alla pandemia da coronavirus e si tratterà di dare un’occhiata a come Commisso ha gestito le sue enormi disponibilità finanziarie e la sua immagine. Sappiamo che il confine tra proporre un’analisi dove si cerca di dimostrare come l’impegno filantropico di un miliardario sia inscindibile dai suoi interessi economici e dire alle persone come spendere i propri soldi è labile, pertanto riteniamo necessario fare una premessa che chiarisca il nostro approccio alla questione. Nella nostra visione del mondo la beneficenza è un’arma a doppio taglio e può rappresentare in sé un fenomeno problematico da analizzare: oltre ad aiutare chi è effettivamente in difficoltà infatti, è un’operazione che legittima le disuguaglianze prodotte dallo stesso sistema capitalista che ha permesso a Rocco Commisso e tutti quelli come lui di avere il conto in banca che ha. Se una società – intesa come collettività organizzata di esseri umani – sopravvive ad una pandemia perché qualcuno ha scelto deliberatamente di donare una parte ridicola dei propri soldi è una società spacciata, marcia dall’interno e che aspetta solo di collassare. Noi, ovviamente, siamo quelli sulle rive del fiume che aspettano di veder passare il cadavere.

A fare i conti in tasca a Rocco Commisso però è stato proprio il magnate di Mediacom, che nel periodo primaverile – quello contrassegnato dalla peggior ondata della pandemia – ha dichiarato che “Mediacom è andata in forte controtendenza alla crisi economica, registrando il proprio novantaquattresimo trimestre consecutivo di crescita dei ricavi anno su anno“. Commisso ha tutte le ragioni del mondo per gongolare, infatti i ricavi di Mediacom, che ricordiamo essere uno dei maggiori provider di Tv via cavo al mondo, superano i 500 milioni di dollari con un utile di 218 milioni, che segna un +8% sull’anno precedente. Importante anche il dato relativo al flusso di cassa libero: ben 135,2 milioni di dollari, in aumento del 35% sullo stesso periodo dell’anno precedente. Inoltre, Commisso si colloca addirittura all’ottavo posto della classifica dei Paperoni in crescita nel periodo di pandemia, dietro solo a personaggi come Jeff Bezos (Amazon), Eric Yuan (Zoom) e Steve Ballmer (Microsoft). Insomma, Rocco ha visto giorni peggiori, ma essendo un uomo buono consapevole del proprio privilegio, decide altruisticamente di tirare su una imponente macchina di beneficenza. “Fiorentina, mi prenderò cura di te“, dice lui in una lettera (chiaramente pubblica) indirizzata ai dipendenti della squadra viola. One man show, dicevamo invece prima noi.

fonte: labaroviola.it

Concretamente l’impegno preso da Commisso, che durante il lockdown è rimasto bloccato a New York, con i suoi dipendenti e con i suoi tifosi si è trasformato nella campagna “Forza e cuore“, promossa sulla piattaforma gofundme.com e lanciata direttamente dal club toscano. In 48 ore ha contato più di 900 donatori e 500mila euro raccolti, compresi i 125 mila euro che Rocco Commisso ha donato personalmente alla Fondazione Careggi e altrettanti 125 mila euro alla Fondazione Santa Maria Nuova Onlus. Al momento della sospensione delle donazione della campagna si contano quasi 900mila euro raccolti anche grazie a donazioni importanti come quella della Francesco and Mary Giambelli Foundation e alla completa dedizione dell’imprenditore italoamericano. Come racconta in un’intervista a lavocedinewyork.com, in quei giorni Commisso pensava solo a fare “ciò che credo sia giusto per me, la mia famiglia, la Fiorentina e Mediacom“. Ma non manca qualcuno?

A New York infatti, che ha più morti da coronavirus di Spagna e Francia, si è venuta a creare la situazione paradossale di una “italianizzazione” della pandemia, francamente sensata solo nei primi momenti. Se i social dei New York Cosmos erano usati come piattaforma per la raccolta fondi “Forza e cuore”, ci saremmo aspettati un comportamento simile anche quando la drammaticità della situazione si rivelava per quella che era nella Grande Mela. E invece se da un lato troviamo legittimi e sacrosanti inviti a donare, donare e donare (con un incensamento della figura di Commisso a mo’ di salvatore della Patria forse discutibile) per una campagna che ha raccolto quasi 900mila euro, dall’altro – quello newyorkese – troviamo solamente un comunicato dove si parla vagamente di una donazione dei Cosmos nei confronti della Lighthouse Mission, un’associazione di supporto materiale (soprattutto cibo) per persone in difficoltà, oltre che un ulteriore invito a donare. Ricordiamo che non stiamo facendo la morale a qualcuno su come spendere i propri soldi (soldi che, come abbiamo detto, per noi un singolo essere umano non dovrebbe neanche avere!), ma stiamo analizzando l’operato di Commisso in quella che dovrebbe essere la sua comunità di riferimento e quanto lui decida di spendersi per quell’area. Insomma, non è che Commisso ha investito così tanto nella sua immagine a Firenze perché ora lì sono i suoi business, e che il suo grande cuore non si sia visto più di tanto a New York perché lì si è stancato del giochino e ha scelto di essere un Presidente-fantasma?

