Ali Gagarin, sguardo al cielo e palla in rete.

I chilometri sono 4482 arrotondati per difetto, per capirsi.
Si passa per Egitto, Turchia e Ucraina, e perché mai negarsi un tuffetto nel Mediterraneo e nel Mar Nero? Dati alla mano, anche per il meno portato per la geografia sarebbe difficile affermare che Omdurman, Sudan, e Mosca, Unione Sovietica, siano a due passi l’una dall’altra. Questa storia ci spiega l’esatto contrario. Tutto sommato, quando la terra è “senza frontiere né confini”, il Sudan e l’Unione Sovietica non sono poi così lontane e diverse.
I più attenti avranno colto la citazione e capito uno dei protagonisti della nostra storia.
Roger. Feeling fine, excellent spirits, ready to go. Decolliamo.
Prima ho parlato di Unione Sovietica non per nostalgia ma per dato di fatto: il 12 aprile 1961 alle ore 9:07 del mattino Mosca è Unione Sovietica, ed il suo popolo sta assistendo ad una delle imprese più gloriose della storia dell’umanità: Jurij Gagarin è il primo uomo ad arrivare nello spazio a bordo della sua navicella, la Vostok 1.
La terra è blu”, disse Gagarin alla base, “è bellissima. Incredibile”.
Frasi che fanno sognare tutti, anche a 4482 chilometri di distanza.
Anche ad Omdurman, in Sudan.
Quel 12 aprile del 1961, lungo la riva occidentale del Nilo, c’era chi guardava il cielo.
Era Haydar Hassan Haj Al-Sidig, ragazzetto del luogo.
Qualche volta magari la tirava giù per tirare qualche calcio ai sassolini, ma la maggior parte del tempo guardava in alto strizzando gli occhi.
A dirla tutta però la vera passione di Haydar era tirare calci, anche se solo ai sassolini, piuttosto che i cosmonauti.

Ali Gagarin con la Coppa d'Africa tra le mani. Presenti in foto anche Jaxa, altra stella del Sudan 1970 (dietro Gagarin), e Shawaaten, uno dei più forti difensori sudanesi di tutti i tempi soprannominato "il Diavolo", sulla destra.
Ali Gagarin con la Coppa d’Africa tra le mani. Presenti in foto anche Jaxa, altra stella del Sudan 1970 (dietro Gagarin), e Shawaaten, uno dei più forti difensori sudanesi di tutti i tempi detto “il Diavolo”, sulla destra.

Lo ritroviamo nel 1966, precisamente cinque anni dopo quella giornata con gli occhi strizzati per proteggersi dal sole e la faccia verso quel sovietico lassù in cielo, stavolta a tirare calci ad un pallone vero. In quell’anno infatti Haydar diventa l’attaccante titolare dell’Al-Hilal Club, la squadra della sua città.
Con quella maglia Haydar sarà un eroe alla stregua del cosmonauta sovietico segnando 350 goal in nove anni e diventando il maggior marcatore della storia di tutto il calcio sudanese, record, tra le altre cose, ancora imbattuto.

Si racconta che in campo quel ragazzetto con i baffi da uomo volasse, che riuscisse ad essere un passo avanti all’avversario, che fosse un gradino sopra gli altri.

Ali, uno dei 99 nomi di Dio secondo il Corano, significa “il più alto”. Gagarin… che ve lo dico a fa.

Nel 1970 Haydar Hassan Haj Al-Sidig diventerà, per tutti, Ali Gagarin: il cosmonauta calciatore.
Nel 1970 in Sudan si gioca anche la Coppa d’Africa e i padroni di casa guidati da Gagarin saranno presenti. Poyekhali, tovarish!

Giocherà tutte le partite portando il suo Sudan, la sua Vostok 1, in finale contro le Black Stars del Ghana dopo aver liquidato Etiopia, Camerun, Egitto (al tempo Repubblica Araba Unita) e Costa d’Avorio, dove però un infortunio lo tratterrà in tribuna.

I falchi di Jediane riescono però in ogni caso a strappare la vittoria ai ghanesi grazie ad un gol di Mohammed El-Bashir Ahmed Bakheit, per gli amici “El-Issed”, aggiudicandosi la loro prima ed ultima Coppa d’Africa.
Una meravigliosa orbita ellittica attorno alla Terra per poi atterrare di nuovo a Khartum, a due passi da casa sua. Come era la terra da lassù, Alì?

Una decina di anni dopo la vittoria della Coppa Gagarin continuava a giocare per la sua Al-Hilal. Una partita contro il Canon Yaounde, squadra camerunense, valevole per la qualificazione alla Champions League africana vede Gagarin protagonista di un curioso aneddoto: alla fine della partita un ragazzino di 6 anni si avvicinò a lui chiedendo la sua maglietta numero 9. Se la portò a casa e probabilmente se la attaccò in cameretta.
Mica male sapere che Samuel Eto’o è cresciuto con la tua maglietta appesa in camera.

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