È cresciuto troppo in fretta questo nostro amor.

«Gay in nazionale? Problemi loro»
Antonio Cassano

«Meglio essere appassionato di belle ragazze che gay»
Silvio Berlusconi

«Non esistono gay nel calcio»
Marcello Lippi

«I gay nel calcio non ci sono, se ne avessi scoperto uno l’avrei venduto»
Luciano Moggi

«Meglio non fare coming out»
Damiano Tommasi

Fu il giorno in cui alzarono la coppa – una coppa che non sapeva di niente eppure sapeva di tutto – che successe il fattaccio.

Uno era alto e abbastanza scafato, aveva giocato in uno dei club migliori del mondo ed era arrivato in Italia con la fama di essere un centrocampista di spessore, e lo aveva pure dimostrato nella sua prima stagione in Serie A. L’altro era un ragazzetto, dalla faccia ancora troppo pulita per giocare in nazionale ma del quale si parlava un gran bene: lo avevano scoperto su un Coppa Mitropa Cupcampetto di periferia e avevano lodato il suo dinamismo e il suo senso della posizione, si diceva addirittura che le grandi avessero posato gli occhi su di lui.

Erano due centrocampisti come tanti, due colleghi che si trovarono un pomeriggio di primavera ad alzare una coppa come tante, una coppa anonima ma dal sapore speciale. Quello alto e scafato aveva addirittura segnato un gol decisivo per andare ai supplementari, dove la sua squadra aveva preso gioco partita e incontro. L’altro, quello giovane, era stato lasciato fuori dal baffuto e provinciale allenatore, ma ovviamente aveva scelto di partecipare alla festa nel dopo-partita.

I tifosi allo stadio, rifatto da qualche anno per via del grande evento che tutta Italia aspettava, erano davvero pochi e quindi la cerimonia di rito durò giusto il tempo di sollevare la coppa al cielo e salutare i fan in curva, prima di andare a festeggiare con i compagni a cena e poi chissà. Fu proprio a cena che i due centrocampisti si sedettero accanto, divisi solo dalla sempre meno spessa barriera linguistica, ma uniti dal ruolo e da un’amicizia abbastanza forte. Quella sera però a renderli più socievoli l’uno con l’altro furono le bottiglie di vino e di spumante, versate nell’incavo del trofeo appena conquistato e sul cui bordo tutti i giocatori avevano appoggiato le labbra.

Quello alto e scafato però aveva cercato con lo sguardo il punto in cui il giovane collega aveva messo la bocca e poi, giunto il suo turno, lo aveva ricalcato succhiando voluttuosamente lo spumante che gocciolava. Il giovane lo aveva fissato per tutta la durata del gesto, immobile in un senso di stupore e di inaspettata libidine. Quello alto e scafato passò la coppa piena di spumante al vecchissimo brasiliano di fianco a lui e cinse con un braccio intorno alle spalle l’amico centrocampista, ma con la mano iniziò a scendere lentamente mentre gli sguardi si incrociarono e l’aria si fece di fuoco. Forse fu lSigaretta fumoalcol, forse la troppa amicizia, ma il braccio di quello alto e scafato – mentre tutto intorno la festa degenerava e i cori contro la rivale cittadina si facevano sempre più assordanti – si posò sulla natica destra del giovane, tastandola a dovere. Non poterono andare oltre perché in quella stanza c’erano troppi compagni, troppa gente, quindi quello alto e scafato tolse momentaneamente il disturbo e prese una sigaretta imboccando l’uscita di sicurezza.

Nessuno si curò di lui, fuorché il giovane collega, che lasciò passare secondi – secondi che parevano ore – prima di raggiungerlo con l’aria di essersi dimenticato qualcosa, come se in quel momento uno si potesse dimenticare qualcosa.

Il marasma generale parve non considerarli. Il giovane uscì ma non trovò il compagno, lo chiamò nel buio umido della notte e vide la brace della sigaretta qualche metro più in là. Si avvicinò all’amico e gli si parò d’innanzi, immobile ma non del tutto. Quello alto e scafato gettò la sigaretta e piegò leggermente la testa socchiudendo gli occhi, passò la mano intorno alla nuca e ai capelli corti e mossi del compagno e iniziò a carezzarla. Le sue labbra si posarono su quelle del giovane e la sua lingua andò a cercare il contatto con quella del compagno, che, dapprima intirizzito, si lasciò quasi subito trasportare dalla passione e ricambiò il bacio più bello della sua vita.

Gay mano nella manoFu la prima e l’ultima volta, anche se durò circa un’ora, fino a quando uno dei dirigenti non li scoprì. Bestemmiò forte, lasciando trasparire le sue origini toscane che sembravano nascoste. Era un dirigente vecchio stampo, di quelli che vogliono vincere sempre a tutti i costi, una persona comune in Italia: e come molti suoi omologhi detestava che due uomini – due compagni di squadra, per giunta! – potessero baciarsi con quella passione, come due innamorati, roba da pazzi.

Fu l’ultima serata che i due centrocampisti passarono assieme. Il giovane venne ceduto e non ebbe mai un buon rapporto con le squadre del dirigente vecchio stampo; quello alto e scafato tornò in patria ma non dimenticò mai quel bacio in una notte di primavera, quando vincere un trofeo poteva pure passare in secondo piano.

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