We teach life, sir: storia di Mahmoud Sarsak.

Il 22 luglio del 2009 per Mahmoud Sarsak, giovane promessa del mondo del pallone, era un giorno come un altro. Quando ti prendi la briga di raccontare la vita altrui capisci che le parole sono importanti, per questo non ho scritto “un giorno normale”. Perché nella storia di Mahmadou c’è un dettaglio fondamentale che rende la sua vita tutt’altro che normale. Mahmoud Sarsak è una stella del calcio palestinese. Mahmoud i primi calci ad un pallone ha iniziato a darli nel campo profughi di Rafah, a sud di quella Striscia di Gaza da anni e anni sotto il giogo dell’occupante israeliano. Tutt’altro che normalità.

Oggi, il mio corpo era un massacro in tv.

Tornando a quel 22 luglio, Mahmoud stava raggiungendo i compagni della Nazionale di calcio palestinese in Cisgiordania per una trasferta quando viene arrestato dai soldati israeliani ad un check-point. Senza nessun motivo, senza che di un motivo ci fosse bisogno. Quella che 29_may_2013_mahmoud_sarsak_002doveva essere una “detenzione cautelativa” di 45 giorni si trasformerà in un incubo durato 3 anni. Per i palestinesi infatti vige la “Unlawful Combatant Law” (Legge sui Combattenti Illegali), che consente ad Israele di trattenere a tempo indeterminato chiunque senza capi di accuse o un processo. Una legge simile a quella inaugurata in Irlanda del Nord del 1971, l’internamento, e che da fiore all’occhiello della repressione britannica finì per allargare oltre ogni più rosea aspettativa le fila dell’Irish Republican Army.

Eppure, lui mi ha chiesto: “Signora Ziadah, non pensa che tutto si aggiusterebbe se solo voi la smetteste di insegnare tanto odio ai vostri figli?”.

Mi hanno accusato di tantissime cose, ogni volta cercando da me una confessione diversa”, racconta Sarsak in un’intervista, “che fossi membro della jihad, di Hamas o di Al Fatah. Sono stato accusato poi di essere un ‘combattente illegale’: uno status giuridico assolutamente non applicabile nei miei confronti, ma che ha permesso loro di tenermi in carcere per quanto volevano grazie al regime di detenzione amministrativa. Mi hanno rinchiuso in una cella di due metri per due, in cui non riuscivo a distinguere il giorno dalla notte. Mi hanno anche legato in diversi modi, a volte con il ‘metodo della banana’: le mani legate alle gambe e il mio corpo ricurvo, di modo che per diversi giorni non potessi dormire. Oppure hanno cercato di sfiancarmi mettendomi in un’altra cella, sempre di due metri per due, che sembrava un freezer, dove la temperatura arrivava a -15 gradi. Tutto questo per ottenere una confessione di colpe che non ho mai commesso. Ancora oggi non so di cosa sia stato accusato”.

Pausa. Sorrido. Noi insegniamo la vita, signore.

Palestina_Mahmoud_al_sarsakIl paragone con la situazione in Irlanda del Nord made in Edward Heath non si ferma alle disumane dinamiche dell’internamento/Legge sue Combattenti Illegali, ma continua tragicamente. Quando Mahmoud si accorge infatti, dopo che i carcerieri israeliani lasciano morire di cancro un suo amico (e calciatore) rifiutandosi di prestare cure mediche, che sarebbe rimasto rinchiuso in quei due metri per due per un periodo potenzialmente infinito prende una decisione che passò qualche anno prima nella mente dei brave ten e del loro più illustre martire, Bobby Sands. Un lungo sciopero della fame lo trasforma nel fantasma di sé stesso e compromette per sempre il corretto funzionamento di alcuni dei suoi organi. “È stata un’esperienza terribile, una sofferenza impossibile da spiegare con le parole. Eppure, quando sono in gioco la tua libertà e la tua vita ti senti in grado di superare qualsiasi dolore, perché sai che la vita senza libertà non vale la pena di essere vissuta”.

Così gli fornisco le risoluzioni Onu e le statistiche e condanniamo e deploriamo e rifiutiamo. E queste non sono due parti uguali: occupanti e occupati.

Dopo questo periodo infernale Sarsak viene rilasciato anche grazie ad un appello del mondo del calcio (e non solo) che chiedeva la sua liberazione, Eric Cantona in testa, costringendo ad intervenire anche la FIFA e la UEFA.

Oggi posso dire che il mondo del calcio mi ha aiutato, e che anche io attraverso il calcio voglio fare qualcosa: regalare un sorriso sulla bocca di tutti quei bambini palestinesi che ancora soffrono le conseguenze delle continue occupazioni israeliane. E in futuro mi piacerebbe poi ricostruire lo stadio di Gaza che Israele ha distrutto durante una delle tante offensive, così i bambini potranno tornare a giocarci”.

Noi insegniamo la vita, signore. Noi insegniamo la vita, signore. Noi palestinesi ci svegliamo ogni mattina per insegnare la vita al resto del mondo, signore.

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