Voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida.

Il 27 novembre 2005 il Messina ha otto punti in classifica, l’Inter ventitré. Una lotta per salvarsi, l’altra per lo Scudetto. Marc André Zoro Kpolo è un difensore che sta per compiere ventidue anni. Gioca da difensore, principalmente fa il terzino destro ma è piuttosto duttile e spesso lo schierano al centro. Bortolo Mutti si fida di lui tanto da farlo scendere spesso in campo, perché non sarà un fenomeno ma il suo Zoro lo fa sempre.

È un giovane e ha prospettive importanti davanti a sé, c’è chi ne parla bene fin dal suo arrivo in Italia alla Salernitana a sedici anni nel 1999. Tanta gavetta in B, poi il passaggio al Messina nel gennaio 2003 e ora l’opportunità di giocare in Serie A contro grandi campioni come Nedved, Adriano o Shevchenko. Proprio Adriano è l’avversario più pericoloso nel match contro l’Inter, Zoro non lo marca direttamente ma ha il compito di arginarne la furia. La stessa furia che da un po’ di tempo, in pratica dal 1999, si agita dentro il difensore.

Marc Zoro è originario della Costa d’Avorio, è nato nella capitala Abidjian ed è entrato da poco nel giro della nazionale. Quando scende in campo contro l’Inter, molto probabilmente, non sa che compirà un gesto destinato a fare il giro del mondo.

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Verso il ventesimo del secondo tempo l’Inter è già in vantaggio per due a zero. Dopo pochi minuti l’ha sbloccata Recoba, al quindicesimo della ripresa invece ci ha pensato Cambiasso. Zoro non ha giocato bene, onestamente non è sufficiente. Sembra inquieto e, se lo si guarda attentamente, pare che stia per scoppiare. Poco dopo si capirà perché. Il pallone transita sulla fascia sinistra dell’Inter, Adriano e Zoro si trovano uno di fronte all’altro quando il difensore del Messina lascia tutti sbigottiti.

Prende il pallone in mano e si avvicina al tunnel degli spogliatoi, dice qualcosa all’arbitro, parlotta con Mutti e cammina con la palla fra le mani. Adriano lo trattiene come se dovesse marcarlo su corner, ma Zoro non ci vede più dalla rabbia. Chi assiste alla partita ripensa a quando, da piccoli, chi portava il pallone decideva improrogabilmente l’inizio e la fine delle partite. Purtroppo però quell’aspetto romantico e bambinesco svanisce appena si capisce il movente del gesto dell’ivoriano.

Tornatene nella giungla. Nero bastardo. Negro di merda. Dalla curva dell’Inter, vicina alla zona di campo dove stazione il messinese, si levano urla razziste verso Zoro. I buu si sprecano, le offese sono diventate quasi la normalità. Zoro non ce la fa più, basta. Troppo spesso ha avuto a che fare con gente del genere, troppo spesso ha ingoiato rospi solo perché “bisogna far finta di niente e continuare a giocare“. Prende la palla e va via, lui quella partita non la vuole più giocare. C’è chi non capisce, sicuramente non l’arbitro Trefoloni a cui Zoro si rivolge: «Sospenda la partita, è una vergogna». Le stesse parole Zoro le dice anche a Mutti mentre si avvia verso la panchina.

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Una scena triste, con i giocatori dell’Inter e del Messina che cercano di trattenerlo. Lui, palla in mano e sull’orlo del pianto, si divincola e nessuno riesce a tenerlo. Tra il ventesimo e il ventitreesimo minuto di Messina – Inter del 27 novembre 2005 si registra una delle scene più orrende viste in Serie A negli ultimi anni. Il gioco poi riprende dopo pochi minuti, il gesto di Zoro dovrà aspettare ancora venticinque minuti (e un gol di Di Napoli) per passare alla storia. Un gesto a suo modo ribelle, di rottura contro un calcio che in molte circostanze ha trattato il razzismo come una normalità da sottovalutare.

Marc Zoro arrabbiato con la palla in mano è la conseguenza della società italiana dell’epoca, ma anche di quella attuale visto che sono passati solamente dodici anni. Nel calcio si dice che “quello che succede sul campo deve rimanere sul campo” e quindi va bene dire finocchio di merda, va bene dire zingaro di merda, va bene dire negro di merda. Purché non esca dal campo, logicamente. E invece no, il gesto di Zoro vuole andare contro questo becerume. Perché quello che succede in campo può rimanere in campo solo in determinati casi, non quando entra in mezzo la componente omofoba o razzista. Allora sì, in quel caso è giusto arrabbiarsi e denunciare, è giusto prendere il pallone e andare via, sarebbe addirittura giusto un intervento dell’arbitro e magari della federazione.

Casi come quello della curva dell’Inter se ne vedono a bizzeffe, anche se poi ogni giocatore reagisce a modo suo. Zoro ha fatto come Boateng qualche anni più tardi, ma di casi del genere è pieno il calcio, non solo italiano (Eto’o, per esempio).

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Certo, servirebbe un’educazione diversa e bla bla bla. Parlare di razzismo nel 2017 è diventato banale, una tematica da testo argomentativo per i ragazzi di terza media o del primo anno delle superiori. “Il razzismo è una cosa sbagliata, non si offende nessuno che ha il colore della pelle diverso dal nostro“. Poi, gli stessi che hanno scritto queste frasi, qualche anno dopo sono protagonisti di un trafiletto sui quotidiani perché si sono presi un anno di squalifica: zingaro, marò, vu cumprà, ma tanto chi se ne frega, quello che succede sul campo rimane sul campo. Troppo facile pensarla così, come se il calcio fosse garanzia di impunità. E lo stesso vale per i cori contro Pessotto, Heysel, Arno, Vesuvio: c’è veramente bisogno di tutta questa cattiveria?

Il problema è che, almeno in Italia, certi argomenti vengono deificati e tra questi è principe il razzismo – o comunque la discriminazione in generale. È come se nella sede della FIGC ci fosse un altarino con una bolla che racchiude il tema razzismo e nessuno la tocca da anni, ma tutti passano e si inchinano come Fantozzi di fronte alla madre del Megadirettore. Basta tirar fuori le parole razzismo ed educazione tutti hanno la coscienza pulita. Poi però Rüdiger vende i calzini e le cinture e spesso ogni suo tocco di palla viene accompagnato da ululati di vario genere.

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In casi del genere poi va tanto di moda dire che “il problema è culturale“. Una delle ovvietà più grandi mai pronunciate, spesso da chi poi ci casca inconsapevolmente. Pubblicizzando o scrivendo articoli sulla Coppa d’Africa c’è chi ha preso una bella manciata di stereotipi e li ha messi tutti assieme. Fateci caso: i giocatori africani non sono compagni di squadra ma ‘fratelli‘, l’allenatore è sempre un santone o uno stregone, la musica che accompagna gli spot è sempre la stessa e se non ha sonorità tipiche dell’Africa più nera allora non va bene, in ogni locandina ci sono leoni o gazzelle o tigri (parentesi: nel manifesto dell’Europeo non si vedono mai una volpe o una renna).

In estate durante le Olimpiadi ogni donna medagliata doveva essere per forza mamma o avere una fotogallery sexy, oppure era presentata come la moglie di un terzino di quarta categoria: sessismo bello e buono, per quanto involontario. Con il razzismo succede la stessa cosa, purtroppo, i bias cognitivi sono simili. Per questo Marc Zoro che prende il pallone e vuole farla finita con quel tipo di calcio marcio è un simbolo di ribellione. È impensabile non dargli ragione.

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