Chi conosce il suo approccio sui social media sa che il suo marchio di fabbrica è l’irruenza inarginabile e trumpiana, quasi goffa nel comunicare concetti che gli stanno a cuore. Dal momento in cui è sbarcato a Firenze, il flusso relativo alle questioni newyorkesi è andato completamente in secca, per evitare di attirare l’attenzione su di sé. Evitare qualsiasi rischio di intaccare la sua l’immagine in Italia era diventata la sua completa priorità. D’altronde della sua ossessione nei confronti del riflesso pubblico delle sue azioni era già chiaro da tempo, più o meno da quando era trapelata (chiaramente non verificabile) voce che ogni mattina un suo collaboratore iniziasse la giornata lavorativa presentando sulla sua scrivania una pila di fogli stampati che riportavano i tweet sulla sua persona. Oppure di quando si venne a sapere che stava lavorando per mandare in oblio vari articoli che lo ritraevano come tifoso della Juventus, una macchia troppo visibile ai suoi occhi sul biglietto da visita presentato a Firenze. 

Il sospetto che a Rocco dei Cosmos non interessi più praticamente nulla non nasce dalla sola analisi dei canali social dei business legati a Commisso, ma per anche per altri episodi più datati nel tempo, sintomo che questa disaffezione non è roba di oggi. Ad ottobre 2019, ad esempio, si presentava alla Columbus Day Parade con un carro interamente a tema Fiorentina con bandiere e striscioni viola. Sopra il carro facevano bella mostra Joe Barone – braccio destro di Commisso e Direttore Generale del club viola – e il figlio, diversi rappresentanti del Viola Club New York e lo stesso Rocco Commisso, che si presentava alla folla di New York come presidente della Fiorentina, non dei New York Cosmos. Stessa storia alla Mount Saint Michael Academy, una scuola cattolica del Bronx, dove finanzia la ristrutturazione del campo (rinominato “Rocco B. Commisso Field” dopo il suo intervento) presentandosi anche lì come Presidente della Fiorentina e promuovendo l’azione sui vari social (compreso quello dell’istituto!) con l’hashtag #ForzaViola. Peccato si sia scordato di avere una squadra anche a New York, magari sarebbero passati volentieri. 

Fonteç https://www.violanation.com/2019/10/15/20914703/fiorentina-takes-over-new-yorks-columbus-day-parade-with-deeply-passionate-display-of-viola-fans

Una delle note più tristi e imbarazzanti però, a dir la verità, esula da questa battaglia di attenzioni tra Fiorentina e Cosmos, ed è la partecipazione di Rocco Commisso al Common Sense, podcast dell’ex sindaco di New York Rudy Giuliani. Per quanto riguarda gli argomenti trattati in questo pezzo l’intervista non scoperchia nessun vaso di Pandora, tranne per il fatto che i Cosmos sono citati mezza volta (da Giuliani) e tutta l’intervista ruota attorno a Firenze, ma vabbè. La cosa interessante è invece capire chi è Giuliani, quel Giuliani che viene salutato con grande affetto da Rocco Commisso ad inizio intervista con “Mayor Giuliani, you have been one of my heroes“, confermando questo affetto per tutto il corso della chiacchierata. Giuliani, sindaco di New York durante la crisi dell’11 settembre 2001, dove portò a casa una popolarità straordinaria che poi sarebbe stato in grado di bruciarsi completamente, è attualmente una delle figure più controverse della politica americana: braccio destro e fidato consigliere di Donald Trump, strenuo difensore della brutalità della polizia, protagonista inconsapevole di una clip del nuovo film di Sacha Baron Cohen (Borat Subsequent Moviefilm) che lo vede armeggiarsi nei pantaloni non appena rimasto in camera con una giovane attrice, e, per tornare nei nostri confini, grande fan di un Matteo Salvini che ha anche apertamente sostenuto durante il processo per il caso Open Arms. Tutto questo schifo, paradossalmente, può banalizzare la malignità che rappresenta Rudy Giuliani, perché quando parliamo di lui dobbiamo parlare di “zero tolerance“. L’espressione si riferisce all’applicazione particolarmente dura delle norme di sicurezza voluta proprio da Giuliani a New York dal 1994: basata sulla teoria sociologica delle “finestre rotte” (ampiamente sconfessata dalla comunità accademica e dalla realtà dei fatti) di Wilson e Kelling, che lega il cosiddetto degrado ambientale alle attività criminali, nella sua applicazione prevedeva un rigidissimo sistema di repressione per i reati minori (ad esempio il mancato pagamento del biglietto della metropolitana) annientando il principio di proporzione tra illecito commesso e sanzione applicata. Tutto ciò, per darvi un’idea della portata dell’incarnazione delle politiche di Law&Order, è condannato sia dalla Carta europea dei diritti dell’uomo sia dalla Corte costituzionale italiana. Per Commisso tutto ciò non è un problema dato che ha ammesso senza peli sulla lingua di essere un sostenitore di Donald Trump (e grazie alla rivista The Athletic sappiamo anche che nel 2016 ne ha sostenuto economicamente la campagna elettorale), ma forse lo sarà per i tifosi della Fiorentina e quelli dei New York Cosmos, che si sono visti elogiare e pubblicizzare sui propri profili social quell’imbarazzante essere umano che è Rudy Giuliani mentre si scambia paroline dolci insieme al loro Presidentissimo.

