Il venticinquesimo giorno di novembre a Sarajevo.

“Non sarà serba, croata o musulmana. Sarà serba, croata e musulmana”.

25 novembre 1943, si parla di Bosnia ed Herzegovina.

Nevicava quella notte a Mrkonjić Grad, ma era fondamentale esserci. Arrivarono persone da tutto il paese per il primo Consiglio Anti-Fascista della B&H. C’era una libertà ed un’uguaglianza da garantire quella sera. Dopo il Consiglio c’è chi si mise subito in viaggio per tornare a casa e chi invece cercò un alloggio in città. Tutti però pensavano ad una cosa: “sarà serba, croata e musulmana”.

Ora, 71 anni più tardi, la Bosnia-Erzegovina è divisa più che mai, ancora di più che negli anni ’90 di Karadzic e Mladic. Tutto questo, come è ovvio che sia, ha avuto delle pesanti ripercussioni anche sul calcio. Negli ultimi anni il calcio bosniaco vive delle forti divisioni tra i club tanto a livello di tifoseria quanto a livello dirigenziale con i soliti schieramenti che hanno da sempre infuocato questi territori: i pro-serbi, i pro-bosniaci e i pro-croati.

Tutti i club però hanno un fattore comune: lottano per sopravvivere. Infatti la Premijer Liga, la massima divisione bosniaca, ha 20 club partecipanti. Tra tutte e 20 le squadre quelle con una situazione finanziaria quantomeno tranquilla sono in due o tre, mentre per tutte le altre ogni stagione finita con l’incubo del fallimento scongiurato è un miracolo. Nel primo campionato giocare squadre provenienti da entrambe le entità (la Federazione croato-musulmana e la Repubblica Srpska). I campionati minori invece sono fortemente influenzati e divisi dall’accordo di Dayton (un accordo sulla proporzionalità e rappresentanza etnica).

I club bosniaci partecipano alle qualifiche per Champions e Europa League ed è un successo se i club arrivano al terzo o, in qualche raro caso, al quarto turno di qualificazione.

Una particolarità del campionato bosniaco era, per qualcuno è, quella della “chiave etnica“, la nacionalni kljuć. Durante il periodo socialista il censimento era un momento importante nella definizione dei rapporti di potere tra le diverse nazionalità. Dai risultati si determinava la distribuzione delle cariche politiche ed amministrative nella repubblica bosniaca. Per spiegarla però in termini calcistici, significa che se la scorsa stagione la squadra vincitrice del campionato era pro-bosniaca, in questa stagione deve essere un club pro-croato o pro-serbo.

BFFMafiaIn passato però nel lungo tunnel del calcio bosniaco si era intravista un po’ di luce. Nel 2006 un gruppo di tifosi al seguito della nazionale bosniaca, i BH-Fanaticos, ha dichiarato guerra alla Federcalcio bosniaca. Le richieste dei Fanaticos erano semplici: prese di posizione da parte della Federcalcio contro la politica nelle curve e presidente e membri della Federcalcio scelti per competenze e conoscenze. Insomma, volevano fuori la mafia dalle istituzioni. La risposta alle loro richieste è stata altrettanto semplice: arresti, cariche della polizia ed intimidazioni.

Per anni, le partite della nazionale sono state interrotte da razzi e bombe carta lanciate in campo perché era l’unico modo che i Fanaticos avevano per fare in modo che il denaro della Federcalcio non rimanesse nelle tasche dei suoi membri: il denaro, almeno, sarebbe stato speso per multe della UEFA e della FIFA. Ad un certo punto però anche la UEFA ne ha avuto abbastanza. Alla Federcalcio bosniaca (BFF) è stato imposto di organizzarsi come tutte le altre federazioni di calcio, altrimenti la Bosnia sarebbe rimasta fuori da tutte le competizioni europee. Grazie alla fondazione di un “Comitato normalizzazione” con la leggenda Ivica Osim come presidente della commissione, la Federcalcio bosniaca è stata liberata da quella cosiddetta “mafia”. Il suo ex segretario infatti si trova ora in carcere per corruzione e appropriazione indebita di denaro.

La mafia è andata, il presidente è nuovo, ma nient’altro è cambiato. Sì, il lavoro del BFF è più trasparente, ma tutto il resto è rimasto identico. Il calcio bosniaco è ancora influenzato dalla politica e i membri della Federazione che si occupano dei campionati minori (quelli più “a rischio”) sono ancora le stesse persone. Questo è probabilmente uno dei motivi per cui il campionato bosniaco non può fare progressi.

Come sempre, quando non ci occupiamo delle cause, abbiamo a che fare con le conseguenze. Le presenze negli stadi in campionato è a dir poco scarsa, con i soli gruppi Ultras a seguire le loro squadre. La Federazione, nel frattempo, ha deciso di voler debellare la violenza dagli stadi. Come? Repressione, trasferte vietate e, nelle trasferte autorizzate, tifosi ospiti costretti ad entrare allo stadio 15 minuti dopo il fischio d’inizio e ad uscire 10 minuti prima. Follia.

