Un altro calcio è possibile.

La finale dei playoff di League 2 in Inghilterra (4a serie professionistica) non eguaglia di certo per qualità lo spettacolo di altre finali con maggiore visibilità mediatica. I centrocampisti delle squadre in campo passano più tempo a guardare la palla volare sopra le loro teste piuttosto che a giocarla con i piedi; la cervicalgia è quasi una malattia professionale a questo livello.
Questo evento, però, ci mostra l’enorme passione legata al calcio cosiddetto “minore”, che si riscontra in Inghilterra e offre spunti per raccontare storie legate ai diversi modelli di business calcistico, che si scontrano non solo sul campo, ma anche ideologicamente.
La passione è dimostrata dalle medie di spettatori presenti a queste finali, che vengono giocate nel mitico, ma non più storico, stadio di Wembley. Mediamente 30.000 spettatori assistono all’evento, con picchi da quasi 60.000. Numeri impensabili per serie equivalenti nel resto d’Europa (basti pensare che la finale dei play off di Lega Pro fra Parma e Alessandria ha totalizzato 16.000 spettatori al Franchi).

I modelli di business, invece, sono ben esemplificati dalle squadre coinvolte nelle ultime due finali: AFC Wimbledon – Plymouth Argyle (stagione 2015-16) e Blackpool – Exeter City (2016-17). Sia Wimbledon che Exeter, infatti, sono esempi di “fan owned club”: squadre la cui proprietà appartiene, con forme diverse, ai tifosi stessi. È nota a molti la storia dell’FC United of Manchester, meno noto è il fatto che, all’atto della creazione, l’FC United of Manchester ha ricevuto enorme supporto e guida dai tifosi/proprietari dell’AFC Wimbledon, la cui storia ricorda, per molti tratti, quella dell’FC United of Manchester.
FC United of Manchester e AFC Wimbledon fanno parte dei “fan owned club” comunemente definiti, anche se non sempre in maniera appropriata, “protest clubs”: squadre nate in opposizione a scelte delle dirigenze delle squadre, alle quali i tifosi erano storicamente legati.
L’AFC Wimbledon nasce nel 2002 dalla protesta dei tifosi del FC Wimbledon contro la decisione, da parte della nuova proprietà, di spostare la squadra a Milton Keynes (90km da Wimbledon), spostamento che avveniva, in effetti, nel 2003, con il conseguente cambio di nome della squadra in Milton Keynes (MK) Dons. Grazie all’avvallo della Federazione, con questa decisone la proprietà cancellava la gloriosa storia del club fondato nel 1889 e che nella sua bacheca vanta anche la mitica FA Cup, vinta nel 1987-88 dalla “crazy gang” di John Fashanu, Vinnie Jones e Dennis Wise. I tifosi di fronte alla sfacciata mancanza di rispetto per la storia del club, fortemente radicato nel sobborgo londinese, decidono di fondarne uno loro, che, partendo dai dilettanti al 9° livello della piramide calcistica Britannica, risale fino all’attuale League 1 (3a serie professionistica).

