La spia che venne dal freddo.

L’8 dicembre del 1956 l’Atlético Madrid affrontò in amichevole il Fortuna Düsseldorf. Tra i colchoneros c’era un volto nuovo, uno mai visto prima di allora. Un uomo massiccio e stempiato, all’apparenza più vecchio dei suoi 34 anni. Un certo Agustín Gómez.

gomez
Gómez giocò male: era visibilmente fuori forma e aveva un’età avanzata per un giocatore dell’epoca. Alla fine l’Atlético, che aveva voluto testare le sue condizioni fisiche in quell’amichevole coi tedeschi, decise di non tesserarlo.
A lui non importò più di tanto. Era riuscito a ottenere ciò che voleva: rientrare nella Spagna franchista senza destare sospetti. Perché Agustín Gómez non era un semplice giocatore di calcio. Era un dirigente comunista e un agente del KGB, e la sua missione era appena iniziata.

Agustín Gómez de Segura Pagola era nato a Errenteria, una piccola città dei Paesi Baschi, il 18 novembre del 1922. Fin da piccolo aveva mostrato una notevole abilità col pallone, ma lo scoppio della Guerra Civile aveva dissolto le sue speranze di affermarsi come giocatore di alto livello. A 15 anni, nel 1937, era divenuto uno dei niños de Rusia, bambini e ragazzi che il Bando Republicano (e, in particolare, l’Euzko Jaurlaritza, il governo basco di José Antonio Aguirre) si era incaricato di sfollare in Unione Sovietica per sottrarli alla fame e alle bombe franchiste; Agustín era stato alloggiato nella casa de niños di Obninsk, una delle più grandi dell’URSS, ed era subito stato nominato capitano della rappresentativa di calcio dei giovanissimi esiliati baschi. Dopo qualche tempo si era spostato a Mosca per studiare ingegneria, continuando a giocare a pallone con ottimi risultati. Aveva fatto il suo debutto nel calcio sovietico con la maglia del Krasnaya Roza, quindi era passato al Krylia Sovetov e infine, nel 1947, al Torpedo Mosca, la squadra della sua vita. Con i moscoviti era rimasto per nove anni, vincendo due coppe nazionali (nel 1949 e nel 1952) e segnalandosi come uno dei migliori difensori del campionato. Tanto forte e affidabile da meritarsi la convocazione nella nazionale sovietica che aveva partecipato alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, anche se non era mai sceso in campo nel torneo.

agustin gomez pagola
Agustín Gómez con la maglia bianca del Torpedo Mosca.

Ma Agustín Gómez era molto più di un ottimo difensore del Torpedo, del quale era divenuto capitano nel 1952. Negli anni giovanili, parallelamente agli studi di ingegneria, aveva maturato una forte coscienza politica e si era scoperto fervente comunista. Nella sua casa di Mosca, uno dei centri nevralgici della comunità di esiliati spagnoli, non era raro incontrare figure di spicco della sinistra spagnola come Dolores Ibarruri, la celeberrima Pasionaria; il suo ruolo all’interno del direttivo si era fatto sempre più importante.
Nel 1956 il basco era ai titoli di coda di una carriera lunga e ricca di soddisfazioni. E proprio in quell’anno Francisco Franco, a cadavere di Stalin ormai freddo, aveva autorizzato il rientro dei cittadini spagnoli dall’Unione Sovietica. Gli esuli e il PCUS avevano compreso di non potersi lasciar sfuggire un’occasione del genere: qualcuno con un’alta formazione politica sarebbe dovuto rientrare per organizzare clandestinamente i simpatizzanti comunisti. Essenziale per la riuscita dell’operazione era il profilo della persona in questione, in grado di non destare sospetti e preferibilmente con una professione che giustificasse un trasferimento. E chi meglio di un calciatore per rendere credibile una storia del genere?

Il 22 ottobre del 1956 Agustín Gómez, la moglie Carmen e il fratello José sbarcarono dalla nave Crimea insieme ad altri 460 esuli. La Dirección General de Seguridad (DGS) lo interrogò il 12 dicembre, scrivendo nel proprio rapporto che Gómez “durante il suo soggiorno in Russia è stato un giocatore di calcio, facente parte del Torpedo Mosca. Apparentemente è in attesa dell’autorizzazione della FIFA per trasferirsi all’Atlético Madrid”.

