Il colonialismo culturale nel calcio moderno.

Parigi, Esposizione coloniale internazionale del 1931. Non sono più i tempi degli zoo umani, vere e proprie collezioni di esseri umani “esotici” tenuti in gabbia ed esibiti come fossero bestie; l’expo propone infatti un’enorme serie di padiglioni dove vengono mostrati edifici tipici, costumi, mestieri e abilità artistiche delle donne e degli uomini che compongono il vastissimo impero coloniale francese (e non solo). Un passo avanti rispetto all’equazione indigeno=animale che ha imperato nell’800 e nel primo ‘900, ma di certo i colonizzati vengono ancora visti come corpi estranei, selvaggi che l’opera evangelizzatrice ha contribuito a rendere più civili, forse, ma di certo non meno inferiori. Nel padiglione della Nuova Caledonia c’è un uomo. Uno di quelli invitati dai padroni francesi (quanto gentilmente è impossibile dirlo) a mostrare agli europei come vivono i kanaki. Suo nipote, 67 anni dopo, diverrà campione del Mondo e d’Europa con la maglia della nazionale di calcio francese: parliamo di Christian Karembeu.

karembeu

Karembeu è uno degli esempi migliori del colonialismo culturale che tuttora impera nel calcio mondiale. Anche se suo nonno, a differenza di quanto scritto in numerosi siti, non venne mai chiuso in gabbia per essere esposto come un animale, quanto accadutogli rappresentava un retaggio difficile da dimenticare per il giovane Christian. Eppure, nonostante quell’avvenimento, il calciatore Karembeu non ebbe difficoltà ad accettare la chiamata della nazionale francese e a difendere per 53 volte i colori del Paese che conquistò la propria terra, schiavizzò i propri avi e tuttora controlla la Nuova Caledonia (Kanay, in lingua kanak) come Collettività d’Oltremare, nonostante una lunga lotta indipendentista e socialista. Rifletteteci un attimo: al posto di Karembeu, voi avreste giocato per gli oppressori delle vostre isole? Avreste lottato e sputato sangue per chi ebbe la bella pensata di trattare vostro nonno come uno di quei personaggi dei presepi animati, una figurina da mostrare come un bel soprammobile?
Karembeu non è stato l’unico, tutt’altro. Ogni nazione con un passato coloniale alle spalle si è trovata e si trova a contare su un bacino più o meno grande di giocatori di altri Paesi dal quale attingere per le proprie rappresentative, calcistiche e non solo. Tempo fa scrivemmo su questo sito dell’assurdo caso del Suriname, terra incredibilmente ricca di giocatori fortissimi ma divenuta un mero vivaio per la squadra dei Paesi Bassi. Gli esempi possibili sono molti di più. Prendiamo il Portogallo: può sembrare un paradosso, ma il più grande giocatore lusitano di sempre non era portoghese. Eusébio da Silva Ferreia era nato a Maputo, allora Lourenço Marques, capitale della colonia del Mozambico. Nel suo meraviglioso Splendori e miserie del gioco del calcio, Eduardo Galeano lo scrive chiaramente: “Fu un africano del Mozambico il miglior giocatore di tutta la storia del Portogallo: Eusébio, gambe lunghe, braccia cadenti, sguardo triste”.

colonialismo

Quando Eusébio iniziò a giocare il Mozambico era ancora una colonia a tutti gli effetti (ottenne l’indipendenza solo nel 1975), tuttavia ci è sempre sembrato parecchio peloso il tentativo, riuscito, di farne un’icona del Portogallo non solo calcistico. Tentativo al quale lo stesso giocatore non si sottrasse mai in vita. Tuttavia, se nel caso di Eusébio questo “colonialismo culturale” può trovare una giustificazione nel fatto che egli nacque e visse molti anni come un portoghese forzato, cosa dire della squadra campione d’Europa agli ultimi Europei francesi? Il giocatore più rappresentativo della selezione dopo Cristiano Ronaldo, Nani, è nato a Praia, la capitale di Capo Verde; William Carvalho è angolano di Luanda, mentre l’autore del gol vittoria nella finale con la Francia, Éder, è originario di Bissau (Guinea-Bissau) come Danilo Pereira. Passi per gli altri giocatori nati in Portogallo benché di origine “coloniale” (Eliseu, Renato Sanches, Quaresma), ma è possibile che nessuno di questi quattro abbia mai provato il desiderio di difendere la maglia della propria terra? E che dire dei loro avversari nella finale di Euro 2016? I galletti avevano in rosa il senegalese Evra, il camerunese Umtiti e il congolese Mandanda, senza dimenticare i giocatori nati in Francia ma di origine africana: i maliani Kantè e Sissoko, il congolese Mangala, il marocchino Rami, il senegalese Sagna, l’angolano Matuidi e il guineano Paul Pogba, i cui fratelli maggiori Florentin e Mathias hanno scelto di rappresentare la loro nazionale di origine.

