La vittoria è vittoria se collettiva.

C’è stato un 4 settembre dove abbiamo vinto tutti. O meglio, tutti noi. Noi che abbiamo fatto di un’idea un faro, di un pensiero una carezza, di una convinzione un pugno chiuso. Della solidarietà la nostra forza. Dell’internazionalismo una bandiera.

È paradossale che in un campo da calcio vincano tutti, perché avrete capito che di questo si parla. Va contro la logica di questo gioco. E io in linea di massima sarei d’accordo anche con il Frengo zemaniano eh, quello che diceva che la classifica, il primo e il secondo posto sono profondamente sbagliati perché alla fine quello che conta sono i sentimenti. E io ci credo davvero, ne sono profondamente convinto. Solo che io una volta sono andato a un concerto di Calcutta e questo fa perdere di rilevanza ogni cosa che abbia da dire. Uffa.

Dicevamo che è paradossale ma è successo ad Adana, in Turchia, il 4 settembre del 2009. In una terra bagnata e ferita per anni di sangue armeno, c’era voglia di festeggiare. Festeggiare i 70 anni dell’Adana Demirspor, la squadra locale. Una squadra dal passato operaio, ferroviere, con i tifosi senza telefonini a riprendere ogni calcio da fermo, impegnati a fare altro. A portare in curva tutte le cose che ci hanno reso questo 4 settembre un giorno di vittoria, per esempio.

La società turca decise di iniziare il ciclo di festeggiamenti con un ospite d’eccezione sia a livello calcistico, al tempo squadra appena promossa in Serie A, che a livello “politico”. Il Livorno che aveva ritrovato il figliol prodigo Lucarelli, in prestito dal Parma, ma orfano dei goal di Diamanti che avevano spezzato il Brescia ai play-off. Insomma, oro colato per chi è abituato a vedere il calcio turco.

Che sarebbe stata una vittoria era nell’aria, e se ne ebbe subito la conferma. Appena la squadra amaranto scende dall’aereo arrivato ad Adana ad aspettarli fuori trova un oceano di persone lì per vedere dal vivo la squadra che aveva fatto sognare i più deboli di tutto il mondo, gli ultimi di ogni angolo dell’universo. Che sia l’Ardenza come Adana.

I giocatori, lontani dalle figurine di Real, Juventus o Barcellona che ovunque vadano trovano bambini che si immolano pur di farsi autografare una maglia, rimangono sorpresi. Qualcuno fa un video, qualcuno sorride incredulo. Non erano all’altezza della situazione, forse. Ci sta, non è una colpa. Perché chi era lì voleva altro, voleva vedere con i loro occhi la riscossa del proletariato. Se lo aspettavano da Ciccio Tavano, pensate un po’.

Fumogeni e bandiere viziavano l’aria antistante all’aeroporto di Adana, “Bella ciao” veniva cantato a squarciagola da ogni singolo presente, mentre uno striscione accoglieva i livornesi: “ragazzi ribelli d’Italia, benvenuti!”. Si doveva fare di più, non ci si poteva limitare a sorridere e fare filmati. Si decide che andavano accontentati, che in quel momento non si era più la squadra che era appena tornata dalla trasferta al San Paolo ma si era i ribelli d’Italia, ovvero quello che i compagni turchi chiedevano. E a rompere il ghiaccio ci pensa un membro dello staff del Livorno, che appena scende dall’aereo sorride e libera in aria un pugno chiuso.

Poi arriva Cristiano Lucarelli.

Delirio.

Gli occhi e i cori sono tutti per lui, per il ragazzo della case popolari spogliatosi di tutte le contraddizioni che si porta dietro appena sceso da quell’aereo. Perché non prendiamo per vero tutte le favole che ci vengono spiattellate davanti, ma ogni tanto ci piace sognare anche a noi.

La squadra monta sul pullman e anche lì continua la festa, con bandiere cubane e sovietiche che sventolano da un pullman che trasporta una società di Serie A. E poi la partita, la folla oceanica, la lotta al calcio moderno, Che Guevara ovunque, Bella Ciao per 90 minuti, Lucarelli che bacia le teste dei bambini come se fosse un Bergoglio qualsiasi. E poi il calcio giocato, sì, ma di quello non è fregato niente a nessuno.

Un sacco di abbracci, di baci, di strette di mano, di pugni chiusi, di Ciccio Tavano che fa finta di capire il turco. Poi di nuovo l’aereo, di nuovo Italia, di nuovo Serie A. Perché la settimana dopo c’era il Milan di Berlusconi da fermare. Glielo avevano chiesto i turchi.

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