Un grande cuore rosso.

Quarant’anni prima, più o meno, Bill Shankly aveva creato una macchina da guerra che iniziava a far tremare l’Europa e il mondo. Shankly aveva apprezzato la gente del posto, molto simile a quella delle sue parti: operai, proletari, compagni. Shankly aveva trasformato quel porto sull’oceano in uno dei luoghi più ostili dove poter giocare una partita di football. Liverpool non è una città come le altre, nemmeno a quasi quarant’anni dai tempi di Shankly.

Allora Anfield iniziava a diventare una roccaforte, la Kop era il braccio armato di una rivoluzione che non sarebbe mai finita e avrebbe avuto parecchi condottieri: dopo Shankly Paisley, dopo Paisley Fagan, dopo Fagan Dalglish, dopo Dalglish Benitez. Con l’idea di portare il rosso in alto in Inghilterra e in Europa, alzando Premier League e Coppe dei Campioni. Bill Shankly aveva preso dei ragazzi, li aveva fatti sentire parte di un tutto. Non erano calciatori, erano lavoratori, erano gente di sinistra che doveva lottare contro il potere e contro le squadre più quotate, per poter far brillare quel rosso ovunque.

Quarant’anni prima, più o meno, Bill Shankly aveva iniziato a prestare attenzione a una canzone di Gerry and the Pacemakers, un gruppo rock tutto sommato nemmeno poi famosissimo. La canzone parlava di un suicidio e di una persona destinata a non rimanere mai da sola. E la Kop prese a cantarla, a intonarla per dare forza a quei ragazzi in rosso. Quarant’anni dopo, più o meno, mentre Anfield scandisce i versi di quella canzone, sul viso di un uomo diventato calciatore con il mito di quei ragazzi scende una lacrima che va a finire la sua corsa sul cuore, un grande cuore rosso.

Il grande cuore rosso di Jamie Carragher.

jamie carragher liverpool

Ad Anfield manca meno di un minuto e lo stadio si è completamente zittito. I Reds stanno vincendo uno a zero contro il Queens Park Rangers ma questo non conta, Coutinho ha segnato anche un bel gol ma non importa a nessuno. L’ultima giornata di Premier League è solamente attesa, fino a quando tutto Anfield si fa silenzioso, ma dalla Kop verso il novantesimo cominciano a levarsi delle voci.

Jamie Carragher da poco è stato tolto da Brendan Rodgers e aspetta solamente il fischio finale, anche se stavolta i canti che arrivano dal muro rosso sono tutti per lui. I tifosi fanno partire You’ll never walk alone, lui si alza in piedi e saluta coloro che per diciassette lunghi anni lo hanno sostenuto, a volte sgridato, molto spesso incoraggiato, quasi sempre amato. Va a finire che al secondo di recupero Carragher ha le lacrime agli occhi mentre l’intero impianto di Anfield canta la canzone che ha reso arcinoti Gerry and the Pacmakers – l’effetto è stranissimo: sembra che anche i tifosi del QPR stiano cantando, sembra che stiano cantando tutti.

È il momento più toccante della carriera di Jamie Carragher, è anche l’ultimo. Diciassette stagioni in Premier League con il rosso addosso, a ripercorrere le orme degli eroi resi immortali da Shankly e lanciati nella storia poi dai suoi successori. Carragher: nato tifoso dell’Everton, diventato uomo con addosso la maglia del Liverpool e leggenda come difensore roccioso di una squadra che giocava per il popolo e con il popolo. Il numero ventitré a fine match fa il giro d’onore mentre i tifosi esclamano il suo nome e non smettono di cantare You’ll never walk alone.

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Carragher non è mai stato un calciatore sopra le righe, tutt’altro. Cresciuto in una famiglia di sinistra, di origini piuttosto umili, ha dedicato tutta la sua gioventù al calcio, pur rimanendo colpito dai fatti che intorno a lui stavano accadendo nel Regno Unito.

È ancora piccolo quando ci sono i grandi scioperi dei minatori nel 1984, ma il padre gliene parla e lui cresce con la mentalità da lavoratore vero, anche se poi si guadagna i primi soldi dando calci a un pallone. La sua non è un’indole ribelle tipica dei rivoluzionari di altre nazionalità, lui è inglese fino all’osso anche nel modo di giocare a calcio: bocca chiusa e lavorare, anche se poi si tratta di comandare una difesa – cosa che, tra l’altro, Carragher fa sempre egregiamente. Si schiera spesso per gli operai, per il popolo. Supporta il Partito Laburista, ma lo fa attivamente, non come tanti suoi omologhi che si limitano a dire di essere di sinistra per poter tenere quell’aura di anticonformismo. Carragher quel che dice fa, e spesso è a fianco dei laburisti.

Fa opere di beneficenza e si dà da fare per i diritti di chi ha bisogno, come se trasportasse quel You’ll never walk alone dalla Kop alla vita di tutti i giorni. Andy Burnham, del Labour Party, riceve addirittura un endorsement ufficiale da Carragher, oltre a un bel po’m di soldi per poter mandare avanti la sua campagna. Carragher è il cuore pulsante di Liverpool e del Liverpool, un po’ meno vistoso di Gerrard ma ugualmente appassionato e passionale.

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Liverpool è la piazza perfetta per uno come lui, una delle città più rosse di tutta l’Inghilterra per un difensore che sa come schierarsi sia in campo che in politica. Facile quindi spiegare la simbiosi perfetta creatasi tra i Reds e il ragazzo nato a Bootle e che si chiama anche Lee Duncan in onore a due ex stelle dell’Everton. E però crescendo si cambia ed è impossibile per Jamie Carragher fin dall’adolescenza non sentirsi tutt’uno con l’ardore di Anfield, il rosso di Anfield, l’amore di Anfield.

Diventa anche lui immortale come i ragazzi di Shankly, Paisley, Fagan, Dalglish. Prosegue nel solco di Emlyn Hughes, di Phil Neal, di Alan Hansen, i grandi difensori del Liverpool. Con il Liverpool Football Club gioca settecentouno gare, più di Gerrard e meno solo di Callaghan. Vince la Coppa UEFA, la Champions League, il Mondiale per Club. Vive in simbiosi con la Kop, è il respiro dei Reds.

Dicono che a fine carriera entrerà nel Labour Party e chissà, magari un giorno lo farà, ma adesso no, forse non è tempo. E quindi è normale che una soleggiata domenica di marzo del 2013 quasi sessantamila persone, tutte vestite di rosso da capo a piedi, si commuovano e facciano commuovere cantando una canzone – quella canzone – per Jamie Carragher. Perché con lui il Liverpool non ha mai camminato da solo.

One thought on “Un grande cuore rosso.

  1. I giocatori simbolo a Liverpool si sono sempre spesi per la propria gente. Ricordo sul finire degli anni 90 Robbie Fowler e Steve Mc Manaman prendere posizione per difendere centinaia di portuali rimasti senza lavoro “grazie” alle politiche neoliberiste che avrebbero dovuto salvare il mondo e che invece lo hanno distrutto.
    Fowler fece vedere una maglietta rossa – dopo aver segnato il solito gol – in una partita di Coppa delle Coppe contro il Bergen; la maglietta ricordava il suo supporto a favore di quei lavoratori e di quelle famiglie. Lui e Macca non si sono mai nascosti. Inutile negarlo, il Liverpool non è speciale solo per i suoi campioni e le sue coppe: lo è soprattutto per la sua gente ed il suo stadio…inarrivabili.

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