Paradise lost: la leggenda del Belfast Celtic.

Piove, fa freddo ed è buio, nonostante il pomeriggio sia appena iniziato. Non è uno scenario inconsueto a Belfast, specie in un giorno di fine dicembre. A Windsor Park si gioca il tradizionale derby del Boxing Day, avversari i padroni di casa del Linfield e i loro acerrimi rivali del Belfast Celtic. La partita è durissima, come da copione quando si affrontano le Big Two del calcio nordirlandese, che da ben 17 anni si alternano nell’albo d’oro del campionato: dopo la vittoria del Glentoran nel 1930/31, 6 titoli sono andati ai Blues e 11 ai Celts. Al 35′ del primo tempo, in uno scontro fortuito con il talentuosissimo centravanti del Celtic Jimmy Jones, il difensore del Linfield Bob Bryson si rompe una caviglia e deve lasciare la propria squadra in 10 uomini, vista l’impossibilità di effettuare sostituzioni. Pochi minuti più tardi i padroni di casa restano addirittura in nove: l’attaccante Jackie Russell viene colpito violentemente dal pallone, pesantissimo a causa della pioggia, ed esce semisvenuto dal terreno di gioco. La folla dei tifosi dei Blues è furibonda, e ad aizzarla ulteriormente ci pensa l’annuncio (dato da uno speaker a circa metà del secondo tempo) della diagnosi scorretta di “gamba spezzata” per Bryson. Mentre la rabbia dei sostenitori locali si impasta con l’alcool e monta inesorabilmente, quando mancano 18 minuti al fischio finale Paddy Bonnar (Celtic) e Albert Currie (Linfield) vengono alle mani e l’arbitro non può fare a meno di espellerli; sugli spalti la polizia deve ricorrere ai manganelli per tenere a bada la Spion Kop, la terrace dove si trovano i tifosi più scalmanati. A 10 minuti dal termine il pubblico al seguito del Celtic esplode: Jackie Denver è stato abbattuto in area da Jimmy McCune. È rigore? Sì, l’arbitro ha fischiato. Sul dischetto va il capitano, Harry Taylor, che fa centro. 1-0 per i Celts. La situazione sugli spalti si fa quasi insostenibile e diverse migliaia di persone si avviano verso le uscite, temendo un’ulteriore degenerazione. Sul prato i giocatori continuano a correre e picchiare. Per gli ospiti sembra fatta e l’allenatore Elisha Scott già pregusta di portare a West Belfast la vittoria sui rivali di sempre. Ma a quattro minuti dal termine Isaac McDowell scappa sulla fascia, vede in mezzo Billy Simpson e lo serve: la conclusione dell’attaccante supera Kevin McAlinden e regala ai suoi l’1-1. È il delirio. I tifosi del Linfield, ubriachi di gioia quasi quanto di birra e whisky, entrano in campo per festeggiare e qualcuno ne approfitta per dare un paio di pugni ai giocatori avversari. I poliziotti faticano non poco per riportare la gente ai propri posti e far terminare la gara; gli ultimi minuti si giocano in un frastuono assordante, con i giocatori biancoverdi che pensano solo a come rientrare velocemente negli spogliatoi al termine del match. Quando il signor Boal fischia la fine, però, i tifosi della Kop invadono immediatamente il terreno di gioco: inizia in quel momento una delle peggiori cacce all’uomo mai viste su un campo di calcio. C’è un avversario in particolare che vogliono trovare: Jimmy Jones.

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Jimmy Jones in maglia biancoverde.

