La rivoluzione è una giovane donna.

Ieri è cominciato l’europeo di calcio femminile in Olanda, competizione molto seguita in tutta l’europa continentale, molto meno sentita qui da noi dove il calcio femminile, per ragioni culturali ma anche di politica sportiva ancora stenta a prendere quota, nonostante ci siano segnali di forte sviluppo. Vedremo più avanti nel tempo se si tratta di sviluppo regolato e sostenibile. La FIFA ha come proprio obiettivo di portare il calcio femminile tra le prime cinque discipline sportive per importanza. L’UEFA ha avviato da qualche anno un progetto ambizioso, il WFDP, programma per lo sviluppo del calcio femminile, che detta linee guida e mette a disposizione fondi per le federazioni nazionali. Qui da noi in che modo arriva l’eco di tutto questo fermento? Quanto sono lontani i tempi in cui l’uomo voluto da Tavecchio alla guida della Lega Nazionale Dilettanti (a cui il calcio femminile italiano è affiliato) Felice Belloli dichiarava di non poterne più di queste quattro lesbiche che chiedono sempre soldi? Cerchiamo di capirne qualcosa. Intanto Belloli non c’è più, ma la sufficienza ed il fastidio con cui si guarda alle donne nel calcio non sono diminuiti di molto. Certo non sono più i tempi (era tre anni fa) in cui le squadre finaliste di Coppa Italia arrivavano sul terreno di gioco per accorgersi che il campo non aveva nemmeno le linee tracciate, e dopo aver contribuito a segnarle scoprivano al momento della premiazione che la coppa e le medaglie non c’erano. La coppa arrivò con corriere mesi dopo, rotta. Eppure ancora quest’anno la dataed il campo per la stessa finale sono stati cambiati per tre volte ad una settimana dalla disputa della partita. Questi sono piccoli sintomi della serietà e della cura con cui la L.N.D. organizza le massime competizioni femminili.
Le figure, quelle belle, che facciamo in giro per il mondo.

Lasciamo stare le linee del campo, ma da un punto di vista di linee guida, di progetti di sviluppo, qual è lo stato delle cose in Italia? Si è deciso che la via maestra da seguire fosse il coinvolgimento coatto delle società professionistiche maschili nel femminile. Per tappe, naturalmente, e altrettanto naturalmente con vie di fuga e scorciatoie: a partire dalla stagione 2015/2016 per ottenere l’abilitazione a sostenere le proprie competizioni ogni società sportiva maschile professionistica doveva cominciare a costituire un vivaio di giocatrici. Si è partiti con l’obbligo di avere almeno venti giocatrici under 12, poi stagione dopo stagione le under 12 devono raddoppiare di numero, deve affiancarsi una squadra allieve, l’anno successivo una juniores e così via. Bello, può essere una buona idea per costruire un bacino sempre più grande di giocatrici, tale da fare aumentare il livello medio del movimento calcistico femminile. Però. Però le sanzioni per le società che non si allineano sono risibili, poche decine di migliaia di euro, meno di quelle causate da una torcia accesa in curva e sanzionata dal giudice sportivo. Inoltre si può ovviare a quest’obbligo in due modi diversi: “si prevede infatti che l’impegno è ugualmente rispettato (I) se la società richiedente la Licenza Nazionale acquisisce il titolo sportivo, ovvero partecipazioni di controllo, di una società di calcio femminile affiliata alla F.I.G.C. partecipante ai Campionati di Serie A o di Serie B ovvero (II) se la società richiedente la Licenza Nazionale conclude accordi di licenza, per l’utilizzo della denominazione, del marchio e dei segni distintivi, con società di calcio femminile affiliata alla F.I.G.C. partecipante ai Campionati di Serie A o di Serie B, con sede nella stessa provincia.” La possibilità di fatto di evitare lo sforzo e la cura di creare ex novo e crescere un settore giovanile femminile semplicemente acquistando il titolo sportivo di un’altra società si è dimostrata molto allettante per diverse società e questo sta creando sconquassi nel fragile mondo del calcio femminile. Hanno scelto questa via l’Empoli, il Sassuolo, che ha fatto scomparire la storica Reggiana, la Lazio, e soprattutto Fiorentina e in queste settimane Juventus. La prima società a spostare decisamente gli equilibri è stata la Fiorentina di Della Valle, che ha acquisito il titolo del Firenze calcio femminile nella stagione 2015/2016 e già nella successiva appena conclusa ha vinto il campionato. Il meccanismo è semplice: si entra con un investimento assai modesto per il mondo del calcio professionistico maschile ma che per quello femminile è invece assolutamente destabilizzante

