Ewald Lienen, l’uomo giusto nel posto giusto.

Lo vedete quest’uomo dal sorriso rassicurante e il fisico da bibliotecario? E’ stato un calciatore. Sapete perché indossa quella maglietta? Perché non è stato un giocatore qualsiasi. Come mai alza il pollice davanti a tutta Lienen Refugees.jpgquella gente? Perché sugli spalti stravedono per lui. Questa è la storia di Ewald Lienen, uno che sotto il giaccone conserva l’anima dei puledri del Borussia Mönchengladbach e che da allenatore ha attraversato mezza Europa in tuta e lenti a mezza luna. Per leggere ha bisogno degli occhiali ma da bordo campo ci vede lunghissimo. Chiedetelo ai tifosi del St. Pauli.

Vi ho già spiegato le ragioni che hanno reso una squadra di quartiere un fenomeno kult e forse era destino che le strade dei pirati di Amburgo e di quest’uomo si incrociassero. Tra l’attitudine ultras di vivere la partita e la sguardo paterno con cui consola i giocatori dopo una sconfitta ha tirato fuori dai guai una squadra che sembrava destinata alla retrocessione e l’ha portata a sognare in grande. Tutto in pochi mesi.

Quando si raggiunge un obiettivo si tende a premiare il gruppo rispetto ai singoli ma in questo caso è giusto ricordare che senza questo leader, arrivato in corsa, probabilmente il St. Pauli non ce l’avrebbe fatta. Oggi sulla sponda sinistra dell’Elba sono tutti pazzi di lui e per capirne il motivo basta riavvolgere il nastro a un anno fa.

Mancano pochi giorni a Natale quando viene chiamato a risollevare una situazione disperata. Gli esperimenti di Vrabec non hanno portato alcun frutto e nemmeno la bandiera Thomas Meggle è riuscito a invertire la rotta. La squadra è drammaticamente ultima in classifica con la miseria di 13 punti in 17 partite, 18 gol fatti e una difesa-gruviera perforata 36 volte. A poche ore dal suo arrivo, pur senza stravolgere la squadra, riesce a trasmettere fame e compattezza tra i reparti, come dimostra la sconfitta di misura contro la capolista Ingolstadt.

Lavora sull’autostima e la concentrazione per ottenere punti contro avversarie più attrezzate mentre negli scontri diretti infonde il coraggio di giocare a viso aperto, come successo contro l’Aalen alla seconda uscita. Infine striglia il gruppo allontanando la paura di vincere che aveva fatto sfumare successi ormai in cassaforte.

Si può dire che abbia fatto un miracolo prendendo in mano una squadra con 0,7 punti di media a partita e concludendo il campionato raddoppiando a 1,4; sotto la sua guida si segna poco di più rispetto alle gestioni precedenti (22 reti contro 18) ma i gol incassati sono meno della metà (15 rispetto a 36) e nel girone di ritorno ottiene 24 punti. E’ riduttivo spiegare le ragioni di questa salvezza attraverso i numeri ma aiutano a comprendere un lavorato basato su pragmatismo a grande cuore.

Lienen
“Chiamatela pornografia emotiva, chiamatela masturbazione equosolidale, chiamatela Giulia Innocenzi, come vi pare; ma credo sia la nuova forma di depravazione della gente perbene.” (Q.)

Chiunque si sarebbe spaventato di fronte a una missione del genere ma non Lienen che da giocatore andò a muso duro con Otto Rehhagel, nonostante una coscia lacerata, per accusarlo di aver istigato Siegmann a giocare duro. Impiegò solo 17 giorni per guarire da quello squarcio di 25 centimetri, così tanto per darvi un’idea del personaggio.

Ma il carisma non basta per allenare, ci voglio anche intuito e idee e il suo bagaglio calcistico lo riempie a Mönchengladbach. Nato nella piccola Schloß Holte-Stukenbrock, al confine tra la Renania Settentrionale e la Vestfalia, si ritrova a far parte del canto del cigno del Borussia Mönchengladbach vincendo la Coppa Uefa nel ‘78 e perdendola l’anno successivo in finale contro l’Eintracht Francoforte.

Una carriera tutt’altro che banale in cui insieme alla dottrina offensiva impartita da mister Weisweiler coltiva sentimenti politici di sinistra, fino a diventare uno dei fondatori del sindacato tedesco dei calciatori professionisti.