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Florentin Pogba con la maglia della Guinea.

Questo fenomeno, a ben guardare, non riguarda però solo ex colonie africane o asiatiche. Chi segue Minuto Settantotto sa della nostra passione per Euskal Herria. Ebbene, come abbiamo già avuto modo di raccontare in un vecchio pezzo, solo un giocatore basco dopo la morte di Franco (prima era impossibile farlo) si è rifiutato di indossare la camiseta roja della Spagna: Inaxio Kortabarria, capitano della Real Sociedad e indipendentista basco. Dopo di lui? Il vuoto. Non un diniego, non una presa di posizione, se si eccettua quella di Mikel Aranburu (altro capitano della Real Sociedad) che non si presentò mai ai raduni dell’under 21 e non venne chiamato nella nazionale maggiore. Eppure, quando si gioca la partita annuale dell’Euskal Selekzioa, tutti i giocatori sono felici di partecipare: possibile che neppure uno dei tanti convocati di questi anni abbia anteposto le proprie convinzioni alla possibilità di partecipare a tornei internazionali? Sembra incredibile, ma quando un indipendentista convinto come Javier Clemente accetta la panchina della Spagna e crea una squadra dall’ossatura basca senza fare una piega (si parla della metà degli anni ’90), è il segno che qualcosa non quadra. Stesso discorso per i catalani: gente come Piqué, Xavi e Puyol, dichiaratamente a favore dell’indipendenza, ha contribuito senza problemi ai recenti trionfi della nazionale spagnola. Solo Oleguer ha avuto la dignità e il coraggio di dire no. Gli altri si sono trincerati dietro frasi di circostanza e consolati con i trofei vinti. Viene quasi da dare ragione al detestabile Sergio Ramos, che rimproverò Piqué per l’uso del catalano durante una conferenza stampa della Roja: “se vuoi parlare catalano gioca con la Catalunya” il senso della protesta del madridista, che in effetti andò a rilevare una certa incoerenza da parte di alcuni compagni.

Piqué

La prospettiva di partecipare alle principali competizioni per nazionali, magari con discrete possibilità di cogliere un successo, rappresenta indubbiamente un incentivo pesante quando si tratta di decidere tra la nazionale di origine e quella di adozione. Nessuno potrebbe sostenere in modo serio che difendere la maglia dell’Algeria, dell’Angola o del Suriname presenti vantaggi superiori al giocare per la Francia, il Portogallo o i Paesi Bassi, e a “mal pensare” si potrebbe aggiungere che chi sceglie una selezione meno prestigiosa lo fa consapevole di non avere abbastanza talento per puntare più in alto. Non è però una semplice questione di pro e contro sportivi. È la mentalità stessa dei giovani calciatori a dover cambiare nel profondo, rimuovendo l’idea che l’Europa, l’Occidente e il turbocapitalismo che ne caratterizza ogni aspetto siano l’unico Eden al quale aspirare. Finché i bambini di Luanda, Praia e Nouméa sogneranno non solo il calcio dei ricchi, ma anche le maglie delle nazioni che hanno ridotti i loro Paesi nello stato in cui versano, difficilmente potranno avere libertà di scelta. Forse un giorno il richiamo del sangue e la voglia di riscatto porteranno meno Nani e più Mantorras, l’asso del Benfica che a 19 anni scelse l’Angola e non il Portogallo. La sua carriera venne compromessa da alcuni gravissimi infortuni nei primi anni del nuovo millennio, ma l’attaccante africano si tolse comunque la soddisfazione di partecipare al Campionato Mondiale del 2006 con la maglia delle Antilopi Nere.
La strada è ancora lunga. Ma per il progresso del calcio e della società non possiamo non augurarci che, in futuro, un numero sempre più alto di giocatori delle ex colonie faccia sua questa frase di Thomas Sankara, uno dei più grandi esseri umani di sempre:

Per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità.

3 thoughts on “Il colonialismo culturale nel calcio moderno.

  1. Il bello è che leggendo questo articolo volevo commentare dicendo “andate a vedervi i discorsi di Thomas Sankara”, ma l’aver trovato la citazione dell’Africano più grande per me al pari di Mandela alla fine del pezzo è stata una soddisfazione immensa. Fa piacere ogni tanto vedere gente imformata e che da importanza a queste cause non da poco. Fanculo l’imperialismo e viva l’orgoglio per la propria terra, qualunque essa sia

  2. I fratellastri Boateng: Jerome nazionale tedesco, Kevin Prince gioca con il Ghana. Credo che si siano incontrati anche da avversari nei mondiali 2014.

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