Fonte: https://www.facebook.com/ACFFiorentina/photos/pcb.2725089977522181/2725063364191509/

Quelli appena presentati sono i fatti, osservabili e verificabili, relativi alla gestione Commisso dei New York Cosmos. Adesso ci piacerebbe rivolgerci a chi è arrivato fin qui da persone che sanno come funzionano queste cose a persone che sanno come funzionano queste cose. Prima di iniziare, però, una piccola parentesi che ci spaventa riguardo la ricezione di questo articolo. Sappiamo che nel calcio si ragiona per campanili, e il tifo calcistico ridicolizza il dibattito. Si attiva una sorta di strambo meccanismo di conferma del bias: io voglio che la mia squadra X vada in Champions, il Presidente Y mi promette la Champions, chi critica il Presidente Y non vuole che la squadra X vada in Champions. Questo, con tutta onestà, è un tipo di atteggiamento che ci rifiutiamo di prendere in considerazione e tanto meno includerlo nel dibattito che seguirà la pubblicazione di queste righe. Proseguiamo.

Quella che avete appena letto, come probabilmente avete notato, non è l’inchiesta del secolo. Non portiamo sul piatto illeciti o comportamenti particolarmente deprecabili (alcuni aspetti – come lo smantellamento dell’Academy – sono a nostro avviso inaccettabili, ma rimangono nello spettro delle azioni che un imprenditore può legittimamente svolgere), quello contro il quale vogliamo puntare il dito è un atteggiamento che riteniamo interpretabile, fraintendibile, labile nella sua soggettività e che vogliamo ribadire in questa conclusione. Come abbiamo sottolineato a più riprese durante questo testo, non è mai stata nostra intenzione dire a Commisso come dovrebbe spendere i suoi soldi o proporre un’idea di calcio romanticizzata e utopica, dove chi investe nel pallone lo fa per passione e non per interessi economici. Sappiamo che a Commisso non frega niente dei New York Cosmos proprio quanto non frega niente della Fiorentina: per lui è un business, chiaramente. Se la Viola è un ramo d’azienda più produttivo, a lui viene naturale trascurare gli affari newyorkesi per concentrarsi su quelli toscani. Il calcio, però, è anche altro.

La particolarità che caratterizza il business del pallone è la comunità che ogni squadra si porta dietro. Quando un nuovo imprenditore assume la presidenza di una squadra di calcio (perdipiù prestigiosa come i Cosmos o la Fiorentina) firma automaticamente anche un contratto non scritto con la comunità cittadina della quale la squadra di calcio è vessillo e patrimonio. E a dirlo non è Minuto Settantotto, ma lo stesso Commisso con il suo atteggiamento affettuoso e premuroso verso i suoi nuovi tifosi fiorentini (che chiama “tifosi” e non “clienti”, imparando dagli errori dei Della Valle) e le dichiarazioni delle varie istituzioni cittadine e nazionali ogni volta che fallisce una grande squadra: si parla di “patrimonio”, di “tutela”. In fondo, questo attaccamento viscerale è quello che garantisce la continuità di ricavi e profitti anche quando le cose vanno male. Non a caso “oltre il risultato” è uno degli slogan più abusati. Come detto, privilegiare un ramo d’azienda rispetto a un altro è scelta imprenditoriale legittima, ma la trasformazione dei proclami di un futuro vincente in una presidenza fantasma è triste, preoccupante e intollerabile. Da qui il nostro dubbio, che vogliamo offrire a chi ci legge e in particolare ai tifosi della Fiorentina: alla luce dei comportamenti della nuova dirigenza a New York, se un domani Commisso dovesse trovare un club migliore della viola per i propri affari, o dovesse saltare il suo progetto principale a Firenze (lo stadio, in un meccanismo che a Roma conoscono fin troppo bene a causa di James Pallotta) come a New York sono saltati i suoi piani per iscriversi alla MLS, is this the future expecting Fiorentina too?

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1 Comment

  1. befreebop Novembre 3, 2020

    Very interesting! Applausi .
    A quando le inchieste sui miliardari italiani nel calcio ?

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