Siamo negli anni ’70 quando il Borussia Mönchengladbach duella col Bayern Monaco in campionato e si fa conoscere in Europa grazie a un calcio innovativo oltre ogni limite, in sintonia con la psichedelia del tempo. E’ una band dall’intesa altissima che si guadagna il soprannome di puledri e in cui spiccano gli assoli di Heynckes e Simonsen, unico gicatore nella storia del club a vincere il Pallone d’oro. Salgono alla ribalta grazie alla finale di Coppa Uefa persa contro il Liverpool di Kevin Keegan nel 1972/73 ma l’anno successivo arriva il primo storico successo internazionale schiantando in finale il Twente 5-1.

Udo Lattek subentra a Weisweiler per aggiungere rigore tattico e concretezza, conosce anch’egli l’incubo Liverpool perdendo 3-1 la finale di Coppa dei Campioni a Roma nel 1976/77 ma la sconfitta getta le basi per la trionfale stagione successiva.

Qui entra in gioco il nostro Lienen, mezzala in grado di sposare quantità e qualità, che grazie ai gol contro Manchester City e Duisburg contribuisce alla conquista della Coppa Uefa.Ewald Lienen

L’amore per il Borussia non si spegnerà mai veramente e dopo un felice biennio (tranne per i 23 punti di sutura alla coscia) torna a Mönchengladbach per altre quattro stagioni prima di chiudere la carriera a Duisburg. Sensibile alle lotte sindacali fonda l’associazione dei calciatori professionisti insieme a Benno Möhlmann e Frank Pagelsdorf per tutelare quello che in Germania è diventato un mestiere vero e proprio molto più tardi rispetto al resto dell’Europa calcistica che conta.

Gioca cinque stagioni portando la squadra dall’Oberliga alla Bundesliga e nel frattempo studia per conseguire il patentino da allenatore e proprio a Duisburg inizia la sua seconda vita, quella in panchina. Prosegue volando a Tenerife come vice di Heynckes e quando il suo maestro viene chiamato dal Real Madrid Lienen fa la valigia per tornare in Germania, destinazione Hansa Rostock.

Idealmente quella valigia non la disferà mai iniziando un peregrinaggio imprevedibile per risollevare nobili decadute come l’amato Borussia Mönchengladbach e misurarsi con realtà impensabili come i rumeni dell’Oțelul Galați. In mezzo c’è un ritorno a Tenerife, un tour in Grecia tra Olympiakos, AEK Atene e Panionios e il buon ricordo lasciato a Colonia, Hannover, Monaco 1860 e Arminia Bielefeld.

Due cose balzano all’occhio: è sempre tornato dove ha giocato e ha lasciato il segno pur senza fermarsi a lungo. Il contratto col St. Pauli scade a giugno 2016 e sperano voglia onorarlo fino in fondo perché con uno così si sentono tutti più al sicuro.

Nella passata stagione ha percorso su e giù la linea laterale sbuffando come un toro, ha riempito pagine e pagine dell’inseparabile quaderno, ha riletto gli appunti e ha preso per la collottola i giocatori quando necessario. Ha insistito su un modulo capendo che il tempo per gli esperimenti era scaduto, ha responsabilizzato senatori come Daube e Gonther e ha rigenerato Lennart Thy, che è passato da oggetto del mistero a uomo-chiave. Ha corso dei rischi con la fermezza di chi non si volta indietro e non ha perso la calma nonostante le sconfitte contro Fürth e Monaco 1860 e lo scialbo pareggio contro l’Aue.

In primavera la squadra ha messo timidamente il naso fuori dalla zona calda e nello straordinario mese di maggio sono arrivate 3 vittorie nelle ultime 4 partite.

Questa è la sintesi dell’impresa salvezza e sappiate che il presente è ancora più straordinario; se un gruppo che esattamente un anno fa era allo sbando oggi si trova a sognare la Bundesliga lo deve a quest’uomo. Pochi ci avrebbero scommesso viste le cessioni estive come il cuore pulsante del centrocampo Dennis Daube, una perdita dolorosa non solo per il peso specifico messo in campo ma anche per il dna 100% braunweiss. Se a questo aggiungete la partenza di Julian Koch, martello arrivato a gennaio dal Magonza, avrete il quadro completo della situazione.

Ma Lienen anche stavolta non ha perso la calma e si è messo al tavolo col ds Thomas Meggle, bandiera del club, per cercare internamente una soluzione. Per prima cosa ha responsabilizzato Enis Alushi, trentenne kosovaro che in Germania ha trovato la pace non solo calcistica ma che viveva all’ombra dei compagni.

