La resistenza culturale del calcio basco.

5 dicembre 1976. Francisco Franco è morto da poco più di un anno. La Spagna sta iniziando la fase della transizione democratica, che passa anche dal riconoscimento delle bandiere delle varie comunità autonome. Quella dei Paesi Baschi, l’ikurrina, è però ancora illegale, in quanto il suo utilizzo da parte dei separatisti dell’E.T.A. fa sì che venga identificata come un simbolo terroristico. Il ministro Fraga arriva a dichiarare che se qualcuno volesse rendere legale l’ikurrina dovrebbe passare sul suo cadavere.

Quel 5 dicembre a San Sebastián va in scena il derby basco tra i padroni di casa della Real Sociedad e l’Athletic Club di Bilbao. Atotxa è un catino in ebollizione, il pubblico si fa sempre più rumoroso man mano che il fischio d’inizio si avvicina. Eppure, quando i giocatori entrano in un silenzio improvviso e imprevisto cala sullo stadio. Un’ikurrina è apparsa sul terreno di gioco: i due capitani, Inaxio Kortabarria della Real e José Ángel Iribar dell’Athletic, avanzano fino a centrocampo tenendola in primo piano, quindi la stendono in corrispondenza del cerchio centrale tra le ovazioni della folla. Con un semplice gesto hanno appena rivendicato pubblicamente il diritto del popolo basco di poter sventolare la propria bandiera. Poco più di un mese dopo, il 19 gennaio del 1977, il governo ne renderà legale l’utilizzo, e nel 1979 l’ikurrina verrà riconosciuta come la bandiera ufficiale della comunità autonoma basca.

Basterebbe questo celeberrimo episodio per spiegare il rapporto strettissimo tra pratica del calcio e difesa dell’identità nazionale nel Paese Basco. Attraverso il pallone il popolo basco ha resistito alla dittatura e alla perdita delle proprie tradizioni, legando a un pugno di squadre indomite e vincenti la difesa delle radici e della cultura di Euskal Herria. Per spiegare l’importanza del futbol nella storia recente di una delle regioni più travagliate d’Europa, abbiamo deciso di concentrarci su tre aspetti principali: le origini del calcio basco; Athletic e Real Sociedad, due squadre da leggenda; e infine l’Euskal Selekzioa, esempio unico di attaccamento e fedeltà a una terra e a un ideale.

Le origini
Quando il calcio fece la sua comparsa nei Paesi Baschi, il PNV (Partido Nacionalista Vasco, partito indipendentista di ideologia cattolica e conservatrice) lanciò una sorta di anatema sul nuovo sport appena arrivato dall’Inghilterra, reo di distrarre i giovani dalla pratica della tradizionale pelota e di sottrarre fedeli alla messa domenicale. Non servì molto tempo, tuttavia, perché anche i membri più intransigenti del partito comprendessero che il futbol avrebbe potuto rappresentare un mezzo importante di aggregazione e, conseguentemente, di rafforzamento dell’identità nazionale. Il calcio venne sdoganato e in breve si affermò quale sport più amato e praticato dell’intera comunità.
Anche se con qualche anno di ritardo rispetto alla zona di Madrid, alla Catalunya e all’Andalusia, Euskadi vide nascere nuovi club calcistici in tutta la regione, non solo nei grandi centri come Bilbao e San Sebastián, ma anche in città più piccole e nei paesi di campagna. I giovani baschi, all’inizio affiancati dai giocatori inglesi nelle rose di ogni squadra, scalzarono gradualmente i maestri e si imposero come i migliori calciatori di tutta la penisola. Nel giro di un decennio il futbol basco divenne il motore trainante dell’intero movimento iberico.
Gli anni pionieristici del calcio spagnolo furono segnati dal dominio delle squadre basche nel Campeonato de España, ora conosciuto come Copa del Rey, la prima competizione a carattere nazionale disputata nel Paese. Dal 1903 al 1936, quando lo scoppio della Guerra Civile impose lo stop alle competizioni sportive, i club di Euskadi si aggiudicarono 19 edizioni del trofeo e in altre 12 arrivarono in finale. L’Athletic Club di Bilbao fu il padrone assoluto della Coppa con 13 successi, ma accanto agli zurigorri si affermarono altre realtà basche quali il Club Ciclista de San Sebastián, antenato della Real Sociedad, il Real Unión Club di Irun (quattro volte campione) e l’Arenas Club di Getxo. Quando la federazione spagnola e i club si accordarono per dar vita al primo campionato professionistico del Paese, venne deciso di ammettere in Prima Divisione i sei campioni e i tre vice-campioni del Campeonato de España, più una decima squadra selezionata attraverso un torneo di qualificazione; fu così che l’edizione 1928/29 della Liga registrò la presenza di quattro club di Euskadi su un totale di dieci partecipanti.
L’enorme peso del calcio basco sul movimento spagnolo degli albori è ancor più evidente osservando l’attività della nazionale. Nella rosa della Roja che vinse l’argento alle Olimpiadi di Anversa del 1920, esordio assoluto della selezione, 12 giocatori su 18 erano baschi; quattordici anni più tardi, ai Mondiali italiani del 1934, la formazione della Spagna che sconfisse il Brasile nell’incontro degli ottavi di finale era composta da Zamora, Ciriaco, Quincoces, Zilaurren, Mugerza, Markuleta, Lafuente, Lekue, Langara, Iraragorri e Gorostiza: escluso il Divino Zamora, catalano, gli altri dieci erano tutti baschi.

