Juventus, Report e un’occasione persa.

È passata più di una settimana dalla puntata di Report che tutta Italia ha atteso, pronta a schierarsi da una parte o dall’altra, pronta a giudicare tutti gli aspetti di quella che sembrava essere l’inchiesta sportiva della nuova Calciopoli. Nulla di tutto questo: sul piano dell’inchiesta giornalistica il servizio è decisamente di basso livello, sono assenti le millantate notizie sconvolgenti e manca una ricostruzione che riesca a far leggere sotto una luce diversa le informazioni che, chiunque abbia un minimo di conoscenza dell’argomento, già sapeva da anni e per altro già risolte sotto il profilo giudiziario dall’inchiesta “Alto Piemonte”. Il servizio di Report avrebbe potuto, almeno, dare alcuni spunti per una riflessione necessaria, all’interno del mondo del calcio, su come le curve, in quasi tutti i grandi club italiani, siano sempre di più oggetto di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata. Invece la trasmissione sceglie di seguire quel filone del giornalismo nostrano che al posto dell’informazione privilegia lo scandalo, lo scoop, il giudizio morale anche quando questi giocano un ruolo assolutamente secondario all’interno della notizia. Il suicidio di Raffaello Bucci viene trattato solo come strumento per parlare dei legami tra la società Juventus e i gruppi ultras e non si indaga né sulle ragioni né sul sospetto, che la redazione di Report lascia solo intuire, che il suicidio possa in realtà esser stato preceduto da violente percosse nei confronti di Bucci o, peggio ancora, che possa trattarsi addirittura di un omicidio.

L’unico scandalo che la giustizia ordinaria e quella sportiva non avevano ancora esaminato in ogni suo aspetto è quello degli striscioni che sbeffeggiavano la tragedia di Superga in occasione del derby del 2014 allo Juventus Stadium, striscioni che, va detto, non sono né più gravi né meno gravi di decine di altri apparsi in tutta Italia negli ultimi anni. L’unica particolarità di questi ultimi è quella di essere entrati all’interno dello stadio con la complicità del responsabile della sicurezza della Juventus, Alessandro D’Angelo, ma anche in questo caso invece di approfondire come siano entrati gli striscioni, parlando semplicemente di uno zaino, si sceglie di seguire la ricerca del sensazionalismo e dello scandalo etico dando assoluta centralità alle lacrime di Sandro Mazzola mentre propone la chiusura dell’intero Stadio per tutta la stagione. Così, tanto per.

Quello che manca nella puntata di Report è un approfondimento su quali siano i rapporti tra società, ultras, criminalità organizzata e Forze dell’Ordine su biglietti, bagarinaggio e spaccio di sostanze stupefacenti all’interno degli stadi, ma soprattutto come questo fenomeno si sia modificato radicalmente negli ultimi anni. Infatti, che i gruppi ultras facciano la “cresta” sui biglietti che le società danno loro gratuitamente o a prezzi scontati non è certo una novità, anzi è prassi consolidata quasi da sempre, anche in quelli che, spesso esagerando, vengono descritti come gli anni d’oro del movimento ultras italiano. La regalia di biglietti da parte delle società nei confronti dei gruppi è stata messa sotto accusa spesso dai giornali già a partire dai primi anni Settanta, soprattutto quando le domeniche calcistiche diventavano lo scenario di incidenti di particolare rilevanza. Dunque che tra società sportive e ultras ci fosse un rapporto – anche abbastanza stretto – non ha mai fatto scandalo, se non per quei giornali e quei politici che nel corso degli anni hanno fatto dell’accusa al movimento ultras il proprio cavallo di battaglia. UEFA e FIGC, addirittura, lo hanno reso obbligatorio già dal 2007. Altrettanto non stupisce che dei gruppi rincarassero il prezzo dei biglietti; fosse questo rincaro utilizzato per autofinanziamento del gruppo o come vera e propria forma di reddito per chi, come buona parte dei capi ultras, è sempre stato costretto a fare una vita ai margini della legalità e impegnata a sostenere la propria squadra sette giorni su sette, sarebbe anche normale e giustificato.

