Storia a puntate di un delirio organizzato – 3.

Eravamo rimasti ai tirati fuori, quelli fermati prima dell’ingresso, o ai quali non è permesso di partecipare. Ma quanti modi esistono di essere estromessi con la forza? Di essere buoni e belli fino ad un certo punto, prima di diventare un peso da scaraventare con forza oltre i confini dello sguardo?
Nella Capitale quest’anno ne sanno qualcosa. E no, non parlo di Ignazio Marino, la cui cacciata dal Campidoglio per congiura è figlia legittima di quella stessa democrazia para-subordinata al padrone di turno che ne ha prodotto la candidatura a sindaco.
Mi riferivo, invece, alle recinzioni fisiche e burocratiche imposte ai tifosi di Roma e Lazio, col benestare neanche poco esplicito delle rispettive società, dalla nuova coppia dei noiosi geometri del catasto della repressione capitolina: il questore fuorisede Niccolo D’Angelo, quello di “Io morti non ne faccio” (meno male…), come rispose alle polemiche post-baldoria romana degli ultras del Feyenoord; e il prefetto-tuttofare Franco Gabrielli (quel tipo di persona che, se le sentii dire “potrei sciogliere il Comune”, ti fa pensare subito a una grande vasca di acido con sopra gli assessori tenuti da un cavo destinato a scendere).

Questa curva non si divide. Il piano, passato per la divisione dei settori caldi delle due sponde dell’Olimpico e soprattutto per provocazioni poliziesche, multe e daspo (qualcuno per fortuna annullato) verso chiunque in condizione di poter essere colpito, ha raggiunto il suo apice l’8 novembre scorso. È il giorno del derby cittadino, c’è poco altro da aggiungere, è una partita che può valere mezza, una o anche diverse stagioni. È un giorno speciale, e tale resterà: Roma-Lazio si gioca senza ultras, la Sud e la Nord non entrano. Così si sciupa una gioia che deve essere di tutti, un feticcio sentimentale che a fatica prova a resistere all’esilio di un pezzo di società dal ruolo di protagonisti attivi della realtà verso una carriera da semplici spettatori (paganti).
Gli ultrà non entrano. Qualcuno simpatizza, molti se ne sbattono. Le forze dell’ordine lanciano gli allarmi (falsi); l’informazione fa il gioco per cui è diventata il potere dominante che è, e li imbelletta e li alimenta. Esito scontato: si parla solo del timore di una città a ferro e fuoco, e non dell’evidenza di una città di fatto morta, perché ferita nel suo corpo una volta unito, recisi i nervi che dovrebbero legarne le parti distanti e diverse.
“Non sono serenessimo”, recita con falsa preoccupazione Clint Eastwood Gabrielli. Lettori e ascoltatori, stressati da giorni di ammonimenti dal freddo sudare, attendono ormai ansiosi la marea montante di rissosi energumeni dai vari continenti, bestiame barbarico pronto a invadere nuovamente la città eterna per farne, da sede del fascistissimo “manipolo di bivacchi”, un covo di mazze, sciarpe sul viso e pugni.
La verità vera si presente nelle forme di un processo alle intenzioni degno di un Paese ridicolo. Nessuno ha visto nulla, ma interessa solo il risultato (come pensano allo stadio tanti che in curva non vanno). Si esulta comunque al pericolo scampato. Parafrasando una citazione universalmente ricondotta a Bonaperti: “L’ordine pubblico non è importante, è l’unica cosa che conta”.
Non servivano i proclami dell’ISIS, la gente ha scelto il terrore molto prima che fosse il terrore a scegliere loro.

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Quando ho preso a scrivere questo post avevo in mente di parlare di tutt’altro, giuro, ma se avessi le idee chiare non sarebbe certo un vero delirio disorganizzato.
Per esempio, parlando di Roma e Lazio senza curve, mi sono venute in mente la “cortina di ferro” così come la definì Winston Churchill ed una pagina di Calcio e potere (titolo originale Football against the enemy), bel libro del giornalista inglese Simon Kuper, a proposito della sofferenza di uno dei tifosi dell’Hertha Berlino rimasto in Germania Est e costretto ad abbandonare la propria squadra quando questa fu trascinata dall’altra parte del Muro e della città e forse anche del mondo:

Nei primi mesi dopo la costruzione del Muro passò tutti i sabati pomeriggio in mezzo a una massa di tifosi dello Hertha di Berlino di Est, in piedi di fianco al Muro, ascoltando i suoni che arrivavano dal campo di gioco dello Hertha, a pochi metri di distanza dalla frontiera. Quando la folla allo stadio esultava, il gruppo al di là della Cortina di ferro esultava a sua volta. Nel giro di poco tempo, le guardie di frontiera fecero in modo che la cosa cessasse. In seguito, lo Hertha si spostò allo Stadio Olimpico, che si trova all’estremità occidentale di Berlino Ovest, a chilometri di distanza dal Muro, e non a portata d’orecchio.

Ora rileggo la parola “muro” e penso alla Palestina. hanthala
Alle divisioni incise con forza sulla propria terra da un oppressore spietato; alla violenza delle politiche nazionaliste di conquista che fanno moltiplicare gli insediamenti dei coloni; alle proposte di un’estrema destra israeliana razzista e ipocrita che vorrebbe governare anche la pace così come governa la vita di una città sotto sequestro, Gaza, e di un territorio offeso e derubato sia delle risorse materiali, si pensi all’acqua o all’assenza di corrente elettrica, sia di quelle morali, se immaginate che una squadra di calcio è costretta a far rinviare una propria partita (una finale) a causa di intoppi causati dagli abusi di quella che è a tutti gli effetti un’occupazione militare.
C’è un muro, tra Israele e Cisgiordania. Lo volevano in tanti, ma iniziò a farlo costruire il criminale di guerra Ariel Sharon. Corre lungo la “linea verde”, ma anche no; in realtà sconfina per diversi e ampi tratti nei territori palestinesi, e ha prodotto aree con comunità distrutte ed esistenze che necessitano di permessi speciali.
C’è un muro, dicevamo, e su quel muro c’è una scritta: “Esistere è resistere”.

 

Articolo a cura di Nicola Chiappinelli.

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