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Minuto Settantotto

gente che si commuove con il diario di Bobby Sands e il gol di Sparwasser

La rivoluzione non andrà in onda su Instagram TV.

Nelle ultime ore abbiamo assistito al proliferare compulsivo di schermate nere sui social media. Questa campagna comunicativa è stata creata per esprimere solidarietà a chi negli Stati Uniti è sceso in piazza per protestare contro il trattamento riservato a George Floyd, contro la brutalità delle forze di polizia e più in generale con il razzismo sistemico che dalla schiavitù in giù relega le persone di colore a un ruolo marginale nella società statunitense. L’iniquità del sistema affonda le sue radici in oltre 4 secoli di storia, non è un fenomeno recente e le proteste di queste ore hanno origini talmente profonde che non possono placarsi semplicemente incriminando quei poliziotti che hanno soffocato Floyd a Minneopolis. 

Situazioni complesse per definizione non possono avere soluzioni semplici, pertanto il cambiamento richiesto dalle strade americane è radicale e rivoluzionario. Si chiede che venga messo in discussione l’intero sistema capitalistico, che si serve da sempre di pratiche razziste per massimizzare i propri profitti, a discapito dell’uguaglianza sociale. Niente di nuovo nella teoria, siamo stati fortunati da poter leggere Marx e Gramsci, ma non abbastanza intelligenti o lungimiranti da mettere in pratica i loro insegnamenti. 

Tra teoria e azione nel conflitto ci passa di mezzo il monopolio dell’uso della violenza da parte dello stato. La violenza che si esprime in senso letterale attraverso i democratici manganelli e in senso figurato attraverso gli altrettanto democratici sistemi giudiziari è sempre pronta ad accorrere in difesa dello status quo e difenderlo da qualunque minaccia esterna. Le proteste radicali non finiscono bene nella maggior parte dei casi, Alessandro Barbero ce lo ripete continuamente che le rivoluzioni che non vanno in porto si chiamano rivolte e rappresentano la maggior parte dei casi. Sulle cause dei fallimenti potremmo stare a discutere ore e non arriveremmo a nessuna conclusione. Altrettanto a lungo potremmo parlare delle cause del successo delle rivolte, ma in questo caso ci sarebbe probabilmente convergenza su un punto: le rivoluzioni accadano quando raggiungono una massa critica della popolazione attivamente coinvolta nel chiedere un cambiamento strutturale della società. Ovvero, in termini Gramsciani, quando la base di indifferenti si assottiglia per convergere nel bacino di chi si oppone attivamente all’inerzia della società. Ovvero di chi si assume il  rischio, alto in proporzione alle rivendicazioni, di avere ricadute sulla propria pelle. 

I quadratini neri che stiamo osservando sui social in queste ore cadono parecchio lontano rispetto alle pratiche rivoluzionarie, anzi ne rappresentano un freno. Nike e Adidas, tra le altre, simboleggiano in pieno questo annacquamento dei movimenti radicali fino a sconfinare persino nel blackwashing, mutuando un termine familiare a chi si occupa di rivendicazione di diritti sociali in materia di orientamento sessuale. È molto forte la tentazione di dire che i due colossi dell’abbigliamento sportivo abbiano compiuto l’ennesima operazione di marketing per aumentare i propri profitti, tentando di allargare la propria customer base includendo la comunità nera attualmente in stato di agitazione rivolta. 

In questa fase le società di calcio stanno mettendo in piedi la stessa operazione. Non a caso a iniziare la sequela di post sui social media sono stati i club europei che guardano al mercato statunitense con più interesse. Il management del Liverpool Fc è americano, così come lo è quello dell’As Roma. Non è un mistero per nessuno, entrambi i club hanno grande attenzione a quelle questioni sociali che hanno maggiore attrattiva in determinati mercati – come lo è quello statunitense – e sarebbe ingenuo negarlo. L’antirazzismo corporate esiste all’interno di un sistema globale capitalista e non si concilia con i cambiamenti radicali proposti e pagati con la propria vita dalle categorie sociali marginalizzate. 

Dovremmo tenerlo bene a mente ogni volta che ci viene voglia di mettere like agli spot della nike convinti di esserci supportato la rivoluzione o considerare un qualsiasi calciatore che posta il quadratino nero sul suo Instagram Malcom X.

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