Formazione del Torpedo Mosca; Gómez dovrebbe essere il primo a sinistra.
Formazione del Torpedo Mosca; Gómez dovrebbe essere il primo a sinistra.

Ma il trasferimento, come detto, saltò per le cattive condizioni fisiche con cui si era presentato in Spagna, e Gómez tornò nei Paesi Baschi per iniziare una carriera di allenatore con il Tolosa FC di Tercera División. L’attività sportiva era però una mera copertura: tra una partita e l’altra (rimase con i tolosarri dal ’57 al ’61 e allenò anche Periko Alonso, il padre di Xabi) rimise in piedi la struttura del PCE-EPK, il partito comunista basco, e nel 1960 ne fu nominato Secretario General Provisional. La sua attività politica divenne troppo importante per sfuggire ancora ai servizi segreti franchisti, che peraltro lo seguivano attentamente fin dai tempi del rientro in patria. Nel 1961, dopo non essersi presentato a Madrid per rispondere delle accuse di attività sovversiva, venne catturato a San Sebastián e trasferito immediatamente nel carcere madrileno di Carabanchel, la più infame prigione politica del regime. Qui fu torturato senza successo da agenti incaricati di ottenere i nomi degli altri dirigenti del Partito. I franchisti, tuttavia, non avevano considerato che Gómez era una personalità di spicco in Unione Sovietica: dopo il suo arresto si sollevò un moto di protesta che finì per coinvolgere vari paesi europei del blocco occidentale, con la Francia in prima linea, e le pressioni si fecero tanto forti da costringere le autorità del regime a rilasciarlo. Una volta libero Agustín emigrò in Sudamerica, operando con varie identità segrete in Venezuela per conto del KGB.

L’ostacolo più grande, tuttavia, si materializzò sette anni più tardi. E si trattò di uno scontro fratricida. Il 5 gennaio del 1968 iniziò la Primavera di Praga, e il 20 agosto successivo l’Unione Sovietica di Brèžnev decise di inviare le truppe per ricondurre Dubček all’ordine. Il segretario del PCE, Santiago Carrillo, condannò l’invasione delle truppe del Patto di Varsavia, iniziando in quel momento la sua politica di apertura che avrebbe in seguito condotto all’eurocomunismo.
image008Agustín Gómez ne fu inorridito. L’Unione Sovietica staliniana gli aveva dato una casa, un’istruzione, un lavoro e una coscienza politica, e lui non le avrebbe mai voltato le spalle. Rientrato in Europa, scrisse a Ibarrurri esprimendole tutti i suoi dubbi e in seguito fu uno dei cinque dirigenti del PCE a votare contro la mozione Carrillo. Un anno più tardi venne espulso dal Partito, completamente appiattitosi sulla posizione del segretario generale, nonostante la Pasionaria lo considerasse molto più vicino alle proprie posizioni rispetto a Carrillo. Ma il vecchio difensore del Torpedo Mosca non si perse d’animo. Lui, che secondo la leggenda aveva marcato anche il grande Ladislao Kubala, non poteva arrendersi senza combattere. Criticando l’allontanamento del PCE dall’ortodossia comunista e l’apertura scandalosa verso la Chiesa, nel 1970 fondò con Eduardo García López il Partido Comunista de España (VIII-IX Congresos), antenato dell’attuale Partido Comunista de los Pueblos de España (PCPE), l’ultimo partito marxista-leninista rimasto nel paese. Il primo atto degli scissionisti fu la messa al bando di Santiago Carrillo per “alto tradimento della causa comunista”. Il destino però non permise all’ex calciatore di rimanere per molto alla guida della propria creatura. Si ammalò gravemente e decise di fare ritorno a Mosca, la sua città di elezione, dove si trovava l’amata Piazza Rossa che tante volte aveva percorso, anni prima, nel corso di lunghe e solitarie passeggiate notturne.
Il 16 novembre del 1975 Agustín Gómez Pagola, il basco sovietico, morì; venne seppellito nel cimitero Donskoi, dove riposa tuttora.

Articolo russo sulla morte di Agustín Gómez.
Articolo russo sulla morte di Agustín Gómez.

Due giorni più tardi la stessa sorte toccò a Francisco Franco. Nel 1976 Santiago Carrillo tornò in Spagna senza il permesso del PCUS, consumando definitavamente un tradimento iniziato quasi 10 anni prima, e iniziando un processo che porterà alla scomparsa della sinistra comunista spagnola. Ma questa, come direbbe qualcuno, è un’altra storia.

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