Nel nome di Dino.

Ci sono canzoni e canzoni, certo. Avrei potuto spulciare i testi di Bob Dylan o John Lennon, magari (perché no) dei Nomadi o del Banco del Mutuo Soccorso, e invece ad un certo punto mi sono ricordato di quella musicassetta di Enzo Ghinazzi, ormai polverosa, chiusa dentro il cassetto di un pessimo mobile da cucina finito nel solito oblio dei garage di condominio insieme ad altre robe inutili che farebbero storcere l’occhio perfino all’ultimo incallito rigattiere. “Ghinazzi chi?”, potrebbe dire la maggior parte di voi, e come non capirvi. Il Ghinazzi in questione è Pupo, sì, Pupo, e anche io che sono cresciuto con i Led Zeppelin tendo un po’ a sobbalzare. Il fatto è che il titolo e la prima strofa di una canzone di questo toscano in miniatura nativo di Ponticino cadono a pennello sull’incipit di questa storia, perché la sua Firenze Santa Maria Novella parte così: “Le luci spente delle 2 di notte, passa un barbone con le scarpe rotte”.
Ora, nel nostro caso il barbone non era il classico straccione inteso in senso generico, ossia il povero indigente senzatetto costretto a vivere alla giornata sotto ripari di fortuna racimolando spicci ai passanti. Quello che i francesi, più fini di noi, chiamano clochard, agganciandosi all’estensione semantica del termine derivante dal latinismo “cloppicare”, cioè zoppicare, una condizione a cui era costra nei secoli passati la maggior parte dei vagabondi, quasi sempre storpi e accompagnati dal cagnolino di turno, dalla mignon di cognac nella tasca ancora buona della giacca e dalla fisarmonica sulle spalle, pronta al suo breve e malinconico valzer carico di tristezza. Il “nostro” barbone lo era solo per sciocca induzione borghese, determinata dalla banale associazione visiva. Certo, quelli a favore dello stereotipo si appellavano furiosamente al suo capriccio di presentarsi con una ricca chioma di fluenti riccioli biondi, uniti da una folta lanugine ascetica, che lo avvicinavano non poco a quei Cristi, lambiti dalla fioca luce di qualche candela, dipinti nei polittici delle vecchie basiliche romaniche. Si racconta che si aggirasse nelle ore più improbabili e insolite fra le lastre di Ponte Vecchio e i marmi policromi del Campanile di Giotto, indossando un eskimo leggermente sgualcito e recando con se una mite gallina al guinzaglio. Barba e capelli, per sua stessa ammissione, rappresentavano un certo andare controcorrente ma anche un pizzico di vanità estetica. L’informe giaccone testimoniava invece senza ambivalenze un riferimento di lotta politica ben precisa, tanto che all’interno del movimento studentesco dell’epoca quelli che lo portavano in genere rifiutavano a prescindere il voto del senato accademico, frequentando le lezioni di economia nelle aule universitarie solo per evitare di trovarsi incapaci di comprendere il terzo libro del Capitale di Karl Marx. La gallina restava davvero eccentrica stranezza. Sia chiaro, nessuno ha mai avuto prove sulla veridicità di questa bizzarria, alla fine però l’immagine risultava rima da poeta maledetto che gli si appiccicava bene addosso. In effetti si trattava di dicerie, di voci; un affresco popolare sull’onda di un parallelismo emulativo con lo sfortunato Luigi Meroni. Perché anche il nostro barbone giocava a calcio. Ci giocava negli anni settanta, gli anni di piombo, quelli delle Brigate Rosse e del mai realizzato compromesso storico fra il Partito Comunista di Enrico Berlinguer e la Democrazia Cristiana di Aldo Moro.