Questo rapporto tra società e gruppi ultras, tuttavia, viene messo in crisi a partire dal 2009 ed è costretto a modificarsi. L’inserimento della Tessera del Tifoso e del biglietto nominale rendono l’acquisto di un tagliando estremamente complicato, imponendo ai gruppi un salto di qualità organizzativo per poter garantire le trasferte e i biglietti a tutte le persone a cui venivano garantiti in precedenza. Nel 2009, al contrario, la maggior parte dei gruppi ultras italiani arrivano completamente impreparati: massacrati dalla repressione che seguì la morte dell’ispettore Filippo Raciti e divisi su come reagire all’inserimento della Tessera del Tifoso, tra chi decide di contestarla pur sottoscrivendola e chi invece decide di rifiutarne completamente l’utilizzo. Così il tema del biglietto nominale passa in secondo piano e gli ultras, pur giustificati dallo scandalo costituito dalla TdT, non hanno mai saputo comprendere quanto questo cambiamento avrebbe influito in modo irreparabile sul mondo degli stadi. La Tessera del Tifoso, infatti, è stata messa in dubbio fin da subito come strumento di prelazione sui biglietti o come carta di sconto per gli acquisti dei prodotti di merchandising della società, arrivando addirittura negli ultimi due anni al progressivo smantellamento di questo istituto, che oramai è quasi soltanto uno strumento di fidelizzazione per le società che la utilizzando per far sottoscrivere gli abbonamenti ai propri tifosi. Il biglietto nominale, invece, lungi dall’essere messo in discussione, viene addirittura potenziato dal recente inserimento del “codice di gradimento”, che prevede la sottoscrizione e il rispetto del regolamento d’utilizzo dello stadio per chiunque acquisti anche solo un biglietto (anche nel settore ospiti), con la possibilità per chi non adempisse a tale dovere di subire l’esclusione dall’impianto non solo per scelta della questura o delle autorità giudiziarie, ma anche della società stessa. Questo strumento ovviamente riduce ulteriormente la possibilità di critica dei gruppi ultras e dei semplici tifosi nei confronti della società, o la possibilità di mettere in atto azioni che non siano state precedentemente concordate.

In questa situazione è quasi inevitabile che a giovarne siano proprio le organizzazioni malavitose: più il sistema è macchinoso, più andrà a vantaggio di chi gode di una maggior capacità organizzativa rispetto a qualunque altro gruppo ultras. Inoltre, chi dalla gestione della curva vede semplicemente la possibilità di un introito economico avrà certamente meno scrupoli a trattare con le Forze dell’Ordine per ottenere un accordo che garantisca che fuori dallo stadio non si verifichino incidenti, ma che dentro il controllo di spaccio e biglietti sia completamente sotto il controllo delle organizzazioni mafiose. Esattamente questo rapporto, le sue cause e le sue conseguenze avrebbe potuto indagare Report, che invece ha preferito imboccare la strada scandalistica descrivendo la curva della Juventus senza contestualizzarla, come se fosse una curva senza una storia, facendo parlare Andrea Puntorno a nome dei Bravi Ragazzi, come se non avessero un passato, individuando come causa dell’assenza del gruppo dallo stadio solo l’esclusione dello striscione dallo stadio. Le complicate relazioni tra società e ultras all’interno di quella che ora si chiama Allianz Arena andrebbero lette proprio tenendo conto di fattori come il bagarinaggio fino a migliaia di euro per ogni partita, lo stesso Andrea Puntorno racconta di essersi comprato due case con i soldi incassati dalla vendita di biglietti, e i cori e striscioni “politicamente scorretti” che venivano e vengono utilizzati dalla curva bianconera come strumento per ricattare la società quando si rifiuta di dare gratuitamente i biglietti ai gruppi facendo leva sulla norma, inserita nel 2013, della responsabilità oggettiva delle società.

Per chiunque sia stato, almeno negli ultimi anni, all’interno di uno stadio né il bagarinaggio né i cori utilizzati come strumento di ricatto sono una novità, e non possono essere considerati uno scandalo a livello etico-morale o una stortura del calcio moderno. Le offese, anche molto pesanti, nei confronti degli avversari sono sempre esistite, il bagarinaggio anche e le trattative tra ultras e società addirittura possono essere considerate la normalità nel calcio. Quello che ci restituisce il “caso Juve”, però, è qualcosa di diverso che mette in luce tutti i problemi che il calcio sta affrontando negli ultimi anni e che segna probabilmente un punto di non ritorno, la famosa “goccia che fa traboccare il vaso”.

Il sistema creato in casa Juventus non ha, di per sé, nessuna differenza rispetto agli altri che esistono da decenni in tutta Italia: la società dava dei biglietti gratis agli ultras che li rivendevano a prezzo maggiorato. Il problema è che in questo passaggio si inserivano almeno due fattori che cambiano non di poco l’entità della cosa. In primo luogo, i prezzi maggiorati non erano assolutamente nell’ordine delle decine di euro, ma delle centinaia; in, secondo, a ricevere gratuitamente i biglietti non erano i gruppi ultras, ma personalità della criminalità organizzata che, con la complicità della DIGOS, garantivano l’assenza di incidenti in concomitanza con le partite, pur di avere la mano libera sui propri affari all’interno della curva. Se si uniscono a questi due aspetti il fatto che lo stadio della Juventus è di proprietà della società ed è quasi sempre esaurito, si evince come chi rivende i biglietti goda di una situazione di assoluto monopolio e possa permettersi di lucrare per migliaia di euro su ogni partita.