La guerra, come detto, cambiò tutto. Molti dei migliori giocatori di Euskadi lasciarono la propria terra e le squadre più piccole, già provate dal passaggio al professionismo, furono risucchiate nel baratro delle serie minori. Anche l’Athletic, al quale il conflitto aveva in pratica sottratto la formazione titolare, fu costretto a ripartire da zero. Ma se da un lato la vittoria del franchismo rischiò di far scomparire la grande tradizione del calcio basco, dall’altro ebbe l’effetto di compattare ancor di più la gente intorno alle squadre rimaste. Il forte legame identitario che le vittorie dei club locali avevano creato nei primi decenni del Novecento si fece ancor più saldo.
Nonostante il regime avesse vietato qualsiasi manifestazione della cultura basca, gli stadi di calcio si configurarono come una zona franca, l’unico spazio di libertà concesso alla gente. In particolare, il San Mamés di Bilbao e l’Atotxa di San Sebastián divennero dei veri e propri fortini dell’identità euskaldun: sui gradoni di questi due magnifici impianti i tifosi lanciavano cori in euskera e sventolavano i tricolori italiani in sostituzione della loro ikurrina, vietata dal regime ma caratterizzata dagli stessi colori (verde, bianco e rosso).
Sarebbero dovuti trascorrere quarant’anni perché i baschi potessero tornare a rivendicare la propria identità. E fu anche grazie al calcio che riuscirono a preservarla e a mantenerla viva, pazientemente e a costo di enormi sacrifici, nell’attesa che la dittatura franchista finisse.

Athletic, Erreala e gli altri
Athletic e Real Sociedad: due nomi mitici, che agli appassionati del calcio romantico evocano ricordi indelebili. Due squadre simili e al contempo profondamente diverse, unite da rispetto e appartenenza ma divise da una secolare rivalità sportiva. Due baluardi del calcio basco che danno vita a uno dei derby più tranquilli del mondo, durante il quale le tifoserie si mischiano senza problemi e cantano insieme a prescindere dal risultato finale. Avversari sempre, nemici mai: concetto riassumibile dall’espressione “fratellanza basca”, nel nome della quale i due club (e, più in generale, tutte le squadre di Euskadi) hanno sempre cercato di darsi reciprocamente una mano nel campo da gioco.

Se l’Athletic Club di Bilbao è una delle squadre più celebri del mondo, ciò è dovuto in gran parte alla sua filosofia. La mitica maglia biancorossa, infatti, può essere indossata solo da calciatori baschi o formatisi da giovanissimi nel vivaio di una squadra basca, cosa che rende l’Athletic l’unica squadra professionistica a utilizzare giocatori provenienti in gran parte da una regione ben definita. Una regione che, tra l’altro, non è neppure delle più grandi: Euskal Herria ha una superficie di 20.947 km² e una popolazione di poco superiore ai tre milioni di abitanti. Numeri a dir poco limitati.
La filosofia unica dell’Athletic ha contribuito enormemente a identificare la squadra con i Paesi Baschi stessi, legandola a doppio filo al proprio territorio di appartenenza; non a caso, lo stemma della squadra bilbaina rappresenta uno dei simboli più conosciuti di Euskal Herria, ben aldilà del semplice ambito sportivo. In un mondo del calcio invaso dal capitalismo globalizzato, nel quale i grandi club somigliano sempre più a delle multinazionali, l’Athletic rappresenta un esempio straordinario di attaccamento alla propria terra e alle tradizioni della sua gente.
La stessa cosa vale anche per le altre squadre basche, nonostante abbraccino politiche di tesseramento aperto. Real Sociedad, Alavés, Eibar e Osasuna, per citare i club che militano attualmente in Prima Divisione, puntano moltissimo sui giovani locali per i propri vivai e curano con estrema attenzione i rapporti con il territorio, ricevendo in cambio dedizione assoluta e fedeltà ai colori. Un esempio recente è quello dell’Eibar, letteralmente salvata dai propri tifosi: fu attraverso le loro sottoscrizioni private, infatti, che un paio di stagioni fa la dirigenza riuscì a far fronte all’aumento di capitale sociale imposto al club dopo il passaggio dalla serie cadetta alla Liga.


La Real Sociedad è invece uscita da un periodo nerissimo della propria storia grazie alla cantera. Trascinata in Segunda da politiche economiche folli e da una rosa indebolita a causa di acquisti sbagliati, dettati più dal marketing che da esigenze tecniche, l’Erreala ha avuto il coraggio di affrontare il Purgatorio della retrocessione tornando a puntare sul vivaio di Zubieta, storicamente uno dei migliori di tutta la penisola iberica. Il lavoro è stato lungo e il percorso non sempre facile, ma adesso a Donostia si veleggia stabilmente nella metà alta della Liga e si è tornati a sfornare talenti baschi di caratura assoluta. Una piacevole abitudine per un club che, fino al 1989, schierava come l’Athletic solo giocatori nati o cresciuti in Euskal Herria.
Cinque squadre in Primera, derby di alto livello tra Athletic e Real Sociedad, giovani interessanti prodotti dalle strutture giovanili: il calcio in Euskadi è rinato? Sicuramente l’età dell’oro degli anni ’80, quando zurigorri e txuriurdin si dividevano coppe e campionati, non tornerà più, ma la vitalità del movimento è innegabile. E il fatto che le società puntino con forza su giocatori del territorio, in grado di creare identificazione anche perché spesso tifosi delle squadre in cui militano, è il segno che ancora oggi, nel contesto di un calcio-business sempre meno interessato a storia e tradizione, nei Paesi Baschi il modello da seguire è differente.

Euskal Selekzioa
Tra le numerose rappresentative calcistiche delle nazioni non riconosciute, l’Euskal Selekzioa (letteralmente Selezione Basca) è senza dubbio una delle più celebri. Ciò si deve sia al fortissimo legame che tuttora esiste con gli abitanti di Euskal Herria, sia alla tradizione centenaria della squadra, addirittura più antica della stessa nazionale spagnola. La prima partita di una rappresentativa basca risale infatti al 3 gennaio del 1915, quando il Vasconia (questo il nome ispanofono scelto per l’occasione) sconfisse 6-1 la Catalunya al San Mamés di Bilbao. Negli anni successivi l’attività della squadra continuò con pochissime interruzioni e alcuni momenti mirabili: nel 1916 si aggiudicò la Copa del Príncipe de Asturias, un torneo riservato alle rappresentative delle varie federazioni regionali; il 22 maggio del 1921 sostenne il primo incontro internazionale, affrontando a Bilbao gli inglesi del West Ham United; nel 1922, infine, fu impegnata in quello che divenne poi noto come “viaje de los vascos”, una tournée di due mesi in Sudamerica che rappresentò un evento davvero eccezionale per quegli anni.
Gli anni ‘30 furono segnati dalla Guerra Civile e da un episodio pressoché unico nella storia dello sport: il governo basco, fedele alla Repubblica e stretto d’assedio dalle truppe di Franco e degli altri generali ribelli, creò una selezione dei migliori giocatori del Paese, chiamata Euzkadi, e la inviò in Francia a giocare alcune partite amichevoli. Lo scopo era duplice: da una parte raccogliere fondi per le vittime di guerra, dall’altra far conoscere fuori dai confini l’esistenza dei Paesi Baschi e la loro lotta contro l’aggressore fascista. Euzkadi era formata da alcuni dei migliori giocatori dell’epoca, stelle assolute della Liga e della nazionale spagnola: tra questi spiccavano Luis Regueiro, capitano del Real Madrid, l’ala sinistra Guillermo Gorostiza, uno dei più celebri giocatori della sua epoca, e il cannoniere Isidro Langara, autore di più di 900 reti in carriera.

La splendida risposta del pubblico dopo le prime uscite e le crescenti esigenze poste dal conflitto fecero cambiare in breve tempo gli obiettivi della spedizione, che iniziò una vera e propria tournée e attraversò l’intera Europa, decidendo poi di spingersi di là dall’Oceano Atlantico. In America i baschi giocarono in Messico e a Cuba, furono fermati dalla FIFA in Argentina, rientrarono in Messico e, col nome di Club Deportivo Euzkadi, disputarono il campionato 1938/39, classificandosi secondi. A quel punto la guerra era perduta e il governo basco decise di sciogliere la squadra. Molti dei giocatori, considerati nemici del regime, decisero di stabilirsi all’estero, e alcuni di loro rimasero in esilio fino alla morte di Franco.
Durante la dittatura l’attività della selekzioa fu, per ovvi motivi, pressoché inesistente, e per vedere scendere nuovamente in campo la tricolor si dovette aspettare la morte del dittatore. Il 2 marzo del 1978 la rappresentativa basca pareggiò 0-0 contro l’Unione Sovietica al San Mamés di Bilbao. Del risultato scialbo non importò a nessuno: la nazionale era di nuovo viva.
Da allora, l’attività della squadra è proseguita con grande regolarità. Ogni anno, sfruttando la sosta dei campionati dovuta alle festività natalizie, la Euskadiko Futbol Federakundea (federazione calcistica basca) organizza un incontro amichevole che serve principalmente da cassa di risonanza per la richiesta dell’autonomia sportiva. I principali calciatori baschi sono felici di rispondere alle convocazioni e di premere perché, un giorno, una nazionale basca possa prendere parte alle qualificazioni di un grande torneo internazionale. Dove peraltro, a giudicare dai nomi che potrebbe schierare, giocherebbe un ruolo tutt’altro che subalterno.

Certo, non tutto è rose e fiori. Nel 2007 la federazione decise di adottare la denominazione Euskal Herria, ma a causa di feroci polemiche politiche l’anno successivo fu costretta a rinunciarvi. 165 giocatori baschi firmarono una dichiarazione sostenendo di voler tornare a chiamare la squadra Euskal Herria, mentre il PNV e altri partiti rimasero fermi sulle loro posizioni. Nel 2008 e nel 2009 non furono disputati incontri, mentre nel 2010 venne trovato un accordo sul nome Euskal Selekzioa, che permane tuttora.
Bisogna inoltre rilevare come la partecipazione popolare all’amichevole natalizia stia scemando anno dopo anno. Da appuntamento imprescindibile per rivendicare l’esistenza della propria nazione attraverso il calcio, la partita della nazionale è divenuta un’occasione di intrattenimento sempre più sportivo e sempre meno politico, cosa che ha causato un progressivo allontanamento del pubblico.
L’Euskal Selekzioa resta comunque una delle poche rappresentative non riconosciute in grado di mobilitare ampi settori della società e di richiamare una vasta eco mediatica intorno alle proprie iniziative: segno ulteriore dell’importanza che riveste per coloro che vorrebbero una squadra, e un Paese Basco, indipendenti.

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