L’equivoco di Javi Poves.

Il calcio professionistico è solo denaro e corruzione, è capitalismo, e il capitalismo è morte. A cosa mi serve guadagnare 1000 euro invece di 800, se so che derivano dalla sofferenza di tanta gente?

Javi Poves

Quando Javi Poves decide di ritirarsi, nell’estate del 2011, ha 24 anni: un’età in cui solitamente le carriere di tanti suoi colleghi sono appena all’inizio. La conferenza stampa attraverso la quale annuncia la propria decisione sembra un comizio della sinistra radicale più che una conversazione con dei giornalisti sportivi, infarcita com’è di proclami anticapitalisti e di accuse non solo al mondo del futbol iberico, ma alla società occidentale nella sua interezza. Il giovane diviene immediatamente “il calciatore anti-sistema”, e da semisconosciuto difensore dello Sporting Gijon si ritrova catapultato sui media globali. Il suo caso, in effetti, è una vera bomba e ha il pregio (nell’ottica di un professionista della comunicazione) di essere trasversale: la ribellione di Poves e il suo addio precocissimo a quel mondo dorato, sogno feroce di centinaia di migliaia di ragazzi di ogni nazione, interessa gli appassionati di pallone come i suoi critici più feroci, i tifosi come gli esperti di politica. Per un po’ di tempo il nome di Javi Poves diventa sinonimo stesso di rivoluzione, calcistica e non solo. Fioriscono aneddoti sul suo conto, come capita a ogni eroe che si rispetti. Il compianto Manolo Preciado, che lo ha fatto esordire in Primera, tratteggia il ritratto di un bravo ragazzo con un carattere molto particolare. Emerge come Poves abbia riconsegnato l’auto donatagli dalla società dopo la prima presenza (che resterà l’unica) nella Liga, e di come in precedenza avesse rifiutato pagamenti tramite bonifico per non ingrassare le banche. I compagni descrivono un tipo strano, uno che durante viaggi e ritiri legge cose come Il Capitale e Mein Kampf.
Entità variegate di sinistra, e in particolar modo gli Indignandos in fortissima ascesa, lo adottano e ne fanno un loro simbolo. Almeno finché Poves decide di parlare seriamente di politica. Ed è lì che nascono i primi dubbi. “Invece di Movimento 15-M e tanti discorsi, quello che bisognerebbe fare è andare nelle banche e bruciarle, tagliare teste. La fortuna di questa parte del mondo è la disgrazia del resto”. Sugli Indignati ha idee molto chiare: “È un movimento creato ad arte dai mezzi di comunicazione per canalizzare il malessere sociale e far sì che non diventi pericoloso e incontrollabile per il sistema. Il sistema capitalista vuol darsi una ripulita, non è un cambio radicale”. A luglio, dopo la rescissione del contratto, le sue idee vanno delineandosi, ma ciò che emerge è sconfortante: “Non ho un punto di vista definito. Quello che voglio è leggere molto e informarmi di tutto. Credo che lo chiamino essere anti-sistema. Il problema è essere di destra o di sinistra. Io non sono niente. Sono contro tutto questo”. Ed ecco, finalmente, il suo manifesto: ” Voglio conoscere veramente il mondo, sapere com’è. Andare in Africa. Non serve molto denaro. Sono stato in Turchia in hotel che costavano 3 euro. Non voglio prostituirmi per vivere, come il 99% della gente. Se non posso vivere una vita pulita in Spagna, lo farò in Birmania. O dovunque sia”.

Javi Poves

La montagna ha partorito il topolino. Il potenziale rivoluzionario del gesto di Poves si annacqua nel piattume anti-ideologico e confusamente iconoclasta che in Italia ben conosciamo. Fosse di Roma anziché di Madrid, Poves sarebbe un perfetto seguace di Grillo. Né destra né sinistra, poteri forti, complotti: il repertorio c’è tutto e si fa ancor più caotico col passare del tempo. Quando Quique Peinado lo contatta per il suo libro Calciatori di sinistra, si trova di fronte una persona estremamente contraddittoria. Poves risponde alle domande di Peinado in forma scritta, ma lo fa con un racconto (citando l’autore) dove figurano “aneddoti sconnessi e contorti relativi ai suoi viaggi […], il tutto scritto in un linguaggio messianico e non facile da capire. […] Poves ha espresso le proprie opinioni e i propri dubbi sugli autori degli attentai alle Torri Gemelle, sull’attentato dell’11 marzo 2004 a Madrid, sulla natura della guerra in Siria, sulla Primavera araba e persino sull’Olocausto”. Javi Poves, il rivoluzionario del calcio spagnolo, è un complottista antisemita (Israele e gli ebrei per lui sono la causa di tutti i mali del mondo) che mischia teorie strampalate. Alcune le applica a suo rischio e pericolo: fortemente contrario alle cause farmaceutiche, non si vaccina prima di andare in Africa e contrae la malaria, dalla quale guarisce – e qui è ammirevole la coerenza – senza medicine occidentali.
Dopo aver girovagato in lungo e in largo per tre anni, nel 2014 Poves torna a Madrid e riprende a giocare a pallone in Tercera, la quarta serie del calcio spagnolo, nella UD San Sebastian de los Reyes di Madrid. Esperienza che dura solo sei mesi. Ora ha un bar “bio” a Madrid, dice di ammirare Putin (secondo lui il miglior politico del mondo), afferma di non aver mai votato, ammira il rispetto della tradizione della destra e la dimensione sociale della sinistra, si dice vicino all’Islam ma non si è convertito per mancanza di tempo. L’equivoco di Javi Poves è venuto alla luce. Ma, come spesso accade, le bandiere sono difficili da ammainare. E allora l’ex difensore dello Sporting Gijon resterà per sempre il calciatore anti-sistema, anche se in realtà è solo un ragazzo più sensibile della media dei giocatori che sta ancora lottando per trovare il suo posto nel mondo.

Javi Poves

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