Robert Raku Ponnick: il primo passo verso la degenerazione.

Siamo tutti d’accordo sull’essere antinostalgici. Questo non è il luogo adatto per dar contro alla nostalgia a tutti i costi che impera sui social, ma comunque una premessa è necessaria. Il calcio di un tempo era più genuino e più emozionante, sotto alcuni punti di vista, ma è innegabile che oggi lo spettacolo sia migliore. Proprio di spettacolo vogliamo parlare, nel senso americano di show. Perché c’è stato un momento in cui il calcio si è piegato ad alcune logiche che oggi sembrano la normalità, ma in realtà col pallone hanno poco a che vedere. Per fare un esempio fresco fresco: Panama elimina gli USA dal Mondiale, i telecronisti esultano ai gol panamensi definendoli “Gol Balboa” in onore alla birra sponsor della nazionale.

La domanda sorge spontanea: quand’è che è cambiato tutto? Quando il calcio è diventato spettacolo o, nel peggiore dei casi, avanspettacolo? La risposta è difficilissima, perché non c’è un momento preciso, uno spartiacque definitivo. Forse BerlusconiUSA ’94, ma era comunque il termine di un processo che andava avanti da anni. In Italia, però, il quesito potrebbe avere una soluzione ben delineata: Robert Raku Ponnick.

Per capire chi è, ma soprattutto cosa è, Robert Raku Ponnick bisogna prima ringraziare Joe McGinnis. Lo scrittore e giornalista americano è stato uno dei pochi a esaminare la vicenda nell’indimenticato ‘Il Miracolo di Castel di Sangro‘, probabilmente uno dei cinque libri più belli sul pallone nostrano. Ancora oggi c’è chi dà contro a McGinnis per la faziosità con cui ha scritto quel reportage, ma per lui parlano i milioni di copie venduti nel mondo: se in Italia – luogo dove è ambientata la vicenda – conosciamo poco il libro, la colpa non è di McGinnis, ma è meglio non divagare. Robert Raku Ponnick è stata l’occasione per il Castel di Sangro di avere visibilità. La squadra era appena stata promossa in Serie B e a McGinnis qualcosa non tornava, soprattutto sui dirigenti sangrini.

Se oggi, cercando su Google, i risultati su Ponnick sono pochi è anche per quello: l’addetto stampa dei giallorossi era l’unico giornalista che seguiva assiduamente la squadra. Poi era il 1996, l’eco di Ponnick poteva ampliarsi solo sulla carta stampata e sui tg locali, cosa che avvenne solamente in parte. Questa è la scenografia intorno al quale si snoda la vicenda Ponnick, una storia forse marginale nell’annata assurda del Castel di Sangro, ma che ci serve per entrare nel dorato mondo del football entertainment.

Il 20 novembre 1996 il Castel di Sangro annuncia l’acquisto di Robert Raku Ponnick. La popolazione sangrina è entusiasta, per la prima volta sono in B e per la prima volta hanno a che fare con un attaccante di fama internazionale. Ponnick è una punta di origine nigeriana, ha un fisico possente e gioca nel Leicester City (la storia è fatta di cicli, diceva Giambattista Vico).

Davanti il Castello ha Galli e Pistella, due attaccanti che si dannano l’anima ma non segnano mai, Ponnick è la soluzione giusta. Nessuno tra i quasi 6mila abitanti di Castel di Sangro si chiede chi sia Ponnick, si fidano tutti di Gabriele Gravina, presidente e delfino del patron Rezza. Il colpo è strabiliante: dalla Premier allo Stadio Teofilo Patini, nessuno ci crede. Sono tutti di fronte alla tv per seguire la prima conferenza del bomber africano. Nessuno si è informato sul suo curriculum, in pochi sanno dell’esistenza della città di Leicester, tra l’altro. Quello che conta è il colpo mediatico, prodromo di altri colpi che si susseguiranno nei vent’anni seguenti in tutta la Penisola.

Tutti i giornali stanno diramando la notizia, persino l’Ansa. Se ne dimenticano solo i quotidiani in cui presta servizio l’addetto stampa giallorosso Giuseppe Tambone, un campanello d’allarme che non viene recepito da nessuno. Ponnick si presenta di fronte ai microfoni spavaldo, il suo atteggiamento ondeggia tra il menefreghismo e l’arroganza. Viene presentato per pochi minuti, poi impugna il microfono e guarda fisso in camera.

Le sue dichiarazioni fanno accapponare la pelle: «Ho visto questa Serie B ed è una merda, io segnerò più gol di chiunque in questo campionato perché sono il migliore. È meglio che gli abitanti di Castel-che-ne-so stiano attenti, se tenete alle vostre donne lasciatele chiuse in casa, se sono carine me le faccio tutte e non mi frega di chi sono. Ho l’uccello più grosso di tutta Italia, Robert Raku Ponnick vi farà divertire come mai in vita vostra».

Lo shock causato dalle parole di Ponnick viene diluito dall’impatto mediatico e dalla portata dell’acquisto. In più c’è grossa curiosità per vederlo Ponnick. Magari non per ammirare l’uccello più grosso di tutta Italia, ma per sapere se davvero può essere l’attaccante con cui svoltare. L’occasione arriva subito, il 21 novembre 1996. Il Castel di Sangro organizza una sorta di amichevole di presentazione, in realtà sarebbe il solito test match contro i dilettanti del giovedì, ma contro una squadra di facce mai viste. Nessuno sembra capire il perché di questo cambiamento improvviso, ma gli occhi sono tutti sulla tribuna del Patini, ancora inutilizzato in campionato per problemi strutturali ma pienissimo per il giorno di Ponnick.