Jones non solo è “colpevole” di aver causato l’infortunio di Bryson, ma ai loro occhi è anche un traditore: è infatti un protestante che gioca per la squadra della parte cattolica della città. Un peccato capitale per i più violenti e facinorosi tra i sostenitori del Linfield, dichiaratamente lealisti, filobritannici e anticattolici. Mentre il 20enne centravanti di Lurgan si sta avviando verso gli spogliatoi attraverso la piccola pista che corre ai bordi del campo, un nutrito gruppo di tifosi Blues lo raggiunge, lo aggredisce e lo trascina verso la Spion Kop, dove viene infine gettato; qui, accerchiato da una trentina di persone, viene malmenato selvaggiamente. Mentre i suoi compagni combattono per salvarsi tra i colpi della folla e le manganellae della polizia, che sta cercando inutilmente di riportare l’ordine, qualcuno salta sulla gamba destra di Jones per assicurarsi di porre fine alla sua promettente carriera. Sono momenti terribili per lui e per i suoi genitori, che sono arrivati a Belfast proprio per il derby e ora assistono impotenti al pestaggio del figlio dalla tribuna dello stadio; e a un certo punto sembra davvero che quella gente voglia ucciderlo. Con i poliziotti troppo occupati o lontani per intervenire, la salvezza per Jones assume le fattezze di un altro ragazzone di Lurgan. Il suo nome è Sean McCann, è un portiere e fino all’anno prima ha fatto parte della squadra riserve del Belfast Celtic; ora è al Ballymena United e ha pure giocato quella mattina, ma non poteva mancare per il match del Boxing Day. McCann vede Jones in mezzo alla folla impazzita e, senza pensarci un secondo, si precipita in suo aiuto. Rifilando a destra e a manca gomitate, calci e spallate riesce ad arrivare dall’amico ormai svenuto, sul quale letteralmente si getta per evitare che venga colpito ancora. La sua parata più bella, senza dubbio. Alcuni poliziotti lo vedono e arrivano subito dopo di lui, disperdendo i vigliacchi aggressori. La gamba destra di Jones è spezzata (resterà per sempre più corta di qualche centimetro rispetto alla sinistra), ma per fortuna lui è vivo. Il Belfast Celtic, invece, muore quel 27 dicembre del 1948, anche se nessuno ancora lo sa.

La leggenda dei Celts era iniziata nel 1891, nel quartiere cattolico di West Belfast. Il quartiere di Falls Road, dell’IRA, di Bobby Sands. Il nome e i colori della squadra erano stati scelti come chiaro omaggio al Celtic F.C. di Glasgow, il club degli emigranti irlandesi in Scozia, così come quello dello stadio, Celtic Park, chiamato affettuosamente Paradise dai tifosi sia a Glasgow che a Belfast. Come i più famosi Hoops, anche il Belfast Celtic rappresentava la parte indipendentista e cattolica di una città divisa; ma se a Glasgow il football diventava sublimazione del contrasto tra protestanti e cattolici, a Belfast era solo uno dei tanti modi in cui si manifestava lo scontro sanguinoso tra unionisti e repubblicani.

Belfast Celtic
Murales di West Belfast dedicato alle leggende del Grand Old Team.

Il primo titolo del club, ammesso nell’Irish League nel 1896, fu il campionato del 1899/1900. Nel 1920, in piena Guerra d’Indipendenza, arrivarono i primi problemi seri: durante il replay della semifinale di Irish Cup con il Glentoran, nel giorno di San Patrizio, scoppiarono gravi incidenti sugli spalti e un tifoso dei Celts esplose anche alcuni colpi di pistola. I biancoverdi, nonostante la vittoria del terzo campionato, abbandonarono le competizioni ufficiali fino alla stagione 1924/25, ma quando rientrarono ripresero immediatamente a vincere. L’epoca d’oro del Belfast Celtic fu quella  a cavallo tra la metà degli anni ’30 e la fine dei ’40, con sette titoli consecutivi (dal 1935/36 al 1941/42, anche se i campionati compresi tra il 1940/41 e il 1946/47 non furono ufficialmente assegnati) e l’acquisizione dello status di “grande” del football nordirlandese alla pari del Linfield. Una dicotomia del tutto simile all’Old Firm Celtic-Rangers in Scozia, definita non a caso Belfast’s Big Two. Nemici perfetti, Celts e Blues. Da una parte la squadra dei repubblicani del ghetto cattolico di West Belfast, rappresentante di una working class spesso discriminata; dall’altra il club simbolo degli unionisti protestanti, fedeli sostenitori della Corona britannica e del suo esercito occupante. C’era però dell’altro sotto questa apparente divisione netta: mentre il Linfield praticava un rigido settarismo nella scelta dei giocatori e non aveva praticamente seguito tra i cattolici, il Belfast Celtic poteva vantare una discreta base di tifosi protestanti (circa il 10% del totale del pubblico in casa, secondo stime dell’epoca) e tesserava giocatori di qualsiasi confessione religiosa; nel derby del Boxing Day del 1948, paradossalmente, ben 6 giocatori biancoverdi su 11 erano di religione protestante.
Fu proprio quella partita a segnare l’inizio della fine per il Belfast Celtic. Disgustati da quanto accaduto ai loro giocatori (oltre a Jones, anche il difensore Robin Lawler e il portiere McAlinden furono feriti seriamente), i dirigenti decisero di ritirare la squadra al termine della stagione. Di certo non facilitò le cose la squalifica ridicola comminata dalla IFA al Linfield: un mese di chiusura di Windsor Park, ovvero due gara interne da giocare al Solitude, casa del Cliftonville. Bisogna comunque sottolineare come la grande maggioranza dei tifosi dei Blues si dissociò in maniera netta da quanto accaduto in campo; la stessa dirigenza del Belfast Celtic fu più critica nei riguardi della polizia che verso i tifosi avversari, accusando pubblicamente le forze dell’ordine di aver mal gestito la situazione.
Il ritiro da ogni competizione ufficiale divenne dunque definitivo dopo la fine del campionato, concluso al secondo posto dietro al Linfield. Motivi economici per qualcuno, divergenze tra i dirigenti per qualcun altro; o forse, come disse il decano dei giornalisti nordirlandesi Frank Curren, la consapevolezza che dietro quell’aggressione ci fosse qualcosa di più di una semplice questione sportiva (“They knew that it wasn’t a football problem, and that there was nothing they as a football club could do to end it. So they got out”). Il Belfast Celtic continuò a giocare incontri amichevoli (compresa una storica vittoria sulla Scozia durante un tour negli USA) fino al 24 giugno 1960, quando disputò un match con il Coleraine.
Il derby del Boxing Day del 27 dicembre 1948 fu l’ultimo disputato da quella squadra leggendaria, capace di vincere 56 titoli (più cinque campionati non riconosciuti dalla Irish Football Association) in 58 anni di vita e di contribuire a formare alcuni dei più grandi giocatori del football irlandese. Da Norman Kernaghan, fenomenale ala destra che rifiutò le offerte di vari club inglesi e scozzesi a causa del suo amore per Belfast, al mitico Patrick O’Connell, che divenne un celebre allenatore e guidò anche il Barcellona; da Charlie Tully, colonna del Celtic di Glasgow, a Mickey Hamill, grande centrocampista di Manchester United e Manchester City, che finì la propria carriera da idolo delle folle negli Stati Uniti; e poi i grandi bomber, su tutti Sammy Curran (più di 170 gol in biancoverde) e Jimmy Jones, che nonostante il gravissimo infortunio alla gamba continuò a segnare caterve di reti con la maglia del Glenavon ed è tuttora il marcatore più prolifico della storia dell’Irish League con 332 marcature.