E poi ci sono gli ultras. Alcuni apolitici, alcuni di estrema destra e un solo gruppo di sinistra.

Tra i gruppi spiccano i “The Maniacs” (Željezničar), gli “Horde Zla” (Sarajevo), i “Lešinari” (Banja Luka), gli “Ultras Mostar” (Mostar), i “Robijaši” (Zenica Čelik), i “Fukare” (Sloboda Tuzla) e l'”Armata Rossa” (Velež Mostar).

Il primo gruppo Ultras fu “Armata Rossa“, al seguito del Mostar Club Velež, club con una lunga tradizione antifascista. “Armata Rossa” si è formato nel 1981 e, con “Torcida” dello Split e “Grobari” del Partizan, è il gruppo ultras più antico della ex Jugoslavia.

Il periodo di spicco del movimento Ultras bosniaco è il 1987, che vede la nascita dei “The Maniacs“, “Horde Zla” , “Robijaši“, “Lešinari” e “Fukare“. In principio, tutti i gruppi avevano un’impronta antifascista, nello spirito del socialismo/comunismo, e avevano all’interno del loro tifo diverse componenti etniche e religiose in grado di convivere tra di loro.

A differenza della stragrande maggioranza dei gruppi ultras croati e serbi, i gruppi ultras bosniaci all’inizio degli anni ’90 rimasero fedeli al socialismo e agli ideali antifascisti, continuando a sperare nella Jugoslavia unita. Dopo la guerra del 1992, però, la maggior parte dei gruppi acquisto un forte carattere nazionalista.

I “Lešinari“, per esempio, prima della guerra si chiamavano “Vultures“, nome inglese che sta ad indicare gli avvoltoi, ma dopo la guerra hanno cambiato il nome con il termine serbo. Il gruppo è di estrema destra e non è difficile vederli sventolare croci celtiche o svastiche. ”The Maniacs” e “Horde Zla“, gruppi Ultras di Sarajevo, mantengono invece una certa varietà di partecipanti. La maggior parte dei membri sono bosniaci musulmani ma hanno anche ortodossi, cattolici e atei tra i tifosi e si collocano nell’oceano dell’apoliticità.

Nei territori controllati da croati alla fine della guerra si sono formati alcune realtà. Per esempio gli “Ultras Mostar“, tifosi dello Zrinjski (club che fu bandito dal campionato nella ex Jugoslavia a causa della sua storia fascista) e gli “Ustaška Mladež” al seguito dello Široki Brijeg. Entrambi i gruppi sono molto vicini agli ambienti dell’estrema destra, basti pensare che e iniziali del gruppo “UM” (Ultras Mostar) sono associati all’acronimo della gioventù fascista durante la seconda guerra mondiale in Croazia, mentre gli “Škripari“, soprannome dei tifosi del Siroki Brijeg, prendono il nome da un gruppo paramilitare croato anti-comunista attivo negli anni ’40.

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Armata Rossa, gruppo Ultras del Velež Mostar.

Gli unici gruppi che hanno mantenuto il loro un’impronta antifascista sono i Robijaši Zenica, i Fukare Tuzla e l’Armata Rossa. Con il tempo però i Robijaši e i Fukare si sono spostati su posizioni sempre più apolitiche, anche se il gruppo ha mantenuto la sua diversità e sono sempre stati contro nazionalismo, fascismo e sciovinismo.

Un episodio curioso legato ai Fukare Tuzla è quello successo in una delle prime partite della stagione 2014/15. I tifosi si sono messi a cantare una canzone anti-fascista e l’arbitro ha minacciato di sospendere la partita.

Assurdità?“, dice un mio amico bosniaco, “noi la chiamiamo Bosnia.

Discorso totalmente a parte per la realtà che rappresenta Mostar. In città troviamo una divisione su ogni tipo di aspetto: culturale, ideologica e geografica. Il fiume Neretva divide la città in due parti, quella a ovest filo-croata e quella ed est filo-bosniaca. Ad ovest tra i croati troviamo gli Ultras Mostar, mentre ad est la già citata Armata Rossa.

Tra tanti aspetti negativi troviamo però anche una bella realtà: la nazionale, l’unica cosa che unisce la gente. Bosniaci, croati, serbi e gli altri giocano, sudano, piangono e gioiscono insieme, e gli ultimi risultati della Bosnia, come l’ultimo mondiale brasiliano, sottolineano che, in questo caso come sempre, l’unione fa la forza. Esattamente come successe quella sera che nevicava a Mrkonjić Grad.

Il 25 novembre, in Bosnia ed Herzegovina, è festa nazionale.

Il nostro viaggio in Bosnia finisce qui. Potete trovare l’articolo in lingua originale su TAL Fanzine.

 

L’articolo è stato modificato in alcune parti per rendere migliore la resa in italiano o per semplici scelte editoriali.

 

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