Lo sponsor più bello del mondo

La storia dell’Exeter City, invece, è utile per raccontare un altro aspetto, forse meno noto, del pianeta “fan owned football”. Exeter, infatti, appartiene alla categoria dei cosiddetti “supporters’ buyout clubs”: squadre i cui tifosi assumono la proprietà dopo fallimenti, bancarotte e situazioni di dissesto economico. I “supporters’ buyout clubs” rappresentano un aspetto forse meno eclatante del fenomeno “fan owned clubs”, ma ne sono in realtà la vera anima, il vero punto di rottura economico, e quindi politico, rispetto al calcio moderno, dominato da presidenti che comprano squadre come investimento, senza nessuna considerazione per il valore sociale che il calcio rappresenta per le comunità, di cui le squadre sono espressione.
Exeter City Supporters’ Trust assume il controllo del club nel 2003, al culmine di anni travagliati, caratterizzati da continue crisi economiche, dovute a manager incapaci che avevano portato il club ripetutamente sull’orlo della bancarotta e che rischiavano di far scomparire un club nato nel 1901, che non vanta molti trofei in bacheca, ma può fregiarsi di essere la prima squadra ad aver giocato contro una rappresentativa nazionale brasiliana durante il tour del Sud America, che il club fece nel 1914 (la nazionale intesa come la intendiamo oggi ancora non esisteva).
Nel 2003, a seguito dell’arresto di 3 membri del consiglio di amministrazione, Exeter City Supporters’ Trust prende il controllo del club pagando £20.000 per comprare le quote di maggioranza del club e, di conseguenza, i debiti di 4.5 milioni di sterline verso i creditori. Il successo dell’Exeter City Supporters’ Trust nel riassestare i conti del club è legato anche al sorteggio di FA Cup contro il Manchester United, che porta Scholes, Giggs, Cristiano Ronaldo e Rooney a giocare al St James Park di Exeter dopo che le due squadre avevano pareggiato 0-0 all’Old Trafford di Manchester. La FA Cup, infatti, permette a qualsiasi squadra – dai dilettanti alla Premier League – di scontrarsi, dividendo gli incassi dei botteghini, consentendo a club minori enormi guadagni per biglietti venduti, merchandising ed eventuali diritti televisivi.

Impossibile parlare dei “Supporters’ buyout clubs” senza nominare il Northampton Town, la prima squadra del calcio moderno inglese, i cui tifosi abbiano deciso di formare un Supporters’ Trust con lo scopo specifico di avere un coinvolgimento diretto nella gestione del loro club. Nel 1992, infatti, su iniziativa di Brian Lomax, il Northampton Town Supporters’ Trust diventa il primo Supporters’ Trust a distinguersi dagli altri già esistenti per questa sua decisa posizione politica nei confronti della proprietà. Brian Lomax, da molti considerato “l’inventore” dei Supporters’ Trust, portò nel calcio le idee sviluppate grazie al suo lavoro in una ONG che si occupa di ex-detenuti: “Più diamo potere decisionale e senso di responsabilità alle persone, più queste si impegneranno.”

Tornando alle finali di League 2, da cui siamo partiti, è interessante in questo contest parlare del Blackpool, perché ben rappresenta il modello affaristico alternative ai “fan owned club”. I tifosi del Blackpool, infatti, boicottano attivamente il loro amato club in opposizione alla proprietà, che, secondo le accuse dei tifosi e di molti osservatori neutrali, sta rovinando economicamente la squadra, scesa in pochi anni dalla Premier League alla League 2. Secondo i tifosi, la proprietà tratta la squadra come una mucca da cui mungere fino all’ultimo centesimo, senza alcun interesse oltre a quello puramente economico. La campagna di boicottaggio ha visto crollare gli incassi al botteghino dello stadio, arrivando pure a boicottare la finale a Wembley. La situazione fra tifosi e proprietà è resa ancora più insostenibile dalle numerose azioni legali intraprese dai proprietari contro i tifosi che protestano. A supporto dei tifosi del Blackpool si è creata una catena di solidarietà formata da tifoserie di molte altre squadre, che si trovano in situazioni simili. L’enorme quantità di soldi, che circolano attorno al calcio inglese (i cui ricavi dai contratti televisivi sono i più ricchi al mondo), attrae, infatti, molti soggetti interessati a speculazioni economiche che, portando iI club al fallimento, lasciano i tifosi – per i quali i club sono espressione della comunità e non bancomat da cui estrarre soldi – a doverne ricomporre i cocci.

E il Plymouth? Sul Plymouth non c’è molto da dire, anche perché nel derby del Devon fra Exeter City e Plymouth, noi tifiamo City.

Articolo a cura di Francesco Casanova.

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