La seconda, del tutto inaspettata, è stata arretrare dieci metri Marc Rzatkowski che tutti pensavano avesse trovato la zona di comfort tra le linee o sull’esterno. Nonostante i soli 171 cm Lienen l’ha educato al non possesso puntando sul mancino elegante e la rapidità di gambe e di pensiero. Affidargli il timone della nave è stata una scommessa azzeccatissima perché il biondissimo (ex) fantasista è già a quota 4 assist e 3 gol.

Tra le altre cessioni importanti c’è stata anche quella di Marcel Halstenberg, terzino sinistro di assoluto valore, passato ai ricconi del Lipsia in chiusura di mercato. Il St. Pauli non ha potuto resistere all’offerta di 3 milioni di euro ma la lungimiranza di Lienen ha permesso colpi low cost come Marc Hornschuh, difensore 24enne che al Francoforte era in naftalina, e Jeremy Dudziak, classe ’95, nato nello Shalke e cresciuto alla corte di un certo Jurgen Klopp al Dortmund.

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L’altra volta vi ho consigliato di volare ad Amburgo per scoprire il quartiere di St. Pauli e la squadra più anticonformista del pianeta. Adesso vi ho raccontato qualcosa del suo allenatore e vi do un altro consiglio: se doveste incontrarlo non chiedetegli l’autografo, può darsi non ve lo faccia. Già da giovane non li firmava, infastidito dall’aurea da divo che cominciava ad avvolgere i calciatori.

L’hanno definito pacifista e comunista. Non so, probabile. Per me è semplicemente Ewald Lienen.

Articolo a cura di Sergio Sorce.

2 thoughts on “Ewald Lienen, l’uomo giusto nel posto giusto.

  1. Rimango attaccato all’HSV, per colori e miei ricordi da bambino.
    Non solo, adesso arriva l’orrore, per una certa mentalità: sono tifoso dei Rangers.
    Molti di voi continueranno a vita a definirli “fascisti”, non si sa per quale ragione, dato che non hanno mai portato simboli “di destra” ad Ibrox e soprattutto perché la Scozia e soprattutto Glasgow sono zone molto laburiste o comunque di sinistra… qualsiasi cosa tu possa cantare dentro un Old Firm match, poi vai comunque a votare, e a Glasgow si vota o laburista o SNP… e non ditemi che sono “solo quelli del Celtic”, poiché la maggioranza cittadina è Rangers.
    Voglio dire, in mezza Europa ci sono clubs che continuano a portare celtiche, svastiche, skinheads, cose dichiaratamente politiche: da noi è pieno, se pensiamo a Inter, Lazio, Verona, Roma, Reggina, Triestina e così via… non parliamo dei clubs dell’est… o la curva del Real e dell’Atletico… o il PSG, il Lilla, l’OL… eppure, chissà perché questi clubs passano per “normali”, mentre ai Rangers viene diretta ogni sorta di offesa, di continuo.
    Non si può stare a seguire le farneticazioni dei fans del Celtic solo perché “li si stima”: anche loro fanno parte dell’Old Firm, ne sono imbevuti, non possono fare “i santi”, sono i primi a canticchiare di “pulizia etnica dei protestanti”, poi però pretendono di passare per “oppressi” e “di sinistra”… sì, con le sciarpe che inneggiano a Papa Ratzinger… non l’avete mai viste? Mi dispiace, andateci in Scozia… io sono per metà scozzese, mi capirete… tutta la mia famiglia tifa Rangers, vota a sinistra, working class, c’è chi è unionista e chi è separatista, ecc… la politica in Scozia e nella UK non c’entrano una mazza, ma continuate così…

    1. Liberissimo di tifare per chi vuoi, anche per i Rangers, ci mancherebbe. Ma la tua difesa d’ufficio fa sorridere, perché la tifoseria dei Rangers (intendendo con ciò la curva) è settaria, intollerante e unionista. Invece la Green Brigade (del resto dei tifosi del Celtic ci importa il giusto, a livello politico) porta avanti istanze antirazziste e antifasciste che dalla vostra parte mai si sono viste. Poi, prima di accusarci di non parlare di tifoserie fasciste, almeno dovresti dare un’occhiata al resto del blog e alla pagina Fb, ma evidentemente ti interessava di più sparare a zero. Contento te.
      Ah, e complimenti per la splendida figura in EL!

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