Oggi qualcuno pensa che, anche grazie alla puntata di Report, la situazione allo Stadium possa migliorare, ma questo non sembra trovare riscontro nei fatti. Dopo Juventus-Napoli del 29 settembre, tra le dimissioni di Marotta e i primi trailer della puntata di Report, si è fatto avanti un gruppo quanto mai particolare: i True Boys. Loro dicono di non essere ultras ed esplicitano che il loro intento è solo quello di vendere biglietti e sostenere la Juventus. Con i volti pubblici di Davide Bonafede e Salvatore Licciardi iniziano una lunga discussione a suon di dirette Facebook con il resto della Curva Sud e in particolare con il gruppo Tradizione, colpevoli di aver cantato contro i Napoletani, cosa che, secondo i True Boys, era stato chiesto di non fare per evitare di offendere molti tifosi juventini che vengono proprio dalla città partenopea. Il diverbio è arrivato fino a darsi un appuntamento, poi disertato dai True Boys. Ad oggi la questione sembra chiusa, tuttavia a causa della chiusura della curva, proprio per i cori contro i napoletani, la Juve non ha ancora giocato una partita in casa e quindi non sappiamo come andrà a finire la “guerra”. Le certezze che oggi abbiamo in merito alla cosa sono che, nonostante l’apparenza macchiettistica dei True Boys, i quali assomigliano più a un profilo fake che non a un vero gruppo ultras,  pur non sapendo se abbiano rapporti con la criminalità organizzata, è evidente che si stia sfruttando un momento di debolezza complessiva della Curva, della società e di tutto il sistema sul quale fino ad ora si è retto il tutto, per provare ad arrivare almeno ad una parte della torta ora lasciata libera dall’attuale vuoto di potere.

Le contraddizioni, dunque, in questa storia sono molteplici, ma sicuramente non è la tanto declamata puntata di Report a scioglierle. Bisogna dire con chiarezza che non tutti i gruppi ultras in Italia si sono piegati alle logiche di mercato e, anzi, molti hanno proprio tagliato ogni tipo di rapporto con le società e di conseguenza con i biglietti proprio per evitare di trovarsi in delle situazioni ambigue e pagano tutt’ora le conseguenze delle loro scelte con una durissima repressione. Altrettanto il caso Juventus, pur non essendo un caso isolato, resta uno dei casi più eclatanti per la quantità di soldi in ballo, per il livello di coinvolgimento della società e per la presenza di malavita all’interno dei gruppi. Tuttavia la cosa che davvero ancora nessuno ha detto, e che però è la più evidente guardando l’inchiesta sul caso Juventus, è quanto le norme contro la violenza degli stadi messe in atto negli ultimi anni siano state completamente inutili e spesso, anzi, dannose. Come abbiamo già visto la Tessera del Tifoso è stata subito messa messa in dubbio e ha mostrato tutti i suoi limiti già a partire dalla prima stagione in cui fu inserita. Nutriti gruppi di ultras infatti riuscivano ad aggirare il vincolo andando in altri settori dello stadio o comprando i biglietti in loco, eclatante fu il caso dei tifosi genoani all’Olimpico contro la Roma che entrarono in centinaia in Tribuna Tevere e costrinsero la polizia a trasferirli nel settore ospiti. Invece il biglietto nominale non è mai stato messo in discussione, ma proprio da lì partono i problemi: la necessità di avere persone in grado di fare da prestanome per biglietti e abbonamenti hanno creato terreno fertile per le organizzazioni mafiose, così come l’attacco post-Raciti ai gruppi ultras storici in termini di repressione ha svuotato le curve di chi della retorica e dei valori ultrà, condivisibili o meno, aveva fatto il proprio cavallo di battaglia lasciando le curve nelle mani di chi era disposto a trattare con le Forze dell’Ordine rinunciando ad ogni velleità di scontro pur di garantirsi gli introiti all’interno delle curve.

Dopo anni di retoriche sugli stadi violenti e di riflessioni stucchevoli sugli stadi italiani vuoti fatte da tutti i media ci si sarebbe potuti attendere qualcosa di più dal servizio pubblico della Rai. Si sarebbe potuto parlare del fenomeno ultras nel suo complesso, senza nasconderne le contraddizioni, ma anche senza relegarlo a fattore collaterale degli affari della mala organizzata, ignorando, per altro, una battaglia più che legittima, anche se macchiata dagli ultimi eventi, portata avanti dagli ultras juventini contrari al caro abbonamenti causato dall’acquisto di Cristiano Ronaldo. “Siamo vincenti, è vero. Ma i veri perdenti non sono le altre società calcistiche, ma gli stessi tifosi juventini”, così recitava lo slogan del volantino firmato “Clienti della Sud” dato alla prima giornata di campionato. Che sia un altro tentativo di trattare con la società o che sia la rabbia di ultras più autentici, il testo riporta rivendicazioni quanto mai condivisibili: accusa la società di voler costruire un teatro bianconero togliendo completamente spazio e terreno alla curva, settore storicamente popolare che una volta aveva prezzi accessibili a chiunque ora diventati improponibili.

E quindi dopo mesi di nulla sull’arrivo di CR7 e dopo una difesa violenta del Cristiano Ronaldo stupratore il giornalismo italiano perde un’altra occasione per parlare della Juventus, del mondo del calcio, degli ultras.

2 thoughts on “Juventus, Report e un’occasione persa.

  1. io vi leggo sempre con piacere..ma ogni tanto un grassetto, un corsivo e i paragrafi separati aiuterebbero molto la lettura dei vostri articoli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

3 × 3 =

*