Fan.Tastic Females: storie di donne negli stadi d’Europa.

Anastasia vive a Mosca e il calcio è la sua vita; anche lo Spartak lo era, ma da quando ha smesso di andare allo stadio la passione è scemata; e d’altronde come biasimarla? Da quelle parti sugli spalti vige una serie di regole inaccettabili per lei. Essere donna e avere posizioni politiche forti la costringe ad una scelta: accettare passivamente la propria condizione subalterna alla massa, oppure tifare in silenzio, altrove. Per Ana – come la chiamano tutti – la risposta non può essere che una: organizzarsi per conto suo, abbandonare lo stadio e seguire le partite dello Spartak dalla tv e giocare a calcio in qualsiasi forma: a 5 o a 11, in squadre miste o composte solo da donne. È l’unica alternativa che ha.

Per Cecilia, invece, coltivare la sua passione è stato più facile. È nata a Verona e da quando le hanno regalato un paio di pantaloncini per giocare a pallone, da bambina, non ha più smesso. Nel frattempo si è spostata dal Veneto a Roma e ha trovato la sua seconda famiglia nell’Atletico San Lorenzo, diventandone capitana e portando la sua squadra di calcio a 5 alla conquista delle Serie C. “Quando guardiamo la squadra maschile giocare, il nostro gruppo di donne grida e beve più dei maschi”. La determinazione nello sguardo mentre pronuncia queste parole non lascia dubbi che sia l’assoluta verità.

Sophie è entrata nella storia come la prima donna transgender a lavorare ufficialmente nella Premier League: fa la fotografa a bordo campo per il Bournemouth, la squadra che ha sempre tifato. La partita della promozione è stata anche l’ultima prima della sua transizione, la sua storia e quella del suo club in quel momento si sono incrociate. Sophie è anche attivista politica e il suo sogno è che il coming out di un calciatore diventi una cosa noiosa che non importi a nessuno, esattamente come tutti i gesti quotidiani come allacciarsi le scarpe, scendere su un campo da calcio e fare dei giri intorno alle 4 bandierine per il riscaldamento.

Maria ha 79 anni e non si perde una partita dell’Arsenal per nessuna ragione al mondo. L’emirates è universalmente riconosciuto come lo stadio più silente d’Inghilterra: ha ereditato dal vecchio highbury la nomea di ‘the library’, la biblioteca dove si entra si prende un libro e lo si legge stando attenti a fare il minimo rumore. Se tutti i tifosi gunners avessero la sua voglia di gridare e la sua energia avrebbero dovuto trovare un altro nomignolo per descrivere lo stadio dei bianco rossi del nord di Londra.

Anna, Cecilia, Sophie e Maria sono 4 donne che hanno raccontato la loro storia di calcio a Fan.tastic Females, una mostra itinerante – ma anche un progetto, una serie di workshop e discussioni, una rete di donne e molte altre cose – che ha preso il via ad Amburgo il primo weekend di Settembre.

credits to Sabrina Adeline Nagel.

Il calcio ha un problema di sessismo talmente tanto esteso e diffuso da apparire endemico. Nella concezione comune la donna si avvicina al calcio da ospite e si trova a dover giustificare la propria presenza in stadi, redazioni giornalistiche, società e istituzioni calcistiche. Cambiare la narrativa e riequilibrare la sottorappresentazione femminile nel mondo del calcio è stata la base di partenza al progetto sin dalla sua fase embrionale. A raccontarlo è Antje Grabenhorst, coordinatrice del progetto insieme a Daniela Wurbs e Barbara Paech. L’idea di partenza, spiega ancora Antje, venne a lei e a Daniela nel 2010 durante un meeting di Football Supporters Europe (FSE), durante una discussione all’interno di un workshop che aveva come tema centrale le esperienze delle donne allo stadio. Apparve chiaro come la presenza femminile fosse una componente essenziale del calcio, ma che fosse – come lo è anche ora – rappresentata in maniera distorta.

L’idea di partenza è stata successivamente ripresa e sviluppata nel 2016, quando è iniziata la pianificazione del progetto: mettere in piedi un piano di lavoro, formare la squadra e trovare i fondi (aspetto che ha causato i maggiori grattacapi).

Come ricorda ancora Antje, l’intero progetto è stato realizzato seguendo logiche DIY (Do It Yourself – ovvero senza ricorrere a lavoro professionistico), aspetto che ha portatoun’ulteriore complicazione alla realizzazione della mostra.

La fase realizzativa è durata circa 18 mesi e ha coinvolto un gran numero di persone che hanno prestato il proprio lavoro a titolo principalmente gratuito.

Tra queste c’è Filo, che di lavoro fa la videomaker e vive a Londra. La sua avventura con Fan.Tastic Females è iniziata ad Aprile 2017, quando Antje e Daniela si trovavano nella capitale inglese per intervistare Eva dei Clapton Ultras – gruppo di cui anche lei faceva parte. In quella occasione è venuta a conoscenza del progetto e non ha esitato a buttarsi dentro con tutto il suo entusiasmo.

credits to Sabrina Adeline Nagel.