Celtick Park, il Paradiso del Grand Old Team, fu utilizzato come cinodromo fino agli anni ’80, quindi venne abbattuto. Al suo posto oggi c’è un centro commerciale che ospita un piccolo museo del Belfast Celtic, ma per ogni tifoso quel luogo ha perso completamente la sua aura di sacralità.
Dopo la scomparsa dei biancoverdi i repubblicani di Belfast iniziarono a seguire il Cliftonville, che ancora adesso è la squadra degli indipendentisti cattolici della capitale nordirlandese. Dal 1970 il quartiere di West Belfast ha di nuovo una sua squadra, il Donegal Celtic, che nel nome e nella divisa riprende la tradizione degli antichi Celts; dopo più di 30 anni di incessanti richieste e le accuse di settarismo rivolte alla federazione, nel 2002/03 il club è stato finalmente ammesso in 2nd Division e nel 2005/06 è approdato in Premier League, ma non è mai riuscito a ripetere le vittorie del Belfast Celtic ed è anzi retrocesso al termine della stagione 2012/13.
La memoria del Grand Old Team è ancora viva grazie al lavoro di tanti giornalisti e appassionati, alcuni dei quali hanno fondato nel 2003 la Belfast Celtic Society per preservare il ricordo di una delle squadre più forti mai viste in Irlanda del Nord.

Semmai vi capitasse di incontrare un tifoso del Linfield, ricordategli di ringraziare ogni giorno quei suoi antenati che invasero Windsor Park: se non avessero quasi ucciso Jimmy Jones il Belfast Celtic esisterebbe ancora, e di certo il suo club avrebbe in bacheca molti meno titoli. Anche se, a ben guardare, essere ancora nel cuore della gente a quasi 70 anni dalla propria scomparsa è una vittoria molto più grande di qualche decina di campionati dell’Irish League.

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“Quando non avevamo niente avevamo il Belfast Celtic, e allora avevamo tutto”.

One thought on “Paradise lost: la leggenda del Belfast Celtic.

  1. Non conoscevo la storia. L’ho ascoltata oggi su RAI1 e qui ho trovado il testo completo. Una vicenda dai contorni omerici., che fa tremare i polsi. Dove si vede che gli uomini preparano la legna su cui il fato getta la fiammella. Un evento tragico con una sua pur spaventosa bellezza. Grazie per averlo saputo raccontare così bene.

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