Non lasciamoli soli.

Spesso, lo scarto tra il dibattito politico e la vita reale palesa posizioni anacroniste. Spesso, lo sport, nel nostro caso il calcio, fa emergere le contraddizioni che, intimamente, anzi necessariamente, porta con sé qualunque anacronismo. Uno di questi è l’attuale legge sulla cittadinanza.

La scorsa settimana, sulle cronache quotidiane è tornato il sempre verde dibattito attorno allo ius soli. Purtroppo, la pochezza della nostra classe politica ci costringe ad affrontare, in modo superficiale, una questione cruciale; con risvolti così importanti sulla vita di centinaia di migliaia di bambini e ragazzi. Uno scontro tra chi ideologicamente ancorato ad una concezione ottocentesca di nazionalità e chi opportunisticamente piegato a calcoli elettorali e politicisti, celati dietro ad ingordi scioperi della fame.

Tra l’altro, la legge che si andrebbe ad approvare, contrariamente a quanto affermano i suoi detrattori, è molto restrittiva: per ottenere la cittadinanza italiana, i minori extracomunitari nati in Italia o trasferiti prima dei dodici anni, devono avere dei genitori che, oltre ad essere legalmente residenti in Italia da almeno cinque anni, posseggano un reddito non inferiore all’assegno sociale, un’abitazione e debbano aver superato un esame di lingua italiana. Nell’altro caso previsto dal ddl, lo ius culturae, la cittadinanza viene concessa a chi abbia concluso un ciclo scolastico in Italia e sia stato legalmente residente nel paese per almeno sei anni.

Se il ddl sulla cittadinanza è fermo in Senato dalla fine del 2015, ad inizio dello scorso anno è entrato in vigore lo ius soli sportivo. In sintesi, il provvedimento consente agli stranieri residenti in Italia, almeno dal compimento del decimo anno di età, di essere tesserati con le stesse procedure previste per i coetanei italiani, appianando problemi burocratici che spesso si risolvevano in forme discriminatorie.

Eppur si muove si direbbe. Tuttavia, come il ddl sulla riforma della cittadinanza, anche lo ius soli sportivo presenta delle criticità: innanzitutto, non consente di far parte delle rappresentative nazionali, poiché necessaria la cittadinanza italiana, ma, soprattutto, non si applica ai minori stranieri residenti in Italia dopo il compimento del decimo anno di età. Comprendiamo la ratio utilizzata dal legislatore nell’individuazione di questa soglia, volta a tutelare i minori dalla tratta dei calciatori minorenni, come recentemente ci ha ricordato il caso del Prato Calcio. Ciononostante, in questo modo, si discriminano in maniera arbitraria i minori che non sono oggetto di tratta, ma soltanto costretti ad emigrare per ragioni economiche o umanitarie.

Seppur la nuova legge agevoli il tesseramento di minori, ci sono delle situazioni che non possono essere risolte se non con il cambiamento della legge sulla cittadinanza. Si pensi al caso del piccolo Elias. Nato a Torino nel 2007 ma, poiché figlio di cittadini albanesi senza un permesso di soggiorno, non può giocare la partita del sabato con e come i suoi compagni di squadra. Da quattro anni infatti si allena con impegno e costanza nel Lucento, squadra dilettantistica del torinese, ma non può essere tesserato perché senza permesso di soggiorno, nonostante frequenti regolarmente le scuole elementari. Elias si sente italiano, parla italiano e, purtroppo, sfoga la sua innocente rabbia accusando la madre della situazione.

Questa non è altro che una delle tante contraddizioni frutto della legislazione in materia di cittadinanza, che risulta veramente anacronista rispetto al resto d’Europa. Inoltre, alla legislazione nazionale, si aggiungono gli stringenti regolamenti federali, che, non solo nel calcio, impediscono a bambini e ragazzi di solcare i campi da gioco.

Ad esempio, come ci hanno segnalato i nostri amici di Overtime – Storie a spicchi, a Castel Volturno, un posto non propriamente facile per un adolescente, c’è una squadra di pallacanestro, il Tam Tam Basket, che è impossibilitata a iscriversi al campionato, poiché il regolamento federale prevede la presenza di massimo due tesserati stranieri. Il progetto sociale della squadra è far giocare gratuitamente, per allontanarli dalla strada, ragazzi nati in Italia da genitori africani che vivono situazioni di disagio e vogliono soltanto giocare a basket. Non possono farlo perché, per la legge, almeno fino al diciottesimo anno d’età, non sono italiani, ma soltanto stranieri con uno spiccato accento campano.

 

Siamo convinti che questi siano soltanto due dei migliaia di episodi di discriminazione che, ogni giorno e in ogni sport,  vivono sulla propria pelle bambini e ragazzi, la cui unica colpa è quella di non avere la cittadinanza italiana, nonostante siano nati e cresciuti in Italia. Queste storie ci dimostrano come sia assolutamente necessaria una nuova legge sulla cittadinanza, il più inclusiva possibile, che consenta ad Elias, e agli altri centinaia di migliaia di ‘nuovi’ italiani, di non chiedere più in lacrime come mai non possa giocare.

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