Blackburn Olympic, gli operai che cambiarono la storia.

Si è soliti dire che il calcio sia nato in una data precisa, il 26 ottobre del 1863, quando i rappresentanti di dodici club diedero vita alla Football Association in una taverna di Londra. Ed è vero, la storia è andata proprio così. Ma se per nascita del calcio si intende la sua trasformazione in un fenomeno popolare, per le masse, ecco che bisogna spostarci in avanti di quasi vent’anni: siamo nel 1883 e, anche se siamo sempre nella capitale, i protagonisti della nostra storia hanno un forte accento del nord. Sono uomini giunti in città dal Lancashire, da Blackburn per l’esattezza, e sono una presenza piuttosto insolita nel Kennington Oval, l’impianto di gioco destinato ad ospitare l’annuale finale di FA Cup. Stanchi per il lungo viaggio e per le birre consumate fin dalle prime luci dell’alba, questi rappresentanti della working class sono venuti fino a Londra per tifare i propri beniamini, i giocatori del Blackburn Olympic, squadra nata quasi cinque anni prima e arrivata clamorosamente a giocarsi la finale. I londinesi, borghesi, li guardano con un certo disprezzo: fino a pochi anni prima, era persino inimmaginabile che “certa gente” potesse entrare allo stadio, figuriamoci farlo per due anni di seguito.

Blackburn Olympic

Già, perché nel 1882 era stata un’altra squadra di Blackburn, i Rovers, a tentare di cambiare una storia che era sembrata immutabile fin dalla prima edizione della FA Cup: la coppa era sempre, immancabilmente, finita nelle mani delle rappresentative scolastiche di Londra, i famosi Old Boys di facoltà come Harrow, Oxford, Eton. Arrivati in finale sulle ali dell’entusiasmo, i Rovers erano stati distrutti più fisicamente e moralmente che nel punteggio (1-0) dagli esperti Old Etonians, gli old boys di Eton guidati dal più grande giocatore dell’epoca, Arthur Fitzgerald Kinnaird, muscolare quanto tecnico giocatore a tutto campo che nel 1883, contro l’Olympic, avrebbe giocato la nona finale in carriera. Il rosso e nobile scozzese torreggiava in una squadra come da tradizione composta dai ricchi rampolli delle più nobili famiglie del Regno Unito, e osservando questi straordinari atleti e gli avversari, un gruppo di operai del nord di gran lunga più bassi e gracili, il pubblico ebbe l’impressione di stare per assistere a una sfida tra nani e giganti. Nel ruolo di centromediano, lo stesso ricoperto da Kinnaird, l’Olympic avrebbe schierato l’unico giocatore che fisicamente sembrava potersi scontrare contro i robusti avversari: il suo nome era Jack Hunter, non vantava gli allori e la fama del nobile rivale ma aveva una qualità importantissima. Sapeva prevedere il futuro.

Difensore e mediano che in passato era arrivato anche a vestire la maglia dell’Inghilterra, Hunter non era propriamente uno stinco di santo: in un’epoca in cui era proibito ai calciatori percepire qualcosa di più di un semplice rimborso spese, pena la squalifica, aveva organizzato una geniale iniziativa per racimolare soldi con la sua abilità. Uno dei migliori calciatori di Sheffield, aveva convinto alcuni talentuosi colleghi ad organizzare uno spettacolo, una finta nazionale Zulu nota con il poco fantasioso nome di The Zulus che, presentandosi sul campo con tanto di scudi e zagaglie, sfidava sul campo gli stessi inglesi con cui erano in guerra nella lontana Africa. Si trattava chiaramente di un’allegoria, ed erano stati gli stessi protagonisti a svelarlo al termine della prima sfida, vinta per 5-4: l’intento, avevano detto Hunter e compagni, era però genuino, raccogliere cioè fondi da destinare ai soldati al fronte o alle famiglie che avevano perso qualcuno in guerra. Il tour dei The Zulus era andato avanti un paio d’anni, fino a quando gli imbattuti “falsi africani” erano stati fermati da un commissario della Football Association che aveva scoperto che, invece di finire alle povere vittime della guerra, i soldi degli incassi venivano divisi tra gli stessi giocatori. Hunter e soci avevano evitato la squalifica per un soffio, ma una volta sciolta la squadra, il proprio nome macchiato da un atto tanto deprecabile quanto il voler far soldi con il calcio, al buon Jack non era rimasto altro da fare che cercare miglior fortuna fuori città.

