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Minuto Settantotto

gente che si commuove con il diario di Bobby Sands e il gol di Sparwasser

Essere Federico Dionisi ed esserlo fino in fondo.

Per innamorarti di certi giocatori non ti basta guardare le compilation su youtube dei goal più belli o anche solo girare per internet in cerca di statistiche o dichiarazioni da figli del proletariato che Cristo, ti fa capire che lui è esattamente come te, povero stronzo, che lo devi guardare su Stadio Sprint perché neanche ti puoi permettere la pay tv, salvo poi scoprire che guadagna qualcosa come 6,5 -seivirgolacinque- milioni di euro annui (senza fare nomi, Paul Pogba). Per innamorarti di certi giocatori non ti basta neanche Stadio Sprint o tutte le pay tv del mondo. Per innamorarti di certi giocatori devi vederli dal vivo e viverli. Solo vedendoli dal vivo capisci che ogni scatto per andare a prendere la palla che sta andando in rimessa laterale che fanno, lo fanno per te. Neanche per “voi”, “voi tifosi” essenza astratta che da forza alla squadra, no. Scordatevelo. Lo guardi e reputi impossibile che quella corsa disperata dall’aria di rigore avversaria fino alla tua sia per quel tizio seduto accanto a te, non ci pensate neanche. Tutto questo è per te.

10 maggio 2013, all’Armando Picchi giocano Livorno contro Brescia. La sblocca Belinghieri dopo dieci minuti, raddoppia sempre Belingo al 25esimo e poca agitazione in campo. Passa il primo tempo, le squadre vanno negli spogliatoi con una partita già mezza in cassaforte. Si torna in campo e al sessantesimo Federico Dionisi fa il 3-0. Il goal della sicurezza, niente per cui strapparsi i capelli. Invece Federico lo fa. Attraversa la pista d’atletica che da eoni stupra l’Armando Picchi impunita e si arrampica sulla barriera di protezione. Mi commossi. Del goal con tutta la sincerità del mondo non mi ricordo un granché. Io non mi innamorai di Federico Dionisi per il goal, poteva essere anche essere un “gracias Dios, por el fútbol, por Dionisi, por estas lágrimas” parte 2, un goal in finale di Champions al 94esimo o roba simile, a me sarebbe importato poco o nulla. Io mi innamorai di Federico per come lo festeggiò quel goal. Un’arrampicata di 3 metri verso il mio cuore, verso di me, verso la promozione in Serie A che arrivò quell’anno, verso tutto quello che cercavo da anni in un calciatore. Un’arrampicata spropositata per il terzo goal di una partita già scritta. Un’arrampicata che stona in questo calcio che ti lega per terra. Un’arrampicata sintomo di gioia ma senza un sorriso. Perché il calcio è una cosa seria, e arrampicarsi pure.

Dopo quell’arrampicata poi tutto andò storto, o quasi. Dionisi non venne ritenuto pronto per la Serie A e passò la stagione in prestito in Portogallo (segnando, tra le altre cose, il goal decisivo grazie al quale il misero Olhanense umiliò i marziani del Porto. Sì, lo so perché appena tornavo a casa la domenica controllavo i risultati di una neopromossa portoghese. Si chiama amore), poi venne ceduto a titolo definitivo al Frosinone. Era in scadenza e dalla ciociaria arrivò un triennale a cifre clamorose. Ci pensò qualche giorno e poi prese il treno. Alla stazione c’erano tutti, dal commissario al sagrestano. Alla stazione c’erano tutti con gli occhi rossi e il cappello in mano, a salutare chi per un poco senza pretese portò l’amore nel paese. Mi scusi il signor De Andrè per averlo scomodato per cose da comuni mortali e mi scusi il signor Dionisi per averlo paragonato ad una prostituta, in ogni caso quel giorno a Livorno c’era chi aveva gli occhi rossi e il cappello in mano per un ragazzo che senza pretese ci insegnò l’amore.

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Ci incontrammo altre tre volte. La prima in un Frosinone-Livorno. Giocavano in casa e Federico ci fece goal. La seconda non ci incontrammo veramente, ma ci pensammo. Federico segna il goal vittoria del derby contro il Latina e alza la maglietta: Ciao moro“. Ci pensammo ci stringemmo la mano. La terza è quando tornò a casa sua per Livorno-Frosinone. Giocammo 90 minuti da avversari e a tratti ci odiammo pure. Poi quella dolorosa partita che ci obbligava a pensar male l’uno dell’altro finì. Federico venne di nuovo sotto la curva a salutarci. Si tenne però dall’altra parte della pista d’atletica. Avrei tanto voluto tu l’avessi attraversata e tu avessi iniziato a scalare di nuovo quella barriera.

Non l’hai fatto e io ti capisco.

Ci saranno nuovi giorni per scavalcare barriere insieme.

Uno, due e tre. Tre metri. Eccoci qua, sul tetto del mondo. Grazie Chico. Grazie di tutto. Buon campionato.

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