C’è il presidente Gravina, con il suo impeccabile stile da dirigente rampante, ci sono le telecamere di Mediaset e pure della Rai, perché Quelli che il Calcio ha preso in simpatia la banda di Osvaldo Jaconi e ha inviato Idris in Abruzzo. Tutto è pronto per saggiare le qualità di Ponnick, per un pomeriggio Castello è il centro del mondo. Non è solo calcio, è tv.

Fin dai primi minuti Ponnick fatica. Ha un fisico straordinario, tipico da attaccante in Inghilterra, e forse ha problemi ad adattarsi subito allo stile non certo lezioso dei nuovi compagni. Jaconi è chiaro: la punta fa la punta, torna più indietro della trequarti avversaria solo se è in fuorigioco, altrimenti rimane lì. Il nigeriano svaria, va avanti e indietro e il pallone, su di lui, ha il solito effetto del neon sulle zanzare. A un certo punto si prende pure un cartellino giallo per aver fatto fallo su Michelini, suo compagno di squadra. Scuotono tutti la testa in tribuna, Ponnick sembra troppo scarso. 

Come nel migliore dei luoghi comuni pallonari, il calcio toglie e il calcio dà (o potrebbe dare). Ponnick si incunea in area contro la morbidissima difesa avversaria, nessuno lo tocca e lui cade a terra. Fischi dalla tribuna del Patini e, incredibilmente, fischio anche dall’arbitro, è rigore. Nessuna protesta, e questo è un altro campanello d’allarme bizzarro. Quello che accade da adesso in poi è ancora più assurdo delle parole del giorno precedente, una farsa vergognosa.

Il rigorista è Di Vincenzo, ma non se ne parla neanche. Ponnick, strafottente a livelli olimpici, gli strappa la sfera dalle mani e la piazza sul dischetto. Anzi, nemmeno sul dischetto, la sposta più a sinistra e più vicina alla porta. Non si può, uno che ha giocato in Premier League certe cose dovrebbe saperle, ma l’ex Leicester non sembra troppo interessato alle parole dell’arbitro. Nasce un conciliabolo al termine del quale l’arbitro concede al nigeriano la possibilità di tirare il rigore non dagli undici metri.

Ponnick prende la rincorsa ma si piega poco prima di arrivare sul pallone, sente una fitta e si ferma. L’arbitro si avvicina impaurito, così come il portiere che lascia la porta vuota. Si crea un capannello di giocatori, dal quale riemerge Ponnick manco fosse San Lazzaro. L’africano sfrutta la porta vuota e calcia, segna ed esulta smodatamente. Lo stadio è allibito, i compagni pure. Jaconi è una maschera di ghiaccio in panchina. L’arbitro fortunatamente ne azzecca una e annulla il gol, sarebbe stato troppo.

Ponnick la prende malissimo, protesta e viene espulso. Si allontana dal campo litigando furiosamente con il difensore Altamura e mandando a quel paese i tifosi. Rientra negli spogliatoi, il calcio è salvo. Alla ripresa del gioco, l’arbitro e gli avversari si dirigono tutti assieme sotto la tribuna e fanno un inchino. In quel momento Ponnick esce sorridendo dagli spogliatoi e si unisce al saluto. Era tutto uno scherzo.

Robert Raku Ponnick non è mai esistito. Era un attore di colore al soldo di un programma di Mediaset, I Guastafeste, condotto da Luca Barbareschi. Una specie di Scherzi a Parte ma con trovate molto più lunghe e graffianti (almeno così venne presentata). La conferenza stampa, la partita, il rigore, le liti: era tutto architettato a tavolino.

Jaconi sapeva? I giocatori erano a conoscenza dello scherzo? Questi sono i grandi misteri d’Italia, quel che è certo è che Gabriele Gravina non fece una bellissima figura. L’homo novus del calcio italiano venne sbeffeggiato da tutti. Voleva essere come Silvio Berlusconi, si dice che fosse un grande ammiratore del Cavaliere e puntasse a entrare nella sua orbita. Come Berlusconi aveva provato a portare la tv nel calcio più che il calcio in tv. Gravina non ce l’ha fatta, l’accordo con I Guastafeste è stato un boomerang in un inizio di stagione sfortunato per il Castel di Sangro. Il presidente dette la colpa a Tambone, l’idea era dell’addetto stampa.

Gabriele Gravina adesso è il volto nuovo e pulito della Serie C italiana. È subentrato a Mario Macalli ed è stato indicato come l’uomo con cui la terza serie italiana può tornare a splendere. Per ora le società continuano a fallire e il calcioscommesse spesso è padrone, così come i fatti di cronaca tra tifosi o tra tifosi e società. È in carica da due anni, diamogli tempo.

A ventun anni di distanza dal caso Ponnick, nessuno ne parla più. È stato quello uno dei momenti precisi in cui il calcio in Italia si è dato all’intrattenimento, in cui si è provato a far combaciare il divertimento per famiglie con una squadra scalcinata dell’entroterra abruzzese.

Un termine tremendo che viene usato per certi aspetti del pallone odierno è ‘baracconata‘, probabilmente l’unica parola del tutto azzeccata per la vicenda Ponnick. Non sarà stato lo spartiacque decisivo per la trasformazione (o meglio, degenerazione) del calcio in uno show, ma ci si accosta abbastanza. Non siamo nostalgici, o comunque non lo siamo nell’accezione negativa derivata dai social, ma un po’ di genuinità ci manca.

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