Non sapremo mai come Hunter incontrò Sidney Yates, ricco proprietario di una fonderia locale che da poco aveva preso a cuore le sorti di un club nato a Blackburn tramite la fusione di due piccole rappresentative cittadine. L’Olympic stentava a imporsi anche a livello cittadino, e Yates cercava un uomo capace di dare una svolta. Hunter, forse per soldi o forse perché certo di avere ancora qualcosa da dare al calcio, aveva accettato la sfida. La prima mossa era stata quella di portare la squadra in tour in Scozia, perché erano gli scozzesi i profeti del calcio del futuro. Jack li conosceva bene, dato che quando aveva giocato per l’Inghilterra se li era trovati diverse volte come avversari, rimediando sonore batoste. L’Olympic era tornata dalle Highlands con numerose sconfitte sul groppone ma con una nuova consapevolezza, quella di giocare alla maniera degli scozzesi: numerosi passaggi corti, improvvise accelerazioni sulle fasce, fisicità e ordine. Il secondo passo fu quello di allenare i giocatori: vero è che Yates aveva trovato lavoro in città ai migliori footballers di cui era venuto a conoscenza, ma si trattava pur sempre di veri e propri operai, uomini che mai avrebbero avuto i mezzi per fare le laute mangiate o il tempo per compiere gli esercizi fisici tipici dei membri dell’alta società. Ecco dunque che Hunter, allenatore e giocatore allo stesso tempo, tentò di sviluppare altre qualità nei suoi: resistenza fisica, fiato, solidità.

Nella FA Cup 1882/1883, dopo aver superato facilmente i primi turni, gli uomini di Blackburn si erano ritrovati a rappresentare la città dopo la precoce eliminazione dei Rovers e avevano sorpreso i gallesi del Druids, che schieravano numerosi nazionali locali, con un secco 4-1. Con lo stesso risultato, clamorosamente, l’Olympic aveva superato in semifinale i quotatissimi Old Chartusians, gli ex-studenti di quella Charterhouse dov’era nato il gioco con i piedi, attirando su di loro le attenzioni della poca stampa specializzata dell’epoca. Essa aveva scoperto che, prima della semifinale, Hunter aveva portato i compagni una settimana a Blackpool, lontano da famiglie e lavoro, per allenarne la resistenza attraverso lunghe corse sulla spiaggia e controllarne la dieta: niente più birra per gli operai del Lancashire, piuttosto ostriche, considerate all’epoca un vero toccasana. Un rituale che era stato ripetuto anche in vista della finale.