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Dino Pagliari era nato a Macerata, nelle Marche. Schietto, leale, caparbio e sanguigno come tanti uomini della sua terra, in campo faceva l’ala sinistra e non avrebbe potuto essere diversamente. Un’ala operaia di pochi fronzoli, sempre pronta a sacrificarsi per la squadra, generosa quando ce n’era bisogno, e in quel caso lo potevi vedere rientrare a centrocampo o perfino in difesa, a dare una mano ai compagni portando dovunque umilmente il secchio del gregario. A guardarlo bene affascinava. Con poca fantasia si poteva pure traslarlo sul palco di un concerto rock al posto di Dave Brock degli Hawkwind o dei più paludosi e progressivi The Trip del tastierista Joe Vescovi.
Il pubblico amava Dino Pagliari e “il lode a te…” divenne coro abitudinario della curva gigliata.
Pagliari arrivò alla Fiorentina nell’estate del 1978. Sarebbe maggiormente corretto dire ritornò, in quanto dopo che la società viola lo acquistò dalla Maceratese fu mandato un anno Ferrara e un anno a Terni a farsi le ossa in cadetteria, con le maglie rispettivamente di Spal e Ternana. E a dirla tutta per poco la Serie B non fu costretto a frequentarla anche con la Fiorentina, salvatasi con discreto affanno dalla retrocessione nell’ultimo disgraziato campionato di Carletto Mazzone in panchina. Al posto del tecnico di Trastevere il presidente Rodolfo Melloni fece approdare a Firenze l’ex bandiera della Lazio Paolo Carosi, allenatore altrettanto rigido e di vecchio stampo che, alla partenza del pullman per il ritiro assolato di Massa Marittima, si vide arrivare Pagliari a bordo di uno scassatissimo ciclomotore Ciao. Sì, proprio l’iconico cinquantino per il quale non serviva la patente e che, se modificato a dovere e irrorato dalla giusta dose di miscela, permetteva di raggiungere la strabiliante velocità di 50 km orari, senza contare i racconti dei soliti ragguardevoli temerari entusiasticamente predisposti ad affermare che, se ci si schiacciava aerodinamicamente in discesa, era possibile sfiorare pure l’ebrezza dei 60. E se la gallina al guinzaglio restava leggenda, il “Ciaino” di Dino Pagliari non lo era affatto. Anzi, tutti potevano vederlo arrivare agli allenamenti settimanali effettuati ai cosiddetti “campini” di Viale Manfredo Fanti a bordo del motorino di marca Piaggio, per poi risalirci su e tornarsene nel suo appartamento con mansarda di Piazza Mino a Fiesole, dove viveva con il compagno di squadra Ezio Sella, un brevilineo scattante e piuttosto scaltro in zona gol, estratto della deludente Fiorentina marchiata 77/78 che giunse tredicesima su sedici partecipanti, a un passo dalla rupe Tarpea contrassegnata dalla consonante maledetta. Un giorno la società obbligò Pagliari a mettersi la giacca ufficiale per presenziare alle cerimonie d’ufficio e lui, da perfetto anticonformista, dissacrante e goliardico, se la fece cucire sopra l’eskimo fra le risate divertite delle gente e il borbottio nervoso della dirigenza. Non solo isolato folklore: a Pisa, in tempi recenti, lo ricordano con affetto per la battaglia intrapresa contro la sentenza di sequestro preventivo di un centro sociale locato nell’ex colorificio cittadino, facendone non una questione unicamente ideologica, bensì di utilità civica.

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Nella nuova Fiorentina di Carosi, insieme a Pagliari e Sella si agitava davvero qualcosa di buono osservato in prospettiva futura: Roberto Galbiati in difesa, Giancarlo Antognoni in mezzo insieme al giovanissimo Antonio Di Gennaro e l’appena ventenne Giovanni Galli fra i pali. La stagione del “Pagliariscatto”, da citazione giornalistica, vide la squadra appuntarsi fra alti e bassi in una tranquilla zona di metà classifica. Dino Pagliari si mostrò recalcitrante sia alle interviste sia alle apparizioni in studi televisivi, cose nel periodo oggettivamente esigue rispetto agli standard attuali, mantenendosi fedele al suo stile schivo e assolutamente refrattario a tutta una serie di enunciazioni che contrastavano con le sue idee. Il regalo più bello ai tifosi viola lo fece naturalmente segnando alla Juve, quella Juve che non si palesava ancora come l’odiatissima rivale degli anni ottanta ma restava pur sempre il club della famiglia Agnelli; troppo vincente e con troppe simpatie nel Granducato, peraltro, cosicché restava un bene cercare di farle la festa o comprometterne il cammino in qualsiasi occasione. Successe il 29 aprile del 1979, in trasferta al Comunale di Torino, quando a tre giornate dalla fine del torneo la testona bionda di Pagliari staccò in aerea bianconera andando a infilare il totem Zoff, pareggiando la rete siglata da Vinicio Verza e togliendo in tal modo alla Juventus ogni residua speranza di rimanere agganciata a una già problematica speranza di scudetto. Sono soddisfazioni.
“Lode a te, Dino Pagliari”.

Articolo a cura di Simone Galeotti.

One thought on “Nel nome di Dino.

  1. ho un vecchio guerin sportivo del 1979 con una sua intervista, in cui parla anche di politica. così come paolo onofri (genoa, toro) in un altro numero. incredibile leggere le loro riflessioni e pensare ai calciatori (e alla società in generale) odierni

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