La festa delle giocatrici della Fiorentina per la vittoria del campionato.
Si acquisiscono le prestazioni delle calciatrici migliori (lo scorso anno si presentarono ingaggiando Patrizia Panico, la superstar nostrana, oggi allenatrice della nazionale maschile Under 16) e si spariglia. Da notare che l’onda d’urto dell’ingresso della Fiorentina si è riverberata nelle serie inferiori: mentre spariva il Firenze calcio femminile con tempestiva contemporaneità nasceva dal nulla la Florentia, società che ha subito allestito una squadra assai sovradimensionata per il campionato che doveva affrontare ed in due anni si è resa protagonista di una doppia promozione dalla serie D alla B. Questi campionati, regionali, prevedono la promozione di una sola squadra, di fatto le altre concorrenti si sono iscritte senza poter concorrere realmente. Non è difficile ipotizzare che i soldi dei Della Valle per l’acquisto del titolo siano di fatto rientrati in circolo. E di ancora maggiore urto sembra potenzialmente l’ingresso della Juventus, che il primo luglio scorso ha ufficialmente acquisito il titolo sportivo del Cuneo femminile ed in sole due settimane ha prodotto uno tsunami, tra l’altro sottraendo al Brescia, campione del 2013/14 e 2015/16, nonché unica squadra italiana ad aver raggiunto i quarti di finale della Womens Champions League, ben cinque giocatrici titolari e nazionali, così come sta reclutando i migliori prospetti del panorama italiano, come ad esempio Arianna Caruso, nazionale under 19, appena laureatasi campionessa italiana primavera per la terza volta consecutiva con la Res Roma, una di quelle società senza grandi possibilità economiche ma con tanta passione e attenzione al lavoro sulle giovani calciatrici che più sono ora esposte al rischio di scomparsa. Se possono sembrare eccessivi i toni usati in questa disamina relativamente all’acquisizione delle prestazioni delle atlete da parte della Juventus, occorre ricordare che è proprio questo il grande vulnus creatosi con l’aver portato a forza le società professionistiche maschili nel calcio femminile. Si tratta come tutto lo sport femminile, di uno sport dilettantistico, le società non possono contrattare le prestazioni sportive delle atlete dietro compenso economico, formalmente​ sono previsti unicamente dei rimborsi. Non esistono quindi contratti pluriennali, una società si può accordare direttamente con la giocatrice senza alcun obbligo di trovare un accordo con la società di provenienza, o nel caso di ragazze minorenni, che sono numerose nella nostra serie A, con le famiglie.
Piccole calciatrici Under 12 della Juventus.

Facile capire allora come possa risultare irresistibile per una giocatrice e al contrario indigesto per una società che ha speso tutte le proprie esigue risorse nella formazione di quella stessa giocatrice il richiamo di una superpotenza come la Juventus, che ha appena iniziato la propria attività ma che sembra andare anche qui nel solco della mission (scusate la parolaccia) societaria: “Il primo fondamentale scopo della Juventus è dare ai propri sostenitori le più ampie soddisfazioni sportive. La società ha, inoltre, le finalità di creare valore per i suoi Azionisti …“. Come e a discapito di quali valori etici e sportivi non è mai importato un granché da quelle parti. Ed infatti le società “storiche” cominciano a reagire, prime tra tutte il Torino Calcio Femminile ed il Brescia Calcio Femminile che hanno denunciato il pericolo rappresentato da queste scelte federali e le modalità “poco gentili” con cui questo percorso sta avvenendo. Il presidente del Brescia​ Giuseppe Cesari ha recentemente dichiarato:”Per carità, le società professionistiche porteranno il livello del calcio femminile molto in alto, su questo non c’è dubbio. Potevamo uscire di scena in modo migliore però dobbiamo accettarlo. E ringraziare Tavecchio.”

Articolo a cura di Marco Acciari.

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