La gara fu una vera e propria battaglia. Consapevoli delle ormai conclamate risorse fisiche degli avversari, gli Old Etonians si gettarono subito all’attacco, decisi a piegare nel fisico e nel morale gli incauti operai che avevano osato sfidarli. Si trattava della stessa tattica con cui avevano sconfitto, l’anno precedente, il Blackburn Rovers, un mix di gioco duro e abilità che intimidiva chiunque, e nelle prime battute di gara sembrò dare lo stesso risultato. Non erano passati che pochi minuti di gioco e già due giocatori dell’Olympic, l’ala Matthews e il centravanti Wilson, zoppicavano vistosamente dopo aver subito due vigorose entrate da parte del fortissimo Kinnaird, che quando scendeva in campo pareva letteralmente indemoniato. Al quarto d’ora, dopo averlo sfiorato ripetutamente, gli Etonians trovarono il vantaggio al termine di una splendida manovra collettiva che coinvolse tutti e cinque gli attaccanti e che fu finalizzata dal potentissimo Harry Goodhart, centravanti su cui spesso rimbalzavano i poveri malcapitati che tentavano di fermarne l’avanzata. Poteva essere la fine, e forse lo sarebbe stata se il portiere Hacking, nella vita di tutti i giorni un semplice assistente dentista, non si fosse reso protagonista di alcuni spettacolari quanto coraggiosi interventi che scatenarono boati di ammirazione nella folla: piccolo e reattivo, tanto da essere soprannominato the india-rubber man, il portiere di quelli che a tutti gli effetti potevano essere considerati “gli ospiti” (per giunta poco graditi) dell’Oval dimostrò che, dove non arrivava la stazza, potevano arrivare la volontà e la prontezza di riflessi, mantenendo i compagni in partita. Col passare de minuti, vinta la comprensibile emozione e la paura dei più rinomati e atletici avversari, i giocatori dell’Olympic riuscirono a cambiare l’inerzia della gara continuando ad attenersi al loro modo di giocare, sfiancando con numerosi passaggi quegli Old Boys che ormai ritenevano di avere la partita in pugno. Mentre il primo tempo andava concludendosi accaddero due episodi che cambiarono la storia del match. Prima il giovane difensore Jimmy Ward, diciottenne da pochi giorni e noto in città per la sua abilità nel saltare i fossi, entrò talmente deciso sull’ala avversaria Dunn da costringerlo a lasciare il campo; quindi Matthews, deformato in volto da un violento calcio subito nei primi minuti di gioco, superò l’esterrefatto portiere Rawlinson con un tiro imparabile e carico di rabbia, gelando gli Old Etonians e i suoi numerosi tifosi. Nel secondo tempo la guerra in campo divenne senza esclusione di colpi: i giocatori dell’Olympic si erano stancati di subire le angherie dei rivali, mentre negli Old Boys crescevano la frustrazione per non riuscire a trovare il gol della vittoria e la rabbia legata al fatto che quei piccoli operai non intendevano arrendersi al proprio destino di vittime sacrificali. Furono ancora i campioni in carica ad avere le migliori occasioni, ma Hacking, in giornata di grazia, disinnescò uno dopo l’altro i palloni diretti verso la sua porta, come baciato dal dio del calcio. Al termine della gara il punteggio era ancora 1-1, e perché si giocassero i supplementari entrambi i capitani dovevano essere d’accordo: Arthur Kinnaird, forse per orgoglio o forse ricordando altre finali perse per via dei numerosi impegni lavorativi che avevano coinvolto uomini tanto importanti quanto gli ex-studenti di Eton, accettò. Sbagliò, perché l’inerzia della gara era ormai chiaramente a favore dei più resistenti operai di Blackburn, abituati alla fatica e decisi a non lasciarsi sfuggire l’occasione di scrivere la storia. Cosa che avvenne quando James Costley, operaio in un cotonificio di neanche vent’anni, si gettò su un cross di John Yates, un tessitore, e segnò il gol della vittoria.

blackburn olympic

L’Olympic aveva vinto, prima squadra del nord ad alzare la FA Cup. Sia l’arbitro Marindin che Arthur Kinnaird, pur se a malincuore, accettarono il risultato del campo, ma quando la squadra tornò in città furono in molti a Londra e dintorni a condannare il risultato della finale: erano davvero dilettanti quegli operai giunti dal Lancashire? E come avevano potuto permettersi settimane intere di “ritiro”? Accolta dalla banda cittadina, la coppa fu mostrata ai tanti tifosi che a Blackburn aspettarono il ritorno degli eroi, ma tutti quelli che pensavano che fosse l’inizio di una bella favola furono ben presto delusi. Molte altre squadre seguirono l’esempio di Hunter e compagni, ingaggiando i migliori giocatori e stritolando una squadra che, con il crescente disinteresse del patron Sidney Yates – colpito anche da una crisi siderurgica –, scomparve nel 1889, appena sei anni dopo.

Il Blackburn Olympic durò poco più di un decennio, e la vittoria della FA Cup del 1883 fu il suo unico, per quanto splendido, acuto. Eppure fu grazie a questo trionfo che il calcio, con la coppa, lasciò Londra; fu grazie a questo successo che molti altri club del nord sentirono di poter dire la propria, ottenendo il professionismo, la Football League; fu grazie a Jack Hunter e alla sua improbabile quanto eccezionale banda di operai che il football smise di essere il passatempo di qualche ricco annoiato per diventare il gioco del popolo.

 

Articolo di Simone Cola, fondatore del blog L’Uomo nel Pallone.

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