En Vallekas no se pasa.

Como si lo sabéis,
nosotros venimos de un barrio obrero de Madrid:
¡de la República de Valleka!
Y allí hay un equipo de fútbol humilde
Estamos con todas las aficiones… ¡Antifascistas!

Ska-p, Rayo Vallecano

In giro per il mondo esistono molte squadre di quartiere. Londra è probabilmente la città più caratterizzata in tal senso, seguita subito dopo da Buenos Aires, dove c’è addirittura un derby di quartiere di altissimo livello (Independiente-Racing, el Clasico de Avellaneda).
Ognuno di questi club ha ovviamente un legame speciale con il proprio territorio, sviluppato in anni di passione popolare e di vita quotidiana a un tiro di schioppo dagli stadi, dalle sedi sociali e dai campi di allenamento; uno solo, tuttavia, può vantare un legame politico con il quartiere e la propria tifoseria: il Rayo Vallecano.
Il Rayito, come lo chiamano i suoi hinchas, è una squadra di calcio unica al mondo. Non lo è per una scelta “filosofica”, come quella dell’Athletic di Bilbao, o per un palmarés senza eguali come quello del Real Madrid, odiato rivale cittadino. Il Rayo Vallecano è unico perché rappresenta in tutto e per tutto il quartiere di Vallecas (o Vallekas, secondo la grafia antagonista spagnola) e la gente che lo abita. Non è stato “adottato” dai reietti cittadini come nel caso del St. Pauli ed è troppo piccolo e circoscritto per essere paragonato al Celtic di Glasgow: il Rayo è il Rayo e ha una lunga storia proletaria che parla da sé.

Fondato nel 1924, sette anni più tardi si iscrisse alle neonata Federación Obrera de Fútbol, dove giocò fino alla fine della Guerra Civile. Il piccolo club di Vallekas dovette fin dall’inizio combattere una battaglia impari contro due giganti del calcio iberico che si trovavano, guarda tu la sfortuna, nella sua stessa città, il Real e l’Atlético; fino agli anni ’70 navigò tra la cadetteria e le serie minori, ma nella stagione 1976/77 non perse neanche una partita e si guadagnò la prima promozione in massima serie della propria storia.
Da quel momento la traiettoria del Rayito è stata un continuo alternarsi di salite e discese, addii e ritorni, cadute e resurrezioni. Non sono però i risultati sportivi ad avere attirato l’attenzione di simpatizzanti di mezzo mondo. Vallekas è un quartiere operaio, l’unico a Madrid nel quale il Partido Popular non è mai stato il più votato almeno in un’elezione; è un  quartiere tanto umile e poco attraente, dal punto di vista architettonico, quanto accogliente, pieno di vita e culturalmente attivo. In perfetta simbiosi con il luogo dove ha visto la luce e ha sempre “abitato”, il Rayo è umile ma mai domo (alla fine de ’70 era conosciuto come Matagigantes per la propensione a fare vittime illustri sul campo da gioco) e i suoi tifosi sono perfettamente consapevoli di dover portare sugli spalti le battaglie che combattono nella vita di tutti i giorni. Non parliamo solo degli ultras, i celebri Bukaneros: come ha scritto un illustre tifoso del Rayito, Quique Peinado (l’autore di Calciatori di sinistra), “il Rayo Vallecano rappresenta (in modo simbolico, non intendo esagerare) lo spirito rivoluzionario in un ambiente così poco rivoluzionario come quello del calcio. In concreto, da quando i Bukaneros sono emersi in curva e hanno contagiato gli altri settori dello stadio. È un fatto e contestarlo sarebbe una menzogna. Lo stadio applaude (quasi) interamente gli striscioni e i cori politici della curva, e ciò lo ha reso Vallecas un campo speciale. Il Rayo è un club politicizzato dalla sua tifoseria e non bisogna avere paura di dirlo: la Franja (altro soprannome della squadra, ndr) rappresenta orgogliosamente il quartiere; il Rayo è di sinistra”.

Nel corso degli anni non sono mancati episodi che dimostrano più di molte parole il legame speciale tra la squadra e Vallekas. Il 29 settembre del 2010 il club decise di partecipare allo sciopero generale indetto da Comisiones Obreras e Unión General de Trabajadores contro la riforma del lavoro del governo Zapatero, unica società spagnola a prendere tale decisione: i campi di allenamento rimasero chiusi, così come la sede sociale e il negozio ufficiale allo stadio, in segno di solidarietà con gli operai del luogo. Il giorno dopo i Bukaneros poterono commentare con soddisfazione che gesti del genere rendevano il Rayo un vero orgoglio per la classe operaia.
Quattro anni più tardi, il tecnico Paco Jémez si fece portavoce della campagna di solidarietà in favore di un’arzilla tifosa di 85 anni, Carmen Martínez Ayuso, che aveva perso la casa in cui viveva da 50 anni (concesso come garanzia per un prestito che il figlio, purtroppo, non era riuscito a restituire). Le donazioni di giocatori, membri dello staff tecnico e tifosi, sommate ai 5€ devoluti dal club per ogni biglietto venduto della partita tra Rayo e Siviglia del 7 dicembre 2014, fecero sì che la signora Martínez Ayuso ricevesse un assegno di più di 20.000 euro il 23 gennaio del 2015. Ma non finì qui: Carmen mostrò subito dopo di che pasta sono fatti i tifosi del Rayo donando metà della cifra ai figli di Wilfred Agbonavbare (storico portiere del club, gravemente malato e in difficili condizioni economiche) perché potessero venire a trovarlo dalla Nigeria prima che fosse troppo tardi. Purtroppo “Willy” morì il 27 gennaio senza che i figli fossero riusciti ad arrivare in tempo, ma il gesto della donna (e, di riflesso, di tutta la hinchada rayista) rimase.

Recentemente si è tornati a parlare del club di Vallekas in relazione al mancato tesseramento di Roman Zozulya. Quest’ultimo, calciatore ucraino in forza al Betis, è stato ceduto in prestito al Rayo durante il mercato di gennaio, ma è stato costretto a fare immediatamente le valigie e a tornarsene a Siviglia dopo la vibrante protesta dell’intero quartiere. Il motivo? Le simpatie tutt’altro che velate di Zozulya per i neonazisti del battaglione Azov, per gli ultras di estrema destra del Dnipro (sua ex squadra) e per varie icone del fascismo ucraino. Al grido di “Zozulya Not Welcome” i Bukaneros, seguiti come sempre dalla grandissima maggioranza della tifoseria cosiddetta normale, hanno detto No all’acquisto del giocatore, motivando con un ampio e documentato reportage la loro presa di posizione dopo che i media avevano sostenuto che il rifiuto fosse dettato da un fraintendimento sul simbolo della maglietta indossata dal giocatore al suo arrivo in Spagna; maglietta che raffigurava il tridente dell’Ucraina in forma astratta, interpretato erroneamente da qualcuno come emblema neofascista. I tifosi hanno chiarito che la t-shirt era l’ultimo dei loro problemi, invitando giornali e tv a soffermarsi sulle prove della vicinanza di Zozulya all’Azov: fatica sprecata, ovviamente. Loro però hanno la coscienza pulita, al contrario dei vari pennivendoli che per un paio di settimane si sono arrampicati sugli specchi per far passare Vallekas come un covo di idioti intolleranti. La verità, in ogni caso, è a disposizione di chi vuol vederla. E ancora una volta il Rayo ha tenuto fede alla sua storia: pequeño en lo deportivo, grande en sus valores, que viva el Rayo de la clase obrera!

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