Quando Filo parla di calcio cita immediatamente le Temporary Autonomous Zone (TAZ) di Hakim Bey: in quest’ottica lo stadio è un luogo autonomo dove non esiste alcun ordine naturale precostituito. Nei TAZ descritti dall’anarchico statunitense distinzioni di razza, religione, cultura e sesso sono creazioni artificiali, che alterano la dimensione naturale dello spazio. Lo stadio, nella sua essenza più pura può essere spogliato di queste sovrastrutture e rimanere un luogo incontaminato, dove le convenzioni sociali solite non si applicano.

Ovviamente tra la concezione teorica del pensatore radicale e ciò che accade nella realtà esiste un numero di sfumature infinito. Per Filo  dare voce e visibilità alle donne voleva dire eliminare le sovrastrutture consolidate nel tempo e riportare lo stadio alla sua condizione basica, quella di un ambiente egualitario, dove poter comunicare anche senza conoscere la stessa lingua e dove gli unici confini e limitazioni sono imposti soltanto dagli striscioni e dagli adesivi con i quali chi popola quello spazio decide di definirsi.

Per realizzare i 78 ritratti da 5 minuti in mostra, le ragazze di Fan.Tastic Females hanno viaggiato per circa 20 paesi europei, incontrando donne impegnate a diversi livello nel mondo del calcio: responsabili istituzionali, tifose, dirigenti del proprio club e ultras. Questo tour ha permesso loro di creare connessioni tra un gruppo di ragazze molto eterogeneo.

La mostra-evento di Amburgo ha avuto una doppia finalità: presentare le storie raccontate direttamente dalle protagoniste e creare una rete attraverso la quale donne e ragazze possano scambiare le proprie esperienze e affrontare collettivamente i problemi comuni.

Sebbene il progetto sia tutt’altro che archiviato (la mostra continuerà a girare per almeno altri due anni), l’evento di Amburgo ha rappresentato il punto di arrivo della fase realizzativa. Per questa ragione sono stati invitati a partecipare tutti i volontari che hanno collaborato a ogni livello: chi ha viaggiato senza sosta per realizzare le interviste e chi ha prestato due ore del proprio tempo per tradurre i sottotitoli nella propria lingua. Il coronamento ideale  per chi al progetto ha lavorato attivamente per oltre un anno.

Oltre alle coordinatrici e alle videomaker che hanno preparato e realizzato tutte le interviste, infatti, molte persone da tutta Europa hanno offerto le loro capacità e il loro tempo per realizzare le grafiche, fare i sottotitoli e trascrizioni, occuparsi della logistica e degli aspetti legati alla comunicazione.

credits to Ariane Gramelspacher.

Per presentare al pubblico il contenuto della mostra, infatti, è stato necessario ricorrere a una serie di abilità di varia natura. Ciascuna delle 78 interviste è stata presentata su un pannello verticale, che contiene una breve descrizione della ragazza intervistata e un codice QR che porta l’osservatore al video caricato su Vimeo. Il totale del materiale girato arriva in totale a 8 ore, pertanto ai visitatori della mostra viene dato un biglietto con un codice che permette loro di vedere il resto delle interviste in un secondo momento.

L’importanza di creare una piattaforma comune tra le donne coinvolte nel calcio in diversi paese è resa molto chiaramente da Naz – una delle videomaker impiegate per tutto il progetto – che ha spiegato in modo molto chiaro l’intreccio tra le questioni specifiche di ciascun paese e le problematiche comuni a tutto il gruppo, parlando del suo paese d’origine, la Turchia. Sullo stesso territorio, infatti, la storia di Gulistan, tifosa dell’Amedspor che non può andare in trasferta perché la sua squadra è il simbolo dell’autodeterminazione del popolo kurdo, si intreccia con quella di Ayben, tifosa del Besiktas che in trasferta ha deciso di non andare più per boicottare la Passolig card (l’equivalente locale della tessera del tifoso), un ostacolo tristemente comune ai tifosi di tutto il mondo.

Aver sottoposto a tutte le donne le stesse 12 domande è stato funzionale a capire le differenze di prospettiva tra ciascuna di loro. Per esempio, una semplice domanda come ‘in quale parte dello stadio guardi la partita?’ riesce in maniera immediata a sviluppare il dibattito se posta a una tifosa laziale – come Claudia, intervistata prima del tristemente noto volantino diffuso in Curva Nord -, e a una del Werder Brema – come Greta, che guarda la partita dalle primissime file occupate dal suo gruppo (gli Infamous Youth), di cui è componente fondamentale.

Le difficoltà  della realtà italiana sono emerse anche nella fase organizzativa della mostra. Infatti, come sottolineato dalle coordinatrici, trovare ragazze in Italia che facessero parte di un gruppo ultras è stato praticamente impossibile a causa della reticenza degli appartenenti ai gruppi organizzati ad aprirsi e parlare apertamente dei problemi che si sono trovati ad affrontare. Questa chiusura può essere interpretata come un sintomo preoccupante per la scena ultras italiana che ha di fatto perso un’occasione per confrontarsi con realtà analoghe europee.

Note:

Il progetto Fan.Tastic females ha ovviamente un sito internet, una pagina Facebook e una Instagram. Se invece volete organizzare una trasferta di Fan.tastic Females nel vostro spazio potete (e dovreste) farlo, seguendo le informazioni contenute qua.

Tutte le foto utilizzate per accompagnare l’articolo sono state prese da qua.

La foto in evidenza con i fumogeni è di Ariane Gramelspacher.

Articolo a cura di Matteo Marchello.

 

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