Il braccio teso, non solo per parare.

Matteo quando smette di giocare torna a casa e si riposa, magari legge un libro o guarda la televisione e poi, quando è ora di dormire, si sdraia sul suo letto. Il tempo di girarsi e spegnere la luce che sul suo comodino gli ultimi barlumi delle lampadine a basso consumo fanno brillare il volto di un amico le cui effigie sono state ricalcate nel marmo o nel bronzo, nero come il carbone. A luce spenta non riesce a definire i contorni di quella sagoma scura ma Matteo sa che quel busto lì gli dà la forza per andare avanti.

Christian fa lo stesso lavoro di Matteo e vive in una casa che sembra uscita dai primi anni del Novecento e forse tutto si è fermato proprio a quel periodo, nemmeno a farlo apposta. Christian è uno silenzioso, che molto spesso si ingobbisce di fronte alla ribalta, ha la voce bassa e pare scontroso. Nella sua casa novecentesca anche lui conserva qualche ricordo dei tempi che furono, quelli in cui non era ancora nato ma che gli piace tanto ricordare e paragonare a quest’epoca moderna malandata. Anche lui ha il suo amico su un comodino e lo guarda beandosene. Christian guarda il muro e si guarda le mani.Benito_Mussolini

Stefano il braccio lo tende molto spesso e non solamente perché lo richiede la sua professione. Viene da una terra dove quelli come lui sono in minoranza, non tanto per la professione per il braccio disteso. Ha una grande amicizia con Riccardo e con lui condivide una passione, una storia comune, come dice la canzone. Riccardo aiuta Stefano ma la storia non aiuta Riccardo, le cui frequentazioni non sono ben viste. Stefano forse non lo sa ma il suo amichetto ha deciso di creare una polizia tutta sua. Se ne renderà conto più avanti, quando il braccio teso ghermirà dei tesserini che non doveva ghermire.

Gianluigi non parla mai di politica ma spesso finisce nel calderone. Come Christian, Matteo e Stefano fa il mestiere che sognava da ragazzo, inquadrato tra tre legni e con le mani sempre impegnate, in tuffo o in presa. Gianluigi è una persona che sa il fatto suo, la storia lo ricorderà come il migliore – forse – nel suo ruolo, ma c’è anche chi non dimentica quella maglietta con un motto di tanti anni fa, i venti anni che distrussero l’Italia. Lo ricorderanno per le prodezze e per non esser mai stato uno stereotipo, dimenticheranno lo striscione con la croce e un indigesto numero di maglia. Nessuno lo avrà mai chiamato camerata.

Nonostante siano passati settant’anni dalla caduta del regime, non è raro vedere in Italia nostalgici di Benito Mussolini e del fascismo. Quel che più colpisce è che molto spesso questi nostalgici arrivano dal mondo del pallone e sono fascisti inconsapevoli, figli di discorsi populisti e che magari alla politica si sono avvicinati solo dopo essersi creati un’idea derivata da un sentito dire o da una cattiva informazione. I calciatori sguazzano in un mare di ipocrisia e, a causa di un sistema calcistico che appiattisce le loro menti come nemmeno in Orwell, in risposta tendono il braccio. E, curiosamente, è da studiare il fenomeno dei portieri fascisti in Italia. Il portiere per tradizione si veste di nero e tende il braccio, a volte però tutto questo esula dal contesto calcistico e diventa metafora politica.Mussolini_spada_islam

Di sicuro c’è chi dirà che non bisogna mischiare l’essere di destra con l’essere fascisti e fin qui ci siamo – per quanto certe obiezioni facciano abbastanza ridere -, ma bisogna essere il meno ipocriti possibile e quindi riconoscere che, anche se uno non ha il busto del Duce sul comò, la sola frequentazione di certi ambienti o di certi personaggi è abbastanza indicativa. Sociologicamente sarebbe da studiare il perché in Italia nascono così tanti portieri amanti del nero: Sereni e Abbiati lo hanno detto esplicitamente, Tacconi ha una militanza politica a testimoniarlo, su Buffon invece non c’è niente di certo ma comunque gli indizi – almeno per quanto riguarda le cosiddette “bravate giovanili” – non mancano.

«Del fascismo rifiuto le leggi razziali, l’alleanza con Hitler e l’ingresso in guerra, ma mi piace la capacità che aveva di assicurare l’ordine, garantendo la sicurezza dei cittadini» diceva il buon Abbiati non molti anni fa. Il problema è sempre il solito: nonostante il vittimismo, anche nel calcio sono i fascisti o i protofascisti ad avere la meglio. Risulta strano pensare che, se si fosse dichiarato dell’opposta fazione politica, nessuno gli si sarebbe scagliato contro perché, duole ripeterlo, il mondo del pallone è così: ipocrita, ma lo travestono da ingenuo.

E poi è sempre un fascismo sommerso, mai nessuno che lo onori fino in fondo. Come se ci fosse un fascismo migliore di quel che c’è stato, qualcosa difficile anche da spiegare. E allora vale la pena prendere in prestito le parole di Emilio Carnevali da Micromega di qualche anno fa: «Mai uno che almeno si prenda la responsabilità delle sue idee, che onori quel “menefrego” fascista dicendo quello che pensa, quello che veramente pensate […] siete li tutti a negare e a dire “ma figurarsi”». Il fenomeno dei portieri fascisti in Italia forse non verrà mai chiarito e forse non esiste nemmeno, ma innegabilmente ogni tanto è meglio vedere una bella respinta di pugno.

One thought on “Il braccio teso, non solo per parare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

11 + 3 =