L’attaccante che voleva spazzare

Una ragazza palleggia: sinistro-destro-coscia sinistra-interno spalla sinistra-testa. La palla resta sospesa nell’aria, in attesa di ricadere per essere nuovamente colpita.

Una donna ha indosso la giacca di una tuta, marca Legea. I pantaloni sono grigi e di cotone; le scarpe, di un grigio più chiaro, sono più alte dietro, in corrispondenza del tallone, un accenno di tacco ma con la pianta uniforme e regolare. Guarda i ragazzi passarsi il pallone “di prima”, destro e poi sinistro, sempre rasoterra, uno di fronte all’altro, oscillando ad ogni passaggio da un lato all’altro dell’asta che hanno davanti come ostacolo.
Il vento è gelido, il cielo non promette nulla di buono. La donna alza il cappuccio della tuta sui capelli, per natura lunghi fin sotto il collo ma adesso nascosti anonimi all’interno della maglia col colletto alzato, dietro la schiena. Quasi invisibili. Come vorrebbe essere la donna, ma sugli spalti quelle poche decine di occhi presenti sono tutti per lei, che fatica a concentrarsi sulle cose importanti: «Porco d** Marco! Alza di più le gambe quando ti sposti, datti slancio cazzo, non sei un manichino». Bestemmia la donna, pure, che tempi… Lo sa, la donna, cosa staranno pensando quelli là.

La palla, alzata con la testa mentre la coda di capelli stretta dall’elastico rimbalza al centro della schiena, ricade sulla coscia destra appena sopra il ginocchio, con il braccio sinistro che si stacca dal fianco e si apre per dare equilibrio a tutto il corpo.

Inizia a piovigginare, gocce rade ma fastidiose, la felpa col cappuccio è una salvezza. La donna guarda il cronometro, sono passati solo venti minuti e i ragazzi sembrano già aver perso la concentrazione: «Allora!?! Imparato, che fai con quella mano sui fianchi? Muoviti sul posto, stai in tensione, non sei in fila al supermercato!». Adesso l’esercizio riguarda le conclusioni: c’è il vice-allenatore che crossa da destra e uno dei portieri (l’altro è tra i pali) che fa lo stesso dall’altra fascia, a turno ogni ragazzo entra in area e deve tirare concludere verso la porta, ma non sa prima da dove arriverà il cross, questo lo decide la mister alzando a suo piacimento il braccio destro o quello sinistro.
Alla donna piace particolarmente questo allenamento. Da attaccante di razza, figlia di attaccante di razza, si ricorda di esserci praticamente nata con la voglia di calciare verso la porta. Certo, ci fu poco da ridere quella volta che, durante una trasmissione sportivonazioalpopolare, un noto opinionista prestato al calcio dal divano d’attesa di un barbiere, le chiese ridendo, con malizia spacciata per ironia: «Quindi a te piace concludere?…»

Dopo il colpo con la coscia destra, la ragazza ne programma subito uno di coscia sinistra; segue un sicuro interno piede destro che fa restare la palla vicinissima al busto, pronta per essere rigiocata ancora con la parte superiore del ginocchio sinistro, a gamba piegata di 90 gradi.

Quale pena, rifletteva tra sé la donna ripensando a quella battuta idiota, mentre il vento alzava volume e intensità, ed i ragazzi intanto si divertivano a rincorrere di volta in volta chi aveva la palla in mano, una specie di rugby anarchico misto a “guardia e ladri” in cui non ci si può liberare del pallone prima di averlo difeso per almeno 30 secondi, esercizio ideato per provare a gestire mentalmente la pressione dell’essere inseguiti dagli avversari quando si è in possesso palla difensivo.
La donna ricorda in breve sequenza i pomeriggi passati a organizzare giornate di allenamento, le esperienze con formazioni femminili prima nel calcio a 5 e poi in quello a 11, l’ascesa fino alla vittoria di due campionati nazionali, la decisione di voler far parte del più chiacchierato e pagato pallone maschile, i buoni risultati in Serie D, adesso la chiamata della Primavera di questo club di Serie A, non di prima fascia ma cosa conta. In sottofondo, un unico e solo pensiero: non sei adatta a loro.

Un ultimo colpo di testa, allora, un po’ più deciso, per far carambolare matematicamente la sfera sulla caviglia sinistra; da qui, la palla ruota in aria di una trentina di centimetri o poco più, e lo fa con i giri giusti: ecco, è arrivato il tempo. Il gomito mancino si risolleva, la gamba sinistra fa un saltello per dare ampiezza al movimento di quella destra, che oscilla all’indietro, per caricarsi e…

…E quante volte ha pensato, la donna, di spedire lontanissimo tutte quelle paure e quel disagio. Mandare via le stronzate e quei discorsi a metà tra bar della facoltà di sociologia. Studiare l’avversario. Peoccuparsi di avere una squadra che corra in buona salute. Consigliare a ragazzi le migliori abitudini fisiche. Colmare le ovvie lacune rispetto ad un mondo che sa di dover imparare a conoscere, come tutti. Pensare soltanto al pallone.

Come faceva da ragazza, quando aspettava che la palla scendesse, caricava la gamba destra in avanti, irrobustiva la caviglia, lasciava andare il collo del piede e calciava. Fortissimo. Spazzando la palla, e tutti i suoi sogni, tra gli astri. Lì dove non c’è forza di gravità, e le discriminazioni non hanno peso.

NICOLA CHIAPPINELLI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

11 + 14 =

*