Cile-URSS 1973, c’è chi non saluta.

Un’ignobile pantomima. Una partita che, di fatto, non è mai andata in scena, con un compiacente arbitro che fischiò il calcio d’inizio e undici giocatori, loro invece riluttanti, a far pascolare il pallone sul prato dello stadio contro un avversario fantasma, rimasto a casa per protesta. Cile-Unione Sovietica, spareggio per accedere ai Mondiali del 1974, è una delle più brutte pagine della storia del calcio. Ma che, come in una fiaba tradizionale, ebbe un eroe contrapposto al cattivo di turno.

La sfida, che prevede un turno di andata ed uno di ritorno nei rispettivi Paesi, impone una preparazione quasi maniacale: il commissario tecnico dei sudamericani Luis Álamos pianifica un calendario di amichevoli in Guatemala, El Salvador e Messico prima di viaggiare alla volta dell’Europa.

La partenza della spedizione viene fissata per l’11 settembre 1973: i giocatori devono radunarsi al campo di allenamento “Juan Pinto Durán” per sbrigare le ultime pratiche. Una volta arrivati, tuttavia, il commissario tecnico non ordina loro di spogliarsi e andare a correre: nello stupore generale, li esorta a tornare a casa. “Io dovevo rientrare in albergo e nel corso del tragitto alcuni militari mi fermarono una decina di volte”, rimembrerà Eduardo Herrera, terzino sinistro dei Wanderers di Valparaíso. “Mi salvai dall’arresto solo perché portavo appresso la borsa con la scritta ‘Nazionale cilena di calcio’…”

Caccia Hawker Hunter di fabbricazione britannica squarciano il cielo di Santiago e virano minacciosamente verso il Palazzo della Moneda, sede della presidenza della Repubblica, dove sta già marciando l’esercito. Il presidente Salvador Allende, socialista liberamente votato alle consultazioni elettorali del 1970, muore in circostanze mai chiarite. Controverso rimane anche il coinvolgimento degli Stati Uniti e della CIA, che mal digerivano il programma di nazionalizzazione di alcuni settori dell’industria cilena, nell’attuazione del golpe. Non vi sono dubbi, invece, sulla direzione che prenderà la storia: la sanguinosa dittatura militare di Augusto Pinochet, da poco subentrato a Carlos Prats alla guida dell’esercito, è appena iniziata.

L’ascesa al potere del generale non ha ripercussioni soltanto sulla politica nazionale: l’incontro di andata a Mosca, in un paese oramai divenuto nemico dopo anni di rapporti cordiali, è a rischio. I buoni uffici del dottor Jacobo Helo, medico della nazionale e del generale dell’aeronautica Gustavo Leigh, inducono gli uomini di Pinochet ad acconsentire alla trasferta in terra sovietica: nutrono la convinzione che lo spareggio contribuirà a ripulire l’immagine del Governo militare agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. I risultati sembrano suffragare la tesi: nel gelo del Lužniki il Cile, aiutato secondo l’inviato Hugo Gasc dalla direzione di gara del brasiliano Armando Marques, un “anticomunista rabbioso”, esce indenne dal monumentale impianto moscovita. Finisce 0-0

Nel frattempo lo stadio nazionale di Santiago del Cile, da luogo dedicato allo sport più popolare del mondo, è diventato un campo di concentramento a cielo aperto. Gli spalti si trasformano in prigioni, negli spogliatoi si consumano le fucilazioni, i sotterranei vengono usati come camere di tortura. Gregorio Mena Barrales, all’epoca governatore socialista di Puente Alto, è sopravvissuto a quegli abomini. “Ogni giorno rilasciavano 20-50 detenuti dopo averli chiamati ad alta voce: dovevano firmare un documento in cui dichiaravano di non essere stati maltrattati, sebbene molti recassero evidenti i segni delle violenze subite”, rivelerà poi.

L’eco della triste riconversione dell’Estádio Nacional solca gli oceani: i sovietici si rifiutano di giocare in uno stadio pieno di prigionieri politici. Affiancati dalla Germania Est e dai paesi alleati in Asia e Africa, chiedono di far disputare il match di ritorno in campo neutro e ordinano alla FIFA verifiche all’interno dell’impianto.

Il 24 ottobre il brasiliano Abilio D’Almeida e lo svizzero Helmuth Kaeser, vicepresidente e segretario generale del massimo organo calcistico mondiale, giungono a Santiago e visitano lo stadio: il manto erboso è in ottime condizioni, le orde di dissidenti sembrano frutto di un’invenzione dei sovietici. Che si proceda pure con la partita.

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I due ispettori della FIFA indicono una conferenza stampa assieme all’ammiraglio Patricio Carvajal, ministro della difesa, per svelare i contenuti della loro relazione: “Quello che riferiremo alle nostre autorità sarà il riflesso di quello che abbiamo visto: totale tranquillità.” D’Almeida infioretta il suo discorso: “Non preoccupatevi per la campagna mediatica contro il Cile: al Brasile è successa la stessa cosa, passerà in fretta.”

Sui due funzionari FIFA aleggia l’accusa di connivenza con il regime di Pinochet. Eppure, qualche anno dopo, l’allora presidente della federcalcio cilena Francisco Fluxá quasi li scagionerà: “Successivamente venimmo a sapere che molti detenuti erano stati sbattuti in alcuni anfratti dello stadio allo scopo di occultarli. Ritengo, oggi, che non fu un comportamento etico negare la presenza di prigionieri nell’Estádio Nacional. E ammetto che furono commessi altri atti moralmente discutibili. Ma in quel momento il nostro unico pensiero era qualificarci per i Mondiali.”

Ormai le relazioni diplomatiche tra Cile e URSS sono compromesse: il 27 ottobre a Sir Stanley Rous, presidente della FIFA, giunge un telegramma da Mosca che ha tutti i crismi di un ultimatum:

Risaputo che a causa di sollevazione fascista deposto governo legale unità nazionale ora in Cile rivela atmosfera sanguinaria terrorismo e repressioni VIRGOLA

Stadio nazionale pensato come sede partita trasformato da giunta militare in campo di concentramento luogo di esecuzioni di patrioti cileni STOP

Sportivi sovietici non possono al momento giocare nello stadio macchiato di sangue di patrioti cileni STOP

Anche la Repubblica Democratica Tedesca alza la voce e domanda provocatoriamente a Sir Rous se contemplerebbe l’idea di far disputare una partita a Dachau. La FIFA, dal canto suo, si appella all’Articolo 22 del proprio statuto: ‘Se una squadra non si presenta a un incontro, salvo in caso di forze maggiori e con l’assenso del comitato organizzatore, andrà considerata come sconfitta’. E così sia: Cile 2, URSS 0.

Santiago del Cile, 26 novembre 1973: gli uomini da Luis Álamos vengono invitati dalla Federcalcio nazionale a presentarsi allo stadio, sebbene la notte prima siano stati avvisati che i sovietici sono rimasti a Mosca. La vittoria a tavolino qualifica di diritto il Cile ai prossimi Mondiali, mettere piede dentro l’Estádio Nacional è un’assurdità. Per i giocatori, non per gli uomini del generale Pinochet.

carlos-caszelyI militari hanno approfittato dell’occasione per assemblare sugli spalti migliaia di tifosi che assistono ad una delle più grandi farse dello sport: la nazionale cilena scende in campo contro un avversario fantasma, con l’arbitro Rafael Hormazábal che si presta alla messinscena, pronto a dare il fischio d’inizio ad un’assurda contesa. Dopo aver danzato tra i piedi di nove diversi giocatori, il pallone finisce a Carlos Caszely, popolare attaccante del Levante che alle elezioni del marzo 1973 ha appoggiato la deputata Gladys Marín e il senatore Volodia Teitelboim del Partido Comunista e che sostiene Allende: “Aveva i suoi difetti, come tutti, però era una brava persona che voleva fare del Cile un grande paese”, disse in un’intervista.

I tifosi del Colo Colo lo hanno ribattezzato El Rey del Metro Cuadrado per la sua abilità nel destreggiarsi in un fazzoletto di campo, ma c’è chi l’ha soprannominato pure El Gerente perché affermò che “in una fabbrica esistono degli operai che eseguono il lavoro ma hanno un dirigente che ci mette la firma: nel calcio la firma è il gol”. Per Caszely è impossibile cancellare dalla mente quella giornata: “Una tristezza. I familiari dei desaparecidos si avvicinavano e mi chiedevano di verificare se dentro lo stadio ci fossero i loro cari.”

Deciso a calciarlo in fallo laterale per non prestarsi alla messinscena, Caszely all’ultimo istante cede il pallone al capitano Francisco El Chamaco Valdés, figlio di operai e militante di sinistra, incaricato di depositare la sfera nella porta sguarnita. Per il regime di Pinochet è un successo ottenuto ai danni del nemico comunista: il Cile vince con una rete di scarto una partita mai giocata ma che la FIFA convalida come se i sovietici, multati di mille dollari, fossero davvero scesi in campo.

I giocatori sono successivamente ricevuti da Pinochet nel palazzo Diego Portales poco prima della partenza per la Germania Ovest: tutti gli tendono la mano e accolgono le sue parole di incitamento. Tutti tranne uno: Carlos Caszely. “Avevo paura, ma era esattamente quello che dovevo fare.” Leggenda vuole che l’attaccante del Levante abbia lasciato il generale con il braccio teso nel vuoto, anche se pare che il giocatore si sia limitato a negargli il saluto. Un gesto che lo farà diventare vittima di un certo ostracismo. “Me lo trovai di fronte svariate volte nel corso della carriera e solo una volta lo salutai.”

Berlino Ovest, 14 giugno 1974. Il Cile esordisce ai Mondiali contro la potente nazionale ospitante, allenata da Helmut Schön: i tedeschi rompono gli indugi con una staffilata di Breitner, il terzino sinistro maoista, e mantengono l’esiguo ma prezioso vantaggio sino alla fine. Non è una giornata memorabile per Caszely: tenta di scalciare il difensore avversario Vogts e si fa espellere, divenendo così il primo calciatore nella storia dei Mondiali a vedersi sventolare il cartellino rosso. La stampa cilena gli vomita addosso le peggiori accuse: lo schernisce parlando di “espulsione per mancato rispetto dei diritti umani”, e insinua di essersi fatto cacciare di proposito per saltare la sfida successiva, quella con la Germania Est, per motivi politici.

La Roja pareggia 1-1 contro i tedeschi che vivono al di là del muro e chiude la propria avventura con uno scialbo 0-0 contro la modesta Australia. L’uscita di scena è tanto immediata quanto ingloriosa, il rosso della maglia rievoca il sangue di cui il regime si è macchiato.

Per anni quella stessa divisa rimane interdetta a Caszely a causa della sua avversione a Pinochet: viene richiamato per la Copa América del 1979 e poi contribuisce alla qualificazione per i Mondialichile-vs-urss-1973-cara-negra-del-futbol-L-W1buGE di Spagna del 1982. Qui fallisce un rigore contro l’Austria: la stampa cilena, ancora una volta, gli rinfaccia di averlo fatto intenzionalmente a causa delle sue simpatie socialiste. Caszely chiude la sua esperienza in nazionale con 49 presenze e 29 reti: è il terzo miglior marcatore di sempre dopo Marcelo Salas e Iván Zamorano. Nel 1985 si ritira dall’attività agonistica: la sua ultima partita, giocata il 12 ottobre in uno stadio nazionale pavesato di vessilli della Juventud Comunista e di altre forze di sinistra, si chiude tra incidenti e momenti di tensione.

Caszely ha ormai deciso di uscire allo scoperto: ha pubblicamente invitato a votare No a un referendum del 1980 che ratificava la Costituzione scritta e voluta dai generali, accusa certi organi d’informazione di trasmettere un’immagine distorta della sua figura a mero scopo propagandistico, invoca la cacciata di Pinochet. E poi fa firmare la maglietta della nazionale ad alcuni compagni di squadra per inviarla come omaggio al gruppo musicale degli Inti Illimani, esiliati dal Cile.

Ma la presa di posizione che gli garantisce un posto nella storia, e non più per meriti solamente sportivi, arriva nel 1988: le norme transitorie della Costituzione hanno portato all’indizione di un referendum per votare un nuovo mandato presidenziale della durata di otto anni. Durante un programma televisivo, una signora sconosciuta di nome Olga Garrido narra davanti ad una telecamera i torti subiti in seguito al colpo di stato. “Fui sequestrata, torturata e vessata”, racconta prima di esortare gli elettori a votare No. Improvvisamente, nel campo visivo della telecamera fa irruzione, quasi fosse l’area di rigore, il baffuto Caszely. Che svela il motivo della sua apparizione: “Questa graziosa signora è mia madre.”

La sua popolarità, specie tra i cileni che hanno vissuto gli orrori del regime, contribuisce alla sorprendente vittoria del fronte del No: la Costituzione, adesso, prevede libere elezioni per l’anno successivo. Alle urne si volta pagina, trionfa il candidato di centrosinistra Patricio Aylwin. Pinochet, tuttavia, rimane a capo dell’esercito fino al 1998, divenendo in seguito senatore a vita con il beneficio dell’immunità parlamentare e ricevendo una speciale benedizione da papa Giovanni Paolo II. Muore il 10 dicembre 2006, dopo 17 anni di dittatura, 30mila vittime sulla coscienza e nemmeno un giorno trascorso in un carcere.

Dopo aver declinato nel 1997 la candidatura per il Partido Por la Democracia, Caszely si dedica ad un nuovo ruolo, quello di commentatore sportivo: ormai si definisce un disincantato della politica. “Le dittature, tanto di destra come di sinistra, non mi sono mai andate a genio. Purtroppo – saranno circa il 10% della popolazione – ci sono persone a cui piacciono, i dittatori. Nel luglio del 1973 mi resi conto che era meglio cambiar aria: si capiva che in qualsiasi momento sarebbe potuto verificarsi un golpe militare come successe l’11 settembre dello stesso anno. Il Cile di allora era un paese triste, silenzioso, senza sorrisi. Man mano che il tempo passa posso ritenermi orgoglioso di aver fatto sì che il mio paese tornasse alla democrazia: dovevamo uscire dall’oscurità, era un No a molti anni di orrori. Nella nazionale non si parlava di questo, tuttavia sapevamo che molti cittadini sparivano nel nulla, che venivano applicate torture e che le violazioni dei diritti umani erano abituali nel nostro paese.”

Quelle stesse violazioni che rinfacciò a Pinochet, il generale che Caszely non salutò mai.

 

Articolo a cura di Simone Pierotti.

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