Di padre in figlio, di SPAL in SPAL.

Così, su due piedi, direi che io con la SPAL non c’entro niente. Non penso di avere più di una passeggera attenzione verso il presente roseo della squadra di Ferrara. Del resto, sono di Napoli e il Napoli è la mia squadra. Eppure la SPAL mi ritorna in mente di continuo. Qualcosa mi ha spinto, in tutti questi anni, a ricercare informazioni circa il suo andamento in campionato, il calciomercato o vicende societarie. Lo definirei una sorta di rapporto viscerale, intrinseco, qualcosa che sta nel profondo, a livello molecolare. Io a Ferrara ci sono stato pochissime volte, la maggior parte di queste di passaggio. Non ho respirato l’aria che sa di umidità, ai piedi del Castello Estense. Non ho mai pedalato tra i viali divorati dal fogliame secco in autunno. Non ho mai goduto dei parchi comunali e di rado ho vissuto la sua notte, tra storie, buon vino e birra. A Ferrara, però, ha vissuto mio padre, in gioventù. Io non ero nemmeno un suo pensiero, a quei tempi, ma è come se qualcosa – un legame – mi fosse stato tramandato cromosomicamente.

A Ferrara, c’era – credo ci sia ancora – uno dei migliori istituti d’Agraria in Italia. O almeno, quella era l’opinione diffusa in giro per lo stivale. Valigione strapieno, stazione di Napoli Centrale, biglietto in tasca assieme ad un bel po’ di aspettative e un pugno di soldi. Erano gli anni ’70, la SPAL galleggiava in serie B ma il profumo della serie A degli anni ’60 era ancora presente in città. Il calcio è un richiamo irresistibile. Papà non ci mise molto a farsi spiegare la strada più breve per arrivare al Paolo Mazza. Il 20 ottobre del 1974 si giocava SPAL-Perugia e papà portò con se, al Comunale, una sciarpa bianca e azzurra del Napoli, dalla quale non si staccava praticamente mai. Suppongo fosse una sorta di filo immaginario che lo facesse sentire come collegato alla sua città. Fatto sta che quella fu la sua prima “alla SPAL”. Il Perugia – che a fine campionato avrebbe conquistato la massima serie classificandosi come prima – fu battuto per 2-1. Dopo 43 anni, mio padre conserva ancora il biglietto di quella partita. Un cimelio incartapecorito introdotto da un racconto, a metà tra una confessione di colpa e il ricordo del primo grande amore.

Papà è colui che mi ha portato al San Paolo per la prima volta, in curva. Un Napoli-Milan, stagione 96/97, finita con un bugiardo 0-0. Ad oggi, non quantifico più il numero di partite che ho visto, al San Paolo o in trasferta. Sono bastati quei 90 minuti per trasmetteremi la passione. Sono bastati quei goal non segnati a stabilire una connessione che non si perderà mai più. Un pareggio a reti bianche, lo stadio che ribolle sotto i piedi, sei ancora bambino e tieni per mano tuo padre mentre scopri l’amore senza capirlo ancora del tutto. Un padre e un figlio sono il DNA della passione. È attraverso il rapporto padre-figlio che si tramandano le tradizioni, le idee, la cultura che abbiamo. È attraverso i racconti di un padre che suo figlio riuscirà a capire cosa sia quella strana e meravigliosa sensazione che sente dentro quando, svoltato l’angolo, gli appare lo stadio avanti agl’occhi. Enorme, una cattedrale fuori contesto. Gli viene voglia di correre, come se fosse sempre troppo tardi, come se non ci fosse più tempo da perdere lontano da quei gradoni. Il padre, il figlio, lo stadio, la passione e l’amore sono coordinate culturali entro le quali ci definiamo. Anno dopo anno. Letteralmente.

Il 13 maggio scorso, la SPAL è tornata in serie A dopo 49 anni dall’ultima volta, chiudendo il campionato di serie B prima in classifica. Ho chiamato subito mio padre e gli ho chiesto cosa avesse fatto la SPAL. Mi ha risposto con voce allegra, contenta, soddisfatta. Tutte sensazioni che io avevo già dentro di me. Ancora una volta ho avuto la sensazione di proseguire anche solo emotivamente un percorso cominciato da lui nel 1974, a Ferrara. Mentre io gioivo in modo spontaneo per la promozione, Lino Aldrovandi era probabilmente a casa sua. La sua città era in festa, l’aria frizzante arrossiva le braccia di mezza Ferrara, riversatasi tra le strade. In determinati giorni, le quattro mura di una stanza sembrano comprimersi su di noi. O forse, siamo noi ad espanderci troppo. Certi giorni bisogna uscire e urlare, sventolare una bandiera, con una sciarpa al collo al posto di una t-shirt. Lino, però, quel pomeriggio aveva fatto il percorso inverso. Mentre tutti si riversavano verso il centro storico, lui risaliva i viali, verso casa.

Mentre Ferrara era a mezz’aria, ubriaca di un uno shakerato di incredulità e adrenalina, Lino era avanti al suo pc, nella sua stanza illuminata da una finestra. Le persiane sono completamente aperte. Lino e sua moglie, Patrizia, non le hanno più chiuse dal 2005. La notte del 25 settembre 2005 è, per molti, la notte delle persiane chiuse. Ferrara sembrò rifugiarsi dietro un muro di paura e di omertà, alla ricerca della noiosa normalità che, negli anni, si è insinuata nell’animo di molti. Come un virus, come un parassita che succhia la voglia di libertà e la pretesa di giustizia. Lino era lì, guardava il suo schermo. Fermo, immobile. Freddo. Avrà pensato che il cerchio andava chiuso. Federico era un ragazzo, uno di Ferrara e che, quindi, tifava la SPAL. Federico tifava la SPAL perché suo padre tifava e tifa la SPAL. Federico era il figlio di Lino. I racconti di Lino sono stati per Federico ciò che i racconti di mio padre sono stati per me: coordinate emozionali, la continuazione della tradizione, l’amore tramandato. Federico non c’è più ma non per Lino che in quella notte meravigliosa di metà maggio era lì, avanti al suo pc, alla ricerca delle milioni di parole che avrebbero potuto descrivere solo una minima parte delle immagini di Federico custodite nella sua testa. Poi, di getto, Lino ha provato a chiudere il cerchio.

In un flusso di coscienza infinito che attraversa i viali, i parchi, i borghi, gli angoli nascosti di Ferrara, fino ad arrivare allo stadio, Lino è con Federico. Lo tiene stretto a se, con un braccio che passa da spalla a spalla, dietro al suo collo. Hanno entrambi una sciarpa della SPAL e camminano senza meta, rimbalzando tra i ricordi di un calvario calcistico che finisce oggi. Il 13 maggio 2017. La SPAL è in serie A, tra i grandi del calcio, dov’è possibile sognare imprese, dove si possono costruire realtà incredibili. Lino è con Federico, nelle sue parole, nella sua stanza con la finestra aperta. Lino non lo sa – o forse si – che in quella stanza c’è tutta Ferrara. Ma non solo. C’è tutta l’Italia, assiepata attorno a lui, in un’arena immaginaria, gremita e sconfinata. L’arena è piena di padri e di figli, con le loro fedi e le loro storie tramandate. Ognuno festeggia il suo giorno di gloria, che sia una promozione, un trofeo, una singola vittoria o una salvezza insperata. Si tengono per mano nei loro giorni di festa perché è così che si chiude il cerchio. Lino è nella sua stanza, assieme a Federico. Senza assassini, senza detrattori, sorridente e leggero. Perché è così che si chiude il cerchio.

Articolo a cura di Saverio Nappo.

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