Red Bull e la degenerazione del calcio moderno.

Per parlare di Lipsia, del Leipziger Baumwollspinnerei, dell’Altes Rathaus, del Paulinerkirche, devi partire da Salisburgo. In una birreria ben lontana da quelle delle guide turistiche con 67 piani e 420 milioni di birre diverse. Maximilian – ma poteva essere anche Felix, Jonas o Tobias – è a metà della sua seconda pinta e non può sapere cosa sta succedendo in quel preciso istante al suo Austria Salzburg, che neanche si chiama più così.

Maximilian ha smesso di seguire i suoi ragazzi nel 2005, da quando la società è stata rilevata dalla Red Bull. Nella mia compagnia di amici, la Red Bull era famosa perché qualcuno aveva sparso la voce che contenesse sperma di toro quando era semplicemente taurina.

Con l’acquisizione dell’Austria Salzburg, la Red Bull decideva di gettarsi a capofitto nel calcio rivoluzionando tutto, compreso il buon senso. Via i vecchi colori, via il vecchio nome, via il vecchio logo, via la vecchia società. Come colore viene preso il bianco e il rosso, il nome diventa Red Bull Salzburg, il logo diventa quello dell’azienda e la società venne rifondata da zero interrompendo ogni continuità con la vecchia squadra. I tifosi non la prendono benissimo, ma il capitale di solito di queste cose se ne fotte.

Maximilian, che era uno di quei tifosi, ora si ritrova davanti all’ennesima birra di troppo e non può sapere cosa stia succedendo durante la partita valevole per il secondo turno dei preliminari di Champions tra Red Bull Salzburg – che con la nuova gestione ha messo su un’accozzaglia di, relativamente parlando, fenomeni – e i lettoni del Liepaja. Il terzino Andreas Ulmer è sceso in campo con un’altra divisa, quella della squadra della Red Bull di Lipsia. Stessi colori, stesso logo. Difficile notare la differenza, che sfugge anche allo stesso giocatore.

1006093_710261799050922_8923474588525231099_nNel 2009 l’esperimento calcistico della Red Bull iniziato nel 2005 da Salisburgo arriva a Lipsia dopo essersi fermato a New York, Campinas (Brasile), Anif (Austria), Sogakope (Ghana). A Lipsia vediamo come il progetto Red Bull si scosta dal modello divoratore capitalista di un’altra idea di calcio – come quella degli Squinzi in Italia. Non si punta alla provincia per un pubblico più facilmente addomesticabile, infrastrutture più facili da ottenere e meno protagonisti con i quali spartire la torta.

A Lipsia troviamo un bacino di utenza elevatissimo e uno stadio già pronto, costruito per i Mondiali 2006, e inoltre l’opportunità di dare al vecchio blocco dell’Est l’opportunità di avere una squadra competetiva in patria e magari anche in Europa. Ovviamente non perchè alla Red Bull stia a cuore la scellerata distruzione delle risorse dell’ex DDR avvenuta dopo la riunificazione del paese, ma solamente per poter imporsi come squadra totalizzante della parte orientale della Germania.

Dopo aver provato a portarsi a casa la squadra storica di Lipsia ed esser riusciti a racimolare solo minacce di calci nel culo da parte dei tifosi del Sachsen, decisero di attuare un’altra mossa più subdola. Rilevarono la società del SSV Markranstädt, infima squadra di un paesino a pochi kilometri da Lipsia, e iniziarono così l’esperienza del freddo calcolo del capitale in Germania.

L’azienda austriaca però trovò anche altri ostacoli sulla propria strada, come alcune regole della federazione calcistica tedesca che impedivano alla squadra di avere come simbolo il logo, e come nome denominazione il nome, di un’azienda. Nessun problema: come logo vennero adottati due tori rossi stilizzati e al centro un pallone e come nome si ricorse a quello che, con tutta l’antipatia possibile, rimane un colpo di genio. Il club venne chiamato RasenBallsport Lipsia, letteralmente “Sport della palla sul campo – Lipsia”, ma che abbreviato diventava RB Lipsia.

RB come cosa? Red Bull, tipo.

Inoltre, per regolarizzare totalmente la propria posizione nei confronti della Federcalcio tedesca, che non permette che la maggioranza delle azioni del club finisca in mano a un unico intestatario,red_bull_squadre1 venne creata una società per soci con quota di entrata valutata a poco meno di 1000€, cifre folli per il calcio tedesco.

Dopo la prima stagione in quinta divisione e la promozione diretta al primo tentativo per il club ci furono delle novità importanti. Prima di tutto si trasferì nel già citato stadio da 44mila posti, lascito di Germania 2006, in secondo luogo entrarono a far parte della società elementi di spicco del calcio internazionale come Ralf Rangnick, ex allenatore dello Schalke 04, e Gérard Houllier, ex allenatore della nazionale francese, quello della clamorosa mancata qualificazione al mondiale del ’94, e del Liverpool. Da quel momento la compagine di Lipsia non si è più fermata arrivando quest’anno addirittura in Bundesliga.

La squadra più odiata di Germania ha già dichiarato di voler puntare all’Europa e di non aver paura di spendere cifre importanti. Nel frattempo i giocatori, prima di ogni posizionamento di novembre in campionato, completamente immersi nell’ambiente del calcio moderno fatto di ciuffi tardo-ottocenteschi con rasatura ai lati, hanno preso il trentaduesimo di finale di DFB Pokal contro la Dinamo Dresda come un allenamento. A fine primo tempo vincevano 2-0, una passeggiata. Al ’90 però il risultato è andato sul 2-2 e la Dinamo Dresda ha anche avuto la meglio ai rigori. Così, come se il fantasma del natale passato della DDR avesse voluto chiarire che con esso non si scherza.

 

Articolo apparso originariamente su